«Il tema non è salvare l’Italia, ma l’Europa. Servono 1.000 miliardi, altro che Mes»

Oggi il giorno decisivo per la risposta comunitaria all’emergenza coronavirus. La pandemia dilanierà definitivamente l’Unione o sarà l’inizio della resurrezione? Intervista a Giulio Sapelli

Video conferenza di Giuseppe Conte con i leader Ue sul coronavirus

Dopo aver ascoltato Giulio Sapelli, notizie come il «colpo basso di Commerzbank contro l’Italia» (è Repubblica a definirlo così) non sorprendono più. Nel bel mezzo di uno scontro in Europa con protagoniste Italia e Germania sul finanziamento del debito che il nostro paese dovrà contrarre per far fronte a un’emergenza sanitaria senza precedenti, la banca tedesca ha diffuso un’analisi per consigliare ai suoi clienti di mollare i Btp italiani perché diventeranno presto titoli junk, spazzatura. E anzi questo declassamento «aiuterà a superare le resistenze politiche interne, contrarie a un intervento dell’Unione Europea condizionato a misure di finanza pubblica».

Dopo aver sentito Sapelli, ecco, notizie come questa sembrano perfettamente “nelle cose”. Tutti adesso in Italia criticano «la brutta Europa» (altro titolo di Repubblica), adorata fino a poche settimane fa come balsamo antisovranista, ma che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in una Unione incapace di unità perfino davanti a un nemico indubitabilmente comune, Sapelli, tra i più importanti economisti italiani, lo ripete da anni. Per notare e criticare i pericolosi disequilibri che rischiano di dilaniare la costruzione europea, il professore non aveva bisogno di attendere che l’emergenza coronavirus li mettesse davanti agli occhi di tutti. A conferma di questo, è uscito proprio a fine marzo con un agile libro che spiega perfettamente il dramma economico, politico, culturale e sociale in atto. Del resto il ferro era caldo, il professore doveva solo batterlo. Il libro si intitola 2020 Pandemia e resurrezione (coedizione Guerini-Goware, qui una bella recensione di Stefano Morri) e la tesi è appunto che questo colossale incidente virale sta solo facendo emergere i difetti già insiti nel sistema europeo e in quello “globalizzato”, urgendoli fino alle estreme conseguenze: rovina o rinascita.

Giulio Sapelli

Professor Sapelli, nel libro lei scrive che «la spesso ideologicamente negata competizione tra nazioni si svolge con estrema crudeltà non fermandosi neppure dinanzi alla malattia, anzi sfruttando e amplificando le debolezze». Il mondo non è unito in guerra contro il coronavirus?

L’umanità sì, è unita in guerra contro il coronavirus, perché l’umanità è fatta di persone e le persone tendono verso l’altro, alla fratellanza. Lo diceva anche Rousseau: la pietas fa parte della natura dell’uomo. Così si spiega anche perché in tutto il mondo le popolazioni hanno reagito abbastanza bene a imposizioni come il distanziamento sociale, il restare a casa: perché possono salvare anche l’altro.

Vale anche per gli Stati? Distanti ma uniti?

Per gli Stati il discorso è diverso. Gli Stati sono sovradeterminati da un sistema economico capitalistico, che è fondato sull’appropriazione di plusvalore e di profitto che si realizza nella concorrenza. Una società di mercato spinge le imprese a colludere quando si tratta di organizzare monopoli, ma a competere quando possono aprirsi spazi a scapito degli altri. È evidente in tutto il mondo. In Europa poi è devastante.

Perché?

Perché non esiste una costituzione europea. C’è solo un “Trattato sul funzionamento dell’Unione” che ha come dettame fondamentale e pervasivo il libero mercato. Come vuole che gli Stati dell’Europa, o meglio le popolazioni economiche capitalistiche che ne fanno parte, non siano in feroce competizione tra loro? Soprattutto dove tra impresa e Stato c’è un gioco di squadra, come in Germania e in Francia.

A parole, però, anche i governi europei sono tutti uniti nella battaglia contro il virus.

Ma tutti vedono quello che sta capitando in Europa: la Germania – la grande potenza – e l’Olanda – un paese piccolo ma importante perché è un paradiso fiscale per molte imprese – si rifiutano di fare le riforme che imporrebbero loro di aiutare gli altri dal punto di vista monetario e degli investimenti. Questa è l’Europa oggi, solo un cieco non lo vedrebbe. Del resto l’umanità, oltre a tendere alla fratellanza, spesso è anche cieca e vittima di maghi.

