Perché Meloni è finita nel mirino dell’Iran

Di Rodolfo Casadei
14 Luglio 2026
Francia e Italia hanno promosso un'iniziativa in Libano, destinata a prendere il posto della missione Unifil dell’Onu. L'entrata in scena di una forza multinazionale e il disarmo di Hezbollah hanno fatto irritare i pasdaran
la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella lista nera pubblicata dal quotidiano iraniano Hamshari (Foto Ansa)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella lista nera pubblicata dal quotidiano iraniano Hamshari (Foto Ansa)

Com’è possibile che Giorgia Meloni figuri contemporaneamente ai primi posti della lista dei capi di governo occidentali che Donald Trump considera “traditori” della causa americana nella guerra contro l’Iran e in quella dei presunti complici dell’uccisione dell’ayatollah Khamenei meritevoli di punizione secondo un giornale iraniano affiliato al regime di Teheran? Si spiega col fatto che l’Italia è stata e rimane neutrale nella guerra scatenata dalla coppia Usa-Israele il 28 febbraio scorso, con grande dispiacere del presidente degli Stati Uniti, ma nello stesso tempo la sua politica di pacificazione regionale sta mettendo in discussione gli interessi iraniani in Libano.

L’appuntamento fra diplomatici libanesi e israeliani a Roma presso l’ambasciata Usa che dovrebbe tenersi oggi o domani è gradito alla Repubblica islamica come un pugno di sabbia negli occhi. Quello che la presidente del Consiglio ed Emmanuel Macron hanno dichiarato congiuntamente ad Antibes il 25 giugno scorso ancora meno. L’inserimento di Giorgia Meloni nella “lista nera” di Hamshahri, quotidiano di proprietà della municipalità della capitale iraniana, è solo un assaggio di altre ostilità a venire.

Minacce di morte

Com’è noto, un montaggio fotografico della presidente del Consiglio italiana, di capi di stato e di governo europei e di alte cariche statunitensi ed israeliane, tutti vestiti con la tuta arancione dei prigionieri di Guantanamo, è apparso sul giornale sopra citato, fino a ieri famoso soprattutto per aver indetto nel 2006 un concorso internazionale di vignette sulla Shoah in risposta alle vignette danesi su Maometto. In sovraimpressione alle immagini di Benjamin Netanyahu e Donald Trump appaiono i reticoli dei mirini da arma da fuoco, mentre la didascalia recita “La vendetta è certa”. Quelle di Giorgia Meloni, del ministro della Guerra americano Pete Hegseth, del segretario di Stato Marco Rubio, del capo del comando centrale generale Brad Cooper, dell’ambasciatore americano a Gerusalemme Mike Huckabee, del ministro della Difesa israeliano Israel Katz, del comandante in capo dell’esercito Eyal Zamir, del ministro degli Esteri Gideon Sàar, dei capi degli esecutivi rispettivamente tedesco, francese e britannico Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer, invece, sono accompagnate dalla scritta: «I criminali si porteranno nella tomba il desiderio di una morte tranquilla». 

Appena venti giorni prima il ministro degli Esteri Antonio Tajani si era affrettato a telefonare al suo omologo iraniano Abbas Araghchi in reazione alle dichiarazioni di un portavoce del ministro che aveva parlato di “collusione” dell’Italia con l’aggressione americana. Il diplomatico aveva formulato il suo commento sulla base di quanto poche ore prima aveva illustrato il segretario della Nato Mark Rutte, secondo cui i paesi europei aderenti all’Alleanza avevano pienamente cooperato allo sforzo bellico americano, e l’Italia aveva fatto la sua parte con 500 voli militari Usa in partenza dalle basi sul suo territorio. Tajani aveva smentito ribadendo che «l’Italia non ha mai partecipato ad alcuna iniziativa militare né ha autorizzato l’uso delle proprie basi per atti di guerra contro l’Iran, nel rigoroso rispetto dei trattati conclusi con gli Stati Uniti», e affermato che le spiegazioni di Rutte erano fuorvianti, in quanto l’uso delle basi era stato autorizzato esclusivamente per operazioni logistiche ordinarie, mentre nel mese di marzo era stato negato a Washington il permesso di utilizzare la base aerea di Sigonella in Sicilia per i propri bombardieri diretti sui cieli iraniani. Episodio che aveva messo fuoco alle polveri dell’indignazione di Donald Trump nei confronti del governo italiano e della sua raffica di attacchi personali a Giorgia Meloni.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella lista nera pubblicata dal quotidiano iraniano Hamshari (Foto Ansa)

Rafforzare il Libano

Il 25 giugno però è intervenuto un fatto nuovo: al summit franco-italiano di Antibes Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron hanno annunciato un’iniziativa congiunta dei loro paesi in Libano, destinata a prendere il posto della missione Unifil dell’Onu che avrà termine alla fine di quest’anno dopo ben quarantotto anni di servizio, essendo entrata in funzione nel lontano 1978. L’anno scorso il Consiglio di Sicurezza ha deciso che la missione non verrà estesa oltre il 31 dicembre del 2026, e che nel corso del 2027 avrà luogo il ritiro dei circa 7.500 caschi blu stazionati nel sud del Libano (per un decimo italiani).

