Taiwan ha giĆ  vinto 10 medaglie, ma non partecipa alle Olimpiadi

Di Leone Grotti
03 Agosto 2021
Dal 1981 il paese ĆØ costretto a chiamarsi "Taipei cinese" per non irritare il regime. Pechino usa le Olimpiadi come arma per affermare la sua potenza geopolitica
Lee e Wang trionfano nel doppio maschile di badminton alle Olimpiadi di Tokyo 2020

Lee e Wang trionfano nel doppio maschile di badminton alle Olimpiadi di Tokyo 2020

Alla cerimonia di premiazione del doppio maschile di badminton alle Olimpiadi di Tokyo, Lee Yang e Wang Chi-lin sono saliti sul gradino più alto del podio. Ma la bandiera issata dagli organizzatori non era quella del loro paese e l’inno suonato non era quello che avrebbero voluto cantare. Lee e Wang, infatti, sono taiwanesi e nonostante abbiano battuto in finale la coppia cinese, ad aver vinto sul piano diplomatico ĆØ stata ancora una volta la Cina.

Taiwan alle Olimpiadi “non esiste”

Dal punto di vista formale Lee e Wang non competono per “Taiwan” ma per “Taipei cinese”: ĆØ questo il compromesso raggiunto dal paese per partecipare alle competizioni internazionali dal 1981. Anche la bandiera sotto la quale gli atleti taiwanesi hanno sfilato durante l’inaugurazione dei Giochi non ĆØ quella rossa con un rettangolo blu che reca un sole bianco con dodici raggi. BensƬ un fiore di susino stilizzato su campo bianco con al centro il sole e i cerchi olimpici. L’accordo raggiunto con il Comitato olimpico internazionale prevede infatti che gli atleti asiatici non possano utilizzare alcun simbolo che faccia intendere che Taiwan ĆØ una nazione sovrana.

Nonostante Taiwan esista come paese autonomo e indipendente dal 1949, la Cina considera l’isola di Formosa come un elemento dell’unica Cina da riunire alla madrepatria e impedisce di riconoscerne l’indipendenza a livello internazionale. Per questo Taiwan ĆØ stato estromesso dall’Onu nel 1971 e non ha potuto partecipare durante la pandemia neanche alle riunioni dell’Oms. Soltanto 15 paesi, tra cui il Vaticano, mantengono rapporti diplomatici con Taiwan e non con la Cina.

Da 30 anni la Cina “cancella” Taiwan

Lo scontro politico tra Taiwan e Cina influisce sulla partecipazione alle Olimpiadi degli atleti dell’isola da trent’anni. Nel 1952, Taiwan si chiamò fuori per la presenza della Cina. Nel 1956 partecipò come “Formosa-Cina”, nel 1960 come Taiwan, nel 1972 come Repubblica di Cina, nel 1976 boicottò i Giochi per poi essere sospesa su pressione di Pechino e nel 1981 riprese a gareggiare con il nome di compromesso “Taipei cinese”. La soluzione piace agli atleti dell’isola, che non vogliono rischiare di rimanere esclusi dalla competizione.

Questo però non significa che intendano adeguarsi anche al di fuori del rituale delle cerimonie. Dopo la vittoria nel badminton, Lee non si ĆØ fatto sfuggire l’occasione di dedicare su Facebook Ā«questa medaglia d’oro al mio paese: TaiwanĀ». Anche il Giappone, sempre più spaventato dall’aggressivitĆ  cinese, ha voluto giocare uno scherzetto a Pechino: durante l’inaugurazione dei Giochi, infatti, il commentatore ha salutato la discesa in campo degli atleti dell’isola parlando di “Taiwan” e non di “Taipei cinese”.

Fischia l’inno cinese: arresto a Hong Kong

Per il regime guidato da Xi Jinping anche lo sport ĆØ politica e le Olimpiadi sono un’ottima occasione per riaffermare il predominio geopolitico del Partito comunista cinese. CosƬ venerdƬ ĆØ stato arrestato a Hong Kong un uomo di 40 anni per aver fischiato in un centro commerciale dell’ex cittĆ  autonoma l’inno cinese suonato a Tokyo in occasione della vittoria della medaglia d’oro da parte dello schermidore Edgar Cheung Ka-long. Durante la premiazione sventolava la bandiera di Hong Kong, ma l’inno era quello cinese. L’uomo, tradito da un video online nel quale ha gridato Ā«Noi siamo Hong Kong!Ā», rischia tre anni di carcere.

Anche prima della premiazione di venerdƬ, un giocatore di badminton di Hong Kong, Angus Ng, ĆØ stato criticato da un partito pro Pechino per aver giocato con un completo nero. Il colore nell’isola ĆØ associato alle proteste oceaniche contro la legge sull’estradizione. L’atleta ha spiegato che ha dovuto indossare il completo nero solo perchĆ© gli ĆØ stato impedito di stampare la bandiera di Hong Kong sulla sua maglietta.

Il lupo comunista travestito da agnello

Mentre la Cina non perde occasione per rivestire di politica anche le Olimpiadi, i megafoni del Partito come il Global Times elogiano Ā«l’importante lezione dello sport che trascende i confini per l’umanitĆ  in un momento in cui il mondo deve affrontare un’ondata di nazionalismo e populismo senza precedentiĀ». Gli atleti competono per l’oro, certo, Ā«ma la comprensione reciproca e l’unitĆ  trascendono nazionalitĆ  e razzeĀ». Come sempre, il lupo comunista ĆØ abilissimo a travestirsi da agnello.

@LeoneGrotti

Foto Ansa

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