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Erdogan, addio sogno neo-ottomano. Con la primavera araba poteva farsi un impero. Ha sbagliato tutto

ottobre 13, 2013 Rodolfo Casadei

Nel tentativo di attrarre nella propria orbita i paesi post-rivoluzionari del Medio Oriente, la Turchia ha voltato le spalle ad Assad, aperto ai jihadisti, incattivito la Nato. Ed è rimasta isolata

Astuto, pratico e vincente in politica interna; arrogante, velleitario e perdente in politica estera. Recep Tayyip Erdogan ha vinto largamente tre elezioni politiche di fila in nove anni, ha regalato alla Turchia un decennio di boom economico senza precedenti e ha gestito a proprio vantaggio dossier scottanti come quelli delle forze armate, della magistratura, della laicità dello Stato. Ma non appena si esce dai confini del paese nato 90 anni fa dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano, il tocco magico del primo ministro si tramuta nel suo contrario.

Che si tratti della ribellione in Siria con annessa guerra civile che va avanti da due anni e mezzo, del braccio di ferro fra islamisti e anti-islamisti in Egitto, dell’interminabile crisi irachena o dei rapporti con la Nato, di cui il suo paese è membro dal 1952, negli ultimi tempi Erdogan ha sempre fatto e detto la cosa sbagliata. E così oggi la Turchia è isolata, irrequieta e frustrata.

Non è sempre stato così. C’è stato un periodo, appena tre anni fa, in cui il ministro degli Esteri di Erdogan, Ahmet Davutoglu, esaltava i successi della politica turca degli “zero problemi coi vicini” e il ruolo di mediatore regionale del suo paese. A quel tempo la Turchia mediava fra Israele e la Siria, lavorava per la riconciliazione fra sunniti e sciiti in Iraq, fra le fazioni palestinesi e fra quelle libanesi. Mediava pure fra Afghanistan e Pakistan, partecipava alla ricostruzione di Darfur e Somalia. Stringeva rapporti economici e politici sempre più intensi con Teheran, fino ad arrivare a difendere nelle sedi internazionali il diritto dell’Iran al nucleare civile e normalizzava i rapporti con Damasco. Nel 2009 è stato creato il Consiglio di Alto livello per la Cooperazione strategica fra i due paesi, con tanto di visita solenne di Bashar el Assad in Turchia.

Poi è arrivata la Primavera araba, ed Erdogan si è montato la testa. Ha creduto che fosse giunto il momento di proporre una nuova versione della politica estera “neo-ottomana” che già usava come slogan da qualche anno. Non più una neutralità attiva mirata alla ricompaginazione politico-economica dei territori coincidenti con l’antico Impero Ottomano, ma un interventismo illuminato, capace di attirare i paesi post-rivoluzionari nell’orbita della democrazia islamista moderata. Ma l’interventismo turco più che illuminato si è dimostrato miope.

Erdogan ha puntato tutte le sue carte su di un successo della presidenza Morsi in Egitto e ha voltato le spalle all’ex alleato Bashar el Assad in Siria scommettendo su una rapida caduta del regime. Ha sbagliato clamorosamente previsione in entrambi i casi, e la Turchia ne sta pagando le conseguenze: Egitto e Arabia Saudita la trattano con freddezza e con sospetto per il suo ruolo di fiancheggiatrice dei Fratelli Musulmani; Iran, Iraq ed Hezbollah vedono in Erdogan un avversario da quando si è apertamente schierato coi ribelli siriani, sunniti e organici agli interessi dell’Arabia Saudita, contro il governo alawita della Siria, snodo nevralgico dell’asse sciita (gli alawiti sono una setta sciita) che va da Teheran al sud del Libano.

L’intervento contro Damasco
Europei e americani lo rimproverano di avere favorito la jihadizzazione della rivolta in Siria: è attraverso il confine turco-siriano che la maggioranza dei combattenti estremisti islamici provenienti da tutto il mondo entra in territorio siriano, ed è sul versante turco che trovano supporto logistico, cure mediche, possibilità di reclutare altri militanti nei campi profughi lungo la frontiera.

Anziché imparare una lezione di prudenza e moderazione dagli errori commessi, Erdogan ha reagito innalzando il livello della tensione con dichiarazioni sempre più radicali e controverse. Ha denunciato un complotto israeliano dietro la caduta di Morsi, attirandosi le rampogne della Casa Bianca e il disprezzo degli egiziani, che contro Israele hanno combattuto tre guerre ai tempi in cui Ankara appoggiava gli israeliani. Ha accusato il governo di al Maliki in Iraq di essere il responsabile della guerra civile strisciante fra sunniti e sciiti. Ha invocato un intervento militare internazionale contro il regime di Damasco, offrendo la piena partecipazione turca, quando il resto della comunità internazionale aveva deciso di scongiurare tale ipotesi e di puntare su di una nuova conferenza di Ginevra, sul disarmo delle armi chimiche in mano ad Assad e sul dialogo fra russi e americani.

Per punire i paesi occidentali che si sono rifiutati di creare una coalizione militare insieme alla Turchia ha deliberato una decisione fra il puerile e il disperato: Ankara, che difende il suo confine sud dalla minaccia siriana con batterie di missili Patriot azionate da 400 soldati della Nato, acquisterà i missili di cui ha bisogno dalla Cina anziché dagli americani o da un consorzio italo-francese. Con tanti saluti alla solidarietà atlantica e alla interoperabilità dei dispositivi militari dei paesi della Nato.