Francia e Italia sono d’accordo che non si debba lasciare un vuoto di presenza internazionale, e che una nuova coalizione sotto la guida di Roma e Parigi debba prendere il testimone dalle stanche mani di Unifil. Le dichiarazioni dei due leader non lasciano dubbi: «Vogliamo lanciare una coalizione relativa al dispositivo post-Unifil, ovviamente in coordinamento con l’Unione Europea e le Nazioni Unite, per rafforzare la sovranità del Libano e delle sue forze armate ed evitare che il suo territorio diventi una base di partenza di un’escalation regionale. (…) Collaboreremo innanzitutto con le autorità libanesi per costruire una soluzione a sostegno delle Forze armate e delle forze di sicurezza libanesi», ha detto Macron. «L’Italia e la Francia possono assolutamente fare la differenza. Dal nostro punto di vista, è necessario garantire una presenza internazionale che prevenga un vuoto di sicurezza estremamente pericoloso», ha confermato Meloni, che ha pure alluso a una possibile «conferenza internazionale» per lanciare l’iniziativa, con il coinvolgimento di «numerosi partner europei» e mediorientali. «La nostra esigenza primaria è garantire la continuità di una presenza internazionale», con l’obiettivo di consentire «al governo libanese di detenere il monopolio dell’uso della forza e il controllo sull’intero territorio», ha spiegato la leader italiana, che ha pure osservato che erano necessari un «quadro giuridico internazionale» e un «mandato chiaro», elementi «di cui Unifil era priva».

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Il ruolo dell’Italia

Sull’opacità del mandato della missione Onu, che in questi anni non ha fatto altro che registrare in modo notarile le violazioni del cessate il fuoco da parte di israeliani ed Hezbollah e fornire servizi alle popolazioni civili dell’area, si è detto d’accordo anche Macron:

«Cercheremo di costruire la coalizione più ampia possibile e, appunto, di definire un mandato chiaro. Si tratterà del mandato di una forza multinazionale che operi al fianco delle Forze armate libanesi? Sarà possibile costruirne uno basato su un autentico mandato delle Nazioni Unite? È troppo presto per dirlo».

Le mosse di Italia e Francia si inseriscono nel quadro creato dai negoziati di Washington fra Israele e Libano sotto l’egida degli Stati Uniti, ma rappresentano un tentativo originale di contributo europeo che mira a dare vita a un multilateralismo efficace, capace di imporsi tanto a Israele quanto a Hezbollah perché non solo sorveglia ma partecipa all’attuazione del piano di pace firmato a Washington dai governi libanese e israeliano.

Sbaglia perciò Il Manifesto (come anche altri osservatori) quando scrive di «ruolo dell’Italia (…) estremamente marginale». La presenza di Italia, Francia e, auspicabilmente, Arabia Saudita ed altri paesi arabi in una forza multinazionale incaricata di assistere l’esercito libanese nel disarmo di Hezbollah e nella ripresa del controllo del territorio nazionale dalle mani di Israele sarebbe un’ottima garanzia contro azioni sleali da parte sia di Israele che degli Hezbollah, cioè dell’Iran.

Una forza multinazionale

Ed è qui che arriva la spiegazione della presenza di Meloni e Macron nella lista iraniana dei “criminali di guerra”: Teheran non può rinunciare alla sua colonia libanese per almeno tre motivi, che Renaud Girard ha spiegato su Le Figaro:

«In primo luogo, Hezbollah costituisce l’unico deterrente di cui l’Iran dispone nei confronti di Israele. Se lo Stato ebraico decidesse di bombardare nuovamente le infrastrutture iraniane, sa che nuovamente una pioggia di missili si abbatterebbe sul nord di Israele. Con i suoi tunnel, i droni filoguidati e i combattenti temprati dalla battaglia, Hezbollah rappresenta una risorsa militare che per l’Iran sarebbe difficile rimpiazzare. In secondo luogo, mantenere una presenza in Libano è fondamentale per il prestigio del regime militare iraniano agli occhi delle altre comunità sciite del Medio Oriente (in Iraq, Yemen, Bahrein, ecc.). (…) Infine, i vertici della Repubblica Islamica considerano il Libano fondamentale per mettere alla prova la buona fede degli Stati Uniti nei loro confronti. Finché gli americani resteranno determinati a frenare Israele in Libano, non pianificheranno un nuovo attacco contro l’Iran: è quanto ritengono gli esponenti militari attualmente al potere a Teheran».

L’ultima motivazione non sembra così valida, dopo la recente ripresa di attacchi americani a infrastrutture militari iraniane. È invece verosimile che il regime dei pasdaran veda con estrema preoccupazione l’entrata in scena di una forza multinazionale non coinvolta nella guerra del 28 febbraio intenzionata a partecipare al disarmo di Hezbollah e allo stesso tempo meno tenera nei confronti di Israele di quanto lo siano gli americani. Meloni e Macron possono aspettarsi altre minacce e altri attacchi dalla Repubblica islamica.

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