Jimmy Lai e gli altri tremila. Tutti i prigionieri politici che la Cina deve liberare
Donald Trump ha promesso che parlerà con Xi Jinping della liberazione di Jimmy Lai durante il vertice di oggi a Pechino, che si prolungherà fino al 15 maggio. Ma l’editore cattolico, fondatore dell’Apple Daily, campione della battaglia democratica a Hong Kong, è solo il primo di una corposa lista di detenuti politici e prigionieri di coscienza che il presidente americano dovrebbe cercare di far liberare.
Da tre a settemila prigionieri politici in Cina
La lista è lunghissima: secondo la Fondazione Dui Hua (“dialogo” in cinese), al 31 marzo 2025 c’erano almeno 7.157 persone in Cina sottoposte a un regime carcerario o di detenzione domiciliare per ragioni politiche.
Per il database della Commissione sulla Cina del Congresso americano, al 30 giugno 2025 i prigionieri politici erano almeno 2.755. Anche se, precisa l’ultimo rapporto, «i casi di prigionieri politici o religiosi in Cina sono molti di più rispetto a quelli contenuti nel database».
Liberare Jimmy Lai
Trump non potrà parlare a Xi di tutti, ma c’è almeno una lista ristretta di nomi per i quali il presidente americano dovrebbe spendersi. Il primo, come sottolineato dallo stesso tycoon, è Jimmy Lai.
Il grande attivista democratico, imprenditore geniale prima nel settore tessile e poi in quello dell’editoria, si trova in una cella di isolamento a Hong Kong da 1.960 giorni. Il suo unico reato è quello di avere esercitato il suo diritto alla libertà di espressione, di stampa e di assemblea. Questi diritti, come tanti altri, erano garantiti a Hong Kong prima che la Cina inserisse illegalmente nella mini-Costituzione della Regione amministrativa speciale la scellerata Legge sulla sicurezza nazionale.
Dall’1 luglio 2020, la città si è trasformata in un carcere a cielo aperto e 500 mila persone in pochi anni sono scappate per sfuggire alla dittatura cinese. Jimmy Lai, invece, è rimasto per difendere Hong Kong e per dare con la sua vita e la sua fede un’ultima estrema testimonianza alla verità e alla giustizia. Per questo è stato condannato a febbraio a 20 anni di carcere. Avendo già compiuto Jimmy Lai 78 anni, si tratta a tutti gli effetti di una «condanna a morte».

Il “Bridge Man” Peng Lifa
Impossibile non includere nella “shortlist” dei detenuti da liberare immediatamente Peng Lifa, il “Bridge Man” che il 13 ottobre 2022, sulla scorta della folle risposta cinese alla pandemia di Covid-19 e alla vigilia dell’apertura del XX Congresso del Partito comunista che ha confermato Xi Jinping come dittatore più potente dai tempi di Mao Zedong, ha appeso due striscioni sul Ponte Sitong, uno dei più importanti di Pechino.
Negli striscioni c’era scritto:
«Non vogliamo fare test per il Covid, vogliamo mangiare. Non vogliamo essere controllati, vogliamo la libertà. Non vogliamo bugie, vogliamo dignità. Non vogliamo la Rivoluzione Culturale, vogliamo riforme. Non vogliamo un leader, vogliamo votare. Non siamo schiavi, siamo cittadini. Studenti, scioperate! Lavoratori, scioperate! Rimuoviamo il dittatore, il traditore Xi Jinping!».
Peng Lifa è stato immediatamente arrestato e da allora non si sa più nulla di lui: né dov’è detenuto, né se è sottoposto a torture (quasi certo), né di che cosa è stato accusato o se il suo processo è iniziato. Tutta la sua famiglia è stata posta sotto sorveglianza, ma lui, conosciuto online come Peng Zaizhou, è letteralmente sparito nel nulla.
Il sogno di Xu Zhiyong
Negli ultimi trent’anni in Cina sono stati diffusi pubblicamente solo tre manifesti, oltre a quello di Peng Lifa, per invocare la democratizzazione della Cina. Il più noto, Charta 08, è stato scritto da Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace, arrestato nel 2008 e morto in carcere di cancro nel 2017. Anche Peng Ming, condannato all’ergastolo come terrorista per il suo attivismo, è morto in carcere nel 2016 a 58 anni.
Xu Zhiyong, leader del Movimento dei nuovi cittadini, ha stilato un piano per la democratizzazione del paese tra il 2012 e il 2013. L’attivista di 53 anni è stato condannato per tentata “sovversione del potere statale” il 10 aprile 2023 a 14 anni di carcere dopo che ne aveva già scontati 4 a partire dal 2014.
Non si sa molto della detenzione dell’avvocato dell’Henan, torturato a ripetizione in prigione, che disse nella sua ultima intervista prima dell’arresto: «Sogno un paese dove ciascuno possa essere libero e felice, dove nessuno sia costretto ad agire contro la propria coscienza».