Le reazioni di Erdogan sembrano quelle di un esagitato. Il fatto è che ha perfettamente compreso che la cancrena siriana rischia di infettare la Turchia. Imprudentemente il primo ministro ha coinvolto il suo paese nel conflitto senza disporre dei mezzi per fare pendere la bilancia dalla parte dei ribelli con cui si è schierato. A questo punto un intervento armato Nato o dei principali paesi occidentali insieme alle forze armate turche è l’unica via per cercare di sfuggire alla lenta ma inevitabile degradazione della situazione nel sud della Turchia, lungo il confine con la Siria.

Come gli americani in Afghanistan
Lì Erdogan ha innescato con le sue mani tre bombe che ora rischiano di esplodergli in faccia. La prima bomba sono i jihadisti. Anche al tempo del conflitto bosniaco la Turchia si trasformò in piattaforma e rampa di lancio per i combattenti islamici internazionali che andavano a fare la guerra al fianco delle forze musulmane contro i serbi. Ma l’infrastruttura dell’operazione era minima e i passaggi estremamente veloci. L’imprevidibilità circa la durata della guerra in Siria nelle condizioni attuali e la contiguità territoriale fanno sì che la presenza jihadista nell’estremo sud della Turchia vada radicandosi, e questo difficilmente non avrà conseguenze locali.

Erdogan sta ripetendo lo stesso errore degli americani nell’Afghanistan occupato dai sovietici e di Assad con l’Iraq occupato dagli anglo-americani: usa i jihadisti contro i suoi avversari. La storia ha dimostrato in entrambi i casi che chi di jihadista ferisce, di jihadista perisce. Erdogan aveva deciso di correre il rischio confidando in una rapida vittoria degli insorti. Ora capisce che l’errore di valutazione potrebbe costargli molto caro.

La seconda bomba sono i curdi. La destabilizzazione del regime siriano, alla quale Erdogan ha contribuito alacremente, ha avuto un effetto che è l’incubo peggiore per ogni primo ministro turco: la nascita di un territorio autogovernato da curdi e da essi controllato militarmente adiacente a regioni turche abitate anch’esse da curdi. Era già successo nel 2003, quando l’occupazione anglo-americana dell’Iraq aveva determinato la nascita di un Kurdistan iracheno autonomo politicamente e militarmente, confinante con l’estremo sud-est della Turchia.

Quella volta Ankara aveva negato il passaggio alle forze della coalizione. Nove anni dopo, un nuovo Kurdistan autonomo è nato all’interno dei confini siriani, contiguo alla Turchia lungo una linea da ovest ad est che va da Ras al Ayn, che le forze curde del Pyd hanno strappato ai jihadisti di al Nusra, fino ad al Malikiya, nel punto dove si incontrano Siria, Turchia ed Iraq. Gli autonomisti curdi hanno combattuto e combattono contro jihadisti e forze del Libero Esercito siriano, ma quasi mai contro i lealisti, che si sono ritirati dai distretti rurali e dai posti di confine che il Pyd ha occupato militarmente. In forza, evidentemente, di un accordo col regime di Assad, e grazie ad armi e finanziamenti iraniani.

I rapporti col Kurdistan iracheno
Per impedire il consolidamento del Pyd, che è una gemmazione del Pkk curdo con cui lo Stato turco combatte da trent’anni, Erdogan ha stretto rapporti privilegiati col presidente del Kurdistan iracheno Massud Barzani, che appoggia un’altra fazione di curdi siriani, quella del Kdps. Ma questo partito, che è stato il punto di riferimento storico dei curdi siriani e che fa parte della ribelle Coalizione nazionale siriana, oggi è l’ombra di ciò che fu. La sua forza militare è insignificante a fronte di quella del Pyd. In coincidenza coi successi di quest’ultimo, il Pkk ha annunciato la sospensione del ritiro dei suoi combattenti dal territorio turco verso santuari iracheni a causa delle mancate promesse di Erdogan. Costui pochi giorni dopo ha finalmente presentato il suo piano per la soluzione pacifica del conflitto, ma dentro i curdi ci hanno trovato molto poco: solo la libertà di insegnare la loro lingua nelle scuole private (non in quelle pubbliche), la restaurazione di alcuni toponimi in lingua curda e una riforma elettorale che dovrebbe permettere loro di avere un maggior numero di deputati. Nessuna concessione sulla questione dell’autogoverno e nessuna riforma della draconiana legge antiterrorismo che ha portato in prigione decine di politici e giornalisti curdi di Turchia. Con Siria, Iran, al Maliki ed Hezbollah che hanno il dente sempre più avvelenato con Erdogan, il pericolo di una escalation di attacchi e attentati del Pkk non è affatto un’ipotesi remota.

La terza bomba è rappresentata dagli aleviti, una minoranza religiosa che in Turchia conta oltre 10 milioni di fedeli e che è affine agli alawiti siriani, dalle cui file provengono la famiglia Assad e la maggior parte degli uomini di potere in Siria. La libertà religiosa degli aleviti turchi è decisamente precaria: i loro luoghi di culto non sono riconosciuti come tali dallo Stato e la loro religione non può essere insegnata a scuola. In caso di vittoria islamista in Siria e di susseguenti persecuzioni contro la minoranza alawita, la reazione degli aleviti in Turchia potrebbe essere destabilizzante. Decisamente Erdogan ha di che preoccuparsi.

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2 Commenti

  1. ragnar says:

    E gli ottomani non applaudono più!

  2. marzio says:

    Povero erdogan ,si vedeva già nel ruolo di califfo!

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