«Per sconfiggere Hamas bisogna affidare Gaza ai palestinesi»
«Netanyahu? È una tragedia! Nel suo governo ci sono ministri che appoggiano i coloni, che sono terroristi, terroristi israeliani. Non ho timore a dirlo. Vengono dalle loro fila, da partiti estremisti che sono la rovina di Israele, dei nostri valori. Non hanno capito che l’unico modo per essere sicuri è conquistare la pace. Certo, bisogna eliminare i terroristi, ma a Gaza Netanyahu sta costruendo l’odio del mondo contro di noi. E anche se i terroristi saranno eliminati, resteranno due milioni di palestinesi che saranno sempre nostri nemici».
Appena si pronuncia il nome del primo ministro israeliano, Matan Vilnai scatta sulla sedia, nel giardino della sua bella casa in un moshav vicino ad Abu Gosh, cittadina a maggioranza arabo-cristiana poco distante da Gerusalemme. Qui sorgono una splendida chiesa, un monastero benedettino e un giardino dedicato al cardinale francese e arcivescovo di Parigi Jean-Marie Lustiger. In questo luogo le parole di pace hanno un peso ancora maggiore, soprattutto se a pronunciarle è un uomo che la guerra la conosce bene. E che ne ha combattute e vinte molte, nel nome dell’ideale sionista.
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Pace, unica sicurezza
Per tutti, Matan è l’«eroe di Entebbe»: l’uomo che, insieme a Yonatan “Yoni” Netanyahu, fratello maggiore dell’attuale premier, convinse cinquant’anni fa Yitzhak Rabin, allora primo ministro, ad autorizzare il raid nell’aeroporto ugandese dove cinque terroristi palestinesi e due tedeschi tenevano in ostaggio 102 ebrei dopo aver dirottato un aereo. Matan aveva 32 anni e comandava le truppe sul Golan; Yoni, 34, era a capo delle unità speciali. Rabin non disse né sì né no. Ma dalla loro parte c’era il capo di Stato maggiore, Dan Shomron. I tre partirono e guidarono l’operazione. Un pugno di paracadutisti che, a quattromila chilometri da casa, riuscì in un’impresa che stupì il mondo: uccidere i terroristi e liberare gli ostaggi. Yoni morì, unico militare israeliano a essere colpito dalle guardie ugandesi.
«Era più che un amico», racconta Matan a Tempi durante una lunga conversazione, mentre ci mostra le fotografie di quel giorno. «Quando fu colpito, nessuno si fermò. Ognuno sapeva esattamente che cosa doveva fare: liberare gli ostaggi, per dimostrare che nessuno deve essere abbandonato. Fu questo il messaggio che da Entebbe lanciammo al mondo intero. A Gaza avremmo dovuto dare priorità alla liberazione degli ostaggi, intervenire subito, ma non è stato così. E ora bisogna dirlo con chiarezza: l’unica garanzia di sicurezza è la pace». Lo ripete più volte.

«Affidare Gaza ai palestinesi»
Ma la pace ha un prezzo. Dopo gli accordi di Oslo e il premio Nobel per la Pace condiviso con il leader palestinese Yasser Arafat, Rabin fu assassinato nel 1995 dall’estremista della destra radicale israeliana Yigal Amir, formatosi negli stessi ambienti politici da cui provengono gli attuali ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, ai quali Netanyahu ha dovuto affidarsi per formare la sua coalizione di governo.
«È questo il problema», dice Matan. «Vuole salvarsi dal processo e per farlo deve restare al governo. Io non lo chiamo Bibi, come fanno quasi tutti. Non voglio concedergli alcuna confidenza. Per me è mister Netanyahu. E questa è una guerra fatta per la politica, non per la sicurezza. L’unica vera garanzia di sicurezza è raggiungere la pace».
Come? «Non basta eliminare i terroristi. La pace va costruita. L’unica strada è affidare Gaza ai palestinesi, all’Autorità nazionale palestinese, con il sostegno dell’Egitto, non certo del Qatar, e sotto il controllo di una forza araba protetta dall’ombrello degli Stati Uniti. Non è facile, ma è possibile. Anzi, è necessario».
Via Hamas
Dopo Entebbe, Matan tornò sul Golan. «Dissi ai miei soldati: forza, abbiamo ancora un lavoro da fare. Ci sono problemi con la Siria. E sei giorni dopo eravamo di nuovo sulle alture sopra Tiberiade». In seguito comandò le unità a Gaza fino al ritiro israeliano. «Conosco bene Hamas», dice. È stato vice capo di Stato maggiore, quattro volte ministro e ambasciatore in Cina. Oggi osserva la politica da lontano. Nel giorno in cui si annunciano nuove elezioni (il prossimo 27 ottobre), Netanyahu cerca ancora una volta il sostegno degli ultraortodossi, prorogando di altri sette mesi l’esenzione dal servizio militare e approvando nuovi insediamenti. «Nel mondo cresce l’ostilità verso Israele e verso gli ebrei, ed è anche colpa del nostro governo. Non so come se ne uscirà. Una volta eravamo gli eroi celebrati nei film di guerra, i buoni. Oggi le giovani generazioni ci guardano con odio».
Come è possibile uscirne? Matan vede una sola strada. «Non facciamoci illusioni: Hamas non tratterà. Quando comandavo a Gaza avevo una lista di otto terroristi che dovevo eliminare. Uno sopravvisse: era Mohammed Deif, che insieme a Yahya Sinwar organizzò il 7 ottobre. Già vent’anni fa guidava le milizie terroristiche e fondamentaliste di Hamas che cacciarono Fatah dalla Striscia. Oggi bisogna restituire Gaza ai palestinesi, per sottrarla ad Hamas».
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