A proposito di magia. Lei scrive che le regole europee – come quelle sul debito che stanno alla base del rifiuto della Germania e dell’Olanda di venirci incontro – sono «impostazioni dogmatiche al confine con la magia». Perché?

Perché non hanno alcuna base scientifica, si fondano sulla ipostatizzazione di una filosofia, quella secondo cui gli uomini sono dei consumatori razionali l’un contro l’altro armato. Come se lei al supermercato fosse condannato a comprare sempre la scatola di tonno che costa meno. Non funziona così, non ha senso. Ma purtroppo, specie quando è in crisi e in preda al panico da fine del mondo, l’umanità cade nella credenza nella magia. Come le salentine descritte da Ernesto De Martino, convinte che l’esorcismo tarantolato liberasse dal male e dal malocchio. È un po’ lo stesso credere che l’Europa ci salverà, quando tutto dimostra che non ci salva, anzi, ci opprime. Ci manda le mascherine e ma non gli aiuti.

Ma lei sostiene che l’emergenza «non potrà non avere effetti» su queste regole.

Io ci spero, dato che queste regole in definitiva dipendono dalla politica. Nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, il testo che fissa le regole di cui sopra (ci deve essere il libero mercato, non si deve fare debito oltre un certo limite, eccetera), all’articolo 122, c’è scritto in modo chiaro che in caso di calamità naturali o di mancato approvvigionamento dell’energia si può anche fare a meno di applicare quelle leggi. Però nessuno lo chiede. Nessuno lo ha neanche mai letto questo trattato.

Però la regola del deficit l’hanno fatta saltare.

Vede che anche lei è preda della magia? Non hanno fatto saltare niente. Hanno detto che si potrebbe far saltare, ma non hanno applicato l’articolo 122, comma 1 e comma 2, dove sta scritto che si può «decidere, in uno spirito di solidarietà tra Stati membri, le misure adeguate alla situazione economica, in particolare qualora sorgano gravi difficoltà». E poi, ecco: «Qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, su proposta della Commissione, può concedere a determinate condizioni un’assistenza finanziaria dell’Unione allo Stato membro interessato».

Lo sta leggendo?

Certo che glielo sto leggendo, ma io lo conosco a memoria, mentre tutti questi che parlano di Europa nemmeno lo prendono in considerazione perché non lo conoscono. Chiedono di intervenire con il Mes (il cosiddetto fondo salva Stati, ndr), un trattato internazionale – come spiego nel libro – che funziona come una banca d’affari: se vuoi avere i soldi, poi dovrai sottostare alla ristrutturazione del debito pubblico. In poche parole, l’Italia farebbe la fine della Grecia. Idem la Spagna, il Portogallo eccetera.

Invece di quale politica economica ci sarebbe bisogno?

Come dico da dieci anni, bisogna riformare il Trattato di Maastricht, ma soprattutto dobbiamo dotarci di una banca centrale simile alla Federal Reserve. La Bce non è una banca centrale perché non può essere un prestatore di ultima istanza. Non può stampare euro in forma illimitata, come fa invece la banca centrale nordamericana che ha stanziato 2.000 miliardi di dollari e ne stanzierà altrettanti, dicono. L’attuale costruzione è frutto di uno squilibrio di potenza fra la Germania e tutti gli altri Stati. Esistono ormai decine di libri e centinaia di articoli su questo, ma nessuno li legge, perché il mondo è sempre governato dai più ignoranti, come è noto. Lei ride, ma c’è da piangere.

Abbiamo bisogno di fare debito e lo faremo, ma poi dobbiamo ripagarlo.

Vede che anche lei è vittima della magia? Certo che dovremo ripagare il debito, ma decidiamo noi come ripagarlo! Perché devono venire a dirci dall’alto come farlo? Siamo una democrazia, no? Invece l’Europa non lo è, non ha nemmeno una costituzione. Non ripeta quelle frasette, o vada a vivere in Olanda.

Come pensa che finirà lo scontro?

Finirà che noi perderemo, naturalmente, e faremo la fine della Grecia. O magari si troverà una via intermedia, perché nessuno può vincere tutte le battaglie. Si può trovare una via riformista. Per esempio Giulio Tremonti ha avuto una buona idea.

Parla del “prestito nazionale” per la ricostruzione lanciato sul Corriere della Sera?

Sì, un prestito garantito dalla banca centrale, non sottoposto a tassazione, per cercare di raccogliere le risorse per la ricostruzione nazionale, come nel Dopoguerra con la spinta di Luigi Einaudi e con la collaborazione di tutti. Questo si può fare. Però è una goccia nel mare, ci vorrà un aiuto internazionale.