La blogger che ha raccontato il Covid a Wuhan
È fondamentale che Trump faccia pressione su Xi perché anche Zhang Zhan sia liberata. La blogger è stata rinchiusa in carcere dal 2020 al 2024 per aver cercato di raccontare al mondo in oltre 100 video diffusi online che cosa stava succedendo a Wuhan durante le prime fasi della pandemia di Covid-19. Nel 2021 ha rischiato la vita dopo aver intrapreso dietro le sbarre un prolungato sciopero della fame.
Dopo essere stata liberata, ma tenuta illegalmente agli arresti domiciliari, è stata di nuovo arrestata il 25 agosto 2024 e portata inizialmente in un centro di detenzione a Shanghai. Dopo la condanna ad altri quattro anni di carcere nel settembre 2025, Zhang è stata spostata in una nuova prigione, ma neanche la famiglia è stata informata dalle autorità su dove si trovi oggi la blogger cristiana.
La «coscienza della Cina» Gao Zhisheng
Da nove anni non si sa nulla neanche di Gao Zhisheng, forse il prigioniero politico numero uno in Cina. L’avvocato cristiano che si batte per la difesa dei diritti umani, considerato la «coscienza della Cina», negli anni Novanta era esaltato come uno dei dieci migliori avvocati del paese e definito addirittura un «eroe del Partito comunista cinese». Poi iniziò a difendere i lavoratori migranti, i cristiani e i membri perseguitati del Falun Gong e il regime non lo lasciò più stare.
A partire dal 2004 è stato arrestato, rinchiuso in prigioni ufficiali e “prigioni nere”, torturato a ripetizione e condannato per «incitamento alla sovversione del potere statale», come tanti altri attivisti prima di lui. Rilasciato nel 2014, è stato tenuto illegalmente agli arresti domiciliari fino a quando, nel 2017, non ha cercato di scappare. Catturato dalla polizia il 13 agosto 2017, da allora non si sa più niente di lui.
Durante uno dei tanti dialoghi con i suoi torturatori, come scritto da lui stesso in un libro che è riuscito a far fuoriuscire dalla Cina, Gao diceva loro: «Se riesco a dormire serenamente anche dopo le vostre torture è perché io sono più libero di voi grazie alla mia fede in Gesù Cristo».

Protestanti, cattolici, tibetani, musulmani
Quando si tratta di reprimere i diritti umani, la Cina non ha mai fatto discriminazioni in base alla religione. Ecco perché Trump dovrebbe chiedere la liberazione dei tanti pastori protestanti incarcerati per la loro fede: John Cao, Ezra Jin Mingri, Li Yingqiang, Yang Rongli e Wang Yi.
Il presidente americano dovrebbe anche chiedere a Xi di porre fine alla persecuzione di molti vescovi cattolici: Su Zhimin (scomparso nelle mani del regime dal 1997, se è ancora vivo oggi avrebbe 93 anni), Xin Wnzhi (fatto sparire nel 2011, se è ancora vivo oggi avrebbe 63 anni), Ma Daqin, Agostino Cui Tai, Shao Zhumin e Zhang Weizhu (tutti agli arresti domiciliari).
Sono tanti anche i monaci tibetani in carcere per essersi opposti alla soppressione della cultura tibetana o per avere osato tenere in monastero un ritratto del loro leader spirituale, il Dalai Lama, considerato da Pechino un pericoloso secessionista. In particolare, va ricordato Sherab (Jamyang Legshe), il monaco arrestato nel febbraio 2024 a Dege, nella prefettura autonoma tibetana, per aver protestato contro la costruzione di una diga idroelettrica sul fiume Jinsha, che causerà la distruzione di sei monasteri e due villaggi, che saranno sommersi dalle acque. Sherab è stato condannato a quattro anni di carcere ed è detenuto nel Sichuan.
Neanche i musulmani sono risparmiati dalla macchina repressiva del regime. Tra i milioni di uiguri rinchiusi in campi di lavoro nel Xinjiang a partire dal 2017 per essere «rieducati» non si può non citare l’intellettuale Ilham Tohti, in carcere dal 2014 con l’accusa di «separatismo». Il professore di 57 anni è stato condannato all’ergastolo per il suo attivismo a difesa della minoranza etnica uigura.
Trump convinca la Cina a liberarli
Trump dovrebbe condizionare la firma di qualsiasi accordo alla liberazione di questi eroi coraggiosi, martiri della democrazia e della fede. Fino a quando continuerà a tenere in carcere migliaia di persone per il solo fatto di essersi opposte al partito comunista e ai suoi soprusi, infatti, la Cina non sarà mai un partner affidabile.
Già solo ricordare i loro nomi sarebbe un passo avanti. Come con il massacro del 4 giugno 1989, il regime utilizza l’oblio come arma e vieta anche solo che si parli di queste persone.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!