Perché una goccia nel mare?

Ci vogliono almeno 1.000 miliardi per risolvere l’emergenza.

Addirittura mille?

Gli Stati Uniti hanno stanziato 2.000 miliardi per l’emergenza, eppure hanno una popolazione paragonabile a quella dell’Europa. Guardi che non si tratta solo dell’Italia, ma anche della Spagna, della Francia e della stessa Germania. Per questo la domanda “ma chi pagherà il debito?”, che lei ripete scioccamente, in preda a sua volta agli esorcisti, non ha nessun senso. Il tema è “chi ripagherà il debito europeo”, perché saremo costretti a far un debito europeo per uscire dall’emergenza. E sarà ripagato come l’abbiamo sempre ripagato: con la crescita. Se il tasso di crescita supererà il tasso di indebitamento, ne usciremo fuori. Ma questo debito bisognerà impiegarlo bene, non distribuendo redditi di cittadinanza, bensì creando nuove imprese, occasioni di lavoro. E soprattutto mettendoci in testa che per sconfiggere la pandemia non basta la medicina, serve anche la sociologia, la scienza dell’organizzazione e una buona tecnologia, come insegna la Corea del Sud.

Lei però non vede prendere corpo questa prospettiva.

Infatti parlo di “resurrezione”. La resurrezione può avvenire solo dopo la morte.

Nel libro accenna anche a una possibile uscita dall’euro della Germania «in modo violento e improvviso». Sarebbe la «prima guerra moderna che la Germania vicerà».

È una provocazione: Dato che i tedeschi si ritroveranno accerchiati da tutti, visto il gravame che gli altri Stati imporranno loro, finiranno per pensare che sia meglio il loro marco…

Secondo lei da una diversa politica economica avrebbe da guadagnare anche la Germania?

Certamente. Se questa tempesta non si risolve, la prima ad essere colpita sarà l’economia tedesca. La Germania pensa di salvarsi con l’esportazione verso la Cina, ma è un’illusione.

«Altro che “stare a casa”», scrive. Critica la politica dello stare a casa?

Critico la scelta di fare solo la politica dello stare a casa. Bisognava immediatamente attivarsi per la sanificazione degli apparati produttivi, identificare attentamente quali filiere potessero continuare a funzionare, eventualmente con una diminuzione dell’attività produttiva. Tutte le aziende hanno piani di business continuity, bisognava metterli in moto, con il coordinamento della Protezione civile. La Protezione civile però come era ai tempi di Zamberletti e di Bertolaso, capace di assumere il comando e non obbligata a fermarsi continuamente per fare appalti. Insomma, un potere eccezionale. Sarebbe bastata una riforma di un solo articolo.

Ormai sono tanti a scalpitare perché «bisogna ripartire».

Vede, la maggioranza della popolazione non va in giro in bici senza fare nulla, ma lavora, ha una famiglia, deve portare a casa un salario, e nel caso degli artigiani o dei piccoli commercianti deve portare a casa un profitto. Non si può vivere solo con lo smart working. Già negli anni Sessanta la maggioranza degli operai lavorava nelle piccole e medie imprese, si figuri ora.

Nel libro lei sostiene anche, suo malgrado, la necessità di un governo tecnico.

In linea di massima sono contrario ai governi tecnici, però ammetto che uno stato di eccezione come questo ne richiederebbe uno. Perché la nostra classe politica non ha alcuna formazione, è una mucillagine peristaltica. Scusi, ma perché ride? È una definizione sociologica scientifica, deriva da Wright Mills.

Adesso sono in molti ad auspicare un governo tecnico o di unità nazionale, e intendono Mario Draghi. Che ne dice?

Amico mio, il governo di unità nazionale è una comunità di destino. Non è il potere assoluto di una persona sola, è una comunità di persone che si unisce per un obiettivo.

Altra citazione dal suo libro: «La crescita inarrestabile della globalizzazione finanziaria e della Cina – che a essa è intimamente legata – possono entrambe subire una battuta d’arresto». Perché sostiene questo, quando tutti i governi sembrano essersi prefissi lo scopo di ritornare al mondo com’era prima della pandemia?

Nessun governo al mondo si prefigge ciò. Tutti sanno che il mondo cambierà, il problema è che è ora possibile che tale cambiamento porti con sé un aumento del potere geopolitico, non economico, della Cina.

Foto Ansa