«Io mi dichiaro colpevole di aver lottato per la libertà di Hong Kong»

Il discorso pronunciato in aula al processo dall’attivista, accusato di aver partecipato a una marcia pacifica non autorizzata

Lee Cheuk-yan durante una manifestazione di protesta contro la Cina a Hong Kong
Lee Cheuk-yan, al centro della foto, durante una manifestazione e Hong Kong

Pubblichiamo il discorso tenuto ieri da Lee Cheuk-yan in aula a Hong Kong durante il processo che lo vede imputato per aver partecipato alla marcia pacifica “non autorizzata” del 19 agosto 2019, nell’ambito delle proteste contro la legge sull’estradizione. L’ex parlamentare, segretario generale della Confederazione dei sindacati di Hong Kong e presidente dell’Alleanza a sostegno dei movimenti democratici in Cina, invitato nel novembre 2019 da Tempi a Milano a parlare all’incontro “La libertà è la mia patria. Da piazza Tienanmen a Hong Kong” (qui il video), è già stato condannato una settimana fa per aver partecipato a un’altra marcia non autorizzata. Anche Jimmy Lai, il magnate dell’editoria imputati in entrambi i processi (e in un altro per violazione della legge sulla sicurezza nazionale), si è dichiarato colpevole. Il verdetto di entrambi i processi sarà annunciato nell’udienza del 16 aprile.

Vostro onore, io mi dichiaro colpevole, ma non ho commesso alcun errore nell’affermare il diritto del popolo a una marcia pacifica e credo che la storia mi assolverà. Se posso, le dirò qualcosa sul mio background così che possa capire perché ho deciso di marciare con il popolo per il futuro di Hong Kong.

In quanto cristiano, a Pasqua le scritture mi hanno ricordato come Cristo sia andato incontro al suo destino sulla croce, sacrificando se stesso per riconciliare l’umanità peccatrice con Dio. A partire dal suo arresto, passando per la sua persecuzione fino alla morte decisa da Pilato, è stato un prigioniero politico che non ha commesso altro crimine se non quello di essere una minaccia per la gerarchia ebraica servendo il popolo e gli oppressi, predicando la buona novella.

Lungo tutta la storia, i diritti di cui ora gode l’umanità sono stati conquistati da prigionieri politici come Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela. Negli anni ’80 sono stato a capo del movimento anti-apartheid di Hong Kong e ricorderò sempre la determinazione di Nelson Mandela quando parlò durante il suo processo nel 1963 di «un ideale per il quale sono pronto a morire». Il suo ideale era l’uguaglianza per i sudafricani neri e per questo spese 27 anni in prigione. Sono rimasto emozionato quando nel 1994 Mandela fu eletto presidente del Sud Africa, dando agli oppressi di tutto il mondo la speranza che la giustizia possa essere raggiunta attraverso la persistente lotta del popolo.

Mi sono dilungato perché Mandela ha ispirato il mio attivismo per i diritti dei lavoratori e per la democrazia, iniziato nel 1978. L’ideale della mia vita è rafforzare i poveri e gli oppressi perché possano far sentire la propria voce e alzarsi per difendere i propri diritti. Ogniqualvolta l’oppresso afferma il diritto di combattere per la propria dignità, io mi sento più forte e ispirato per continuare la difficile battaglia per Hong Kong.

Mi sono chiesto che cosa sarebbe la mia vita senza questa battaglia. Questa battaglia è la mia vita. Non posso immaginare la mia vita senza di essa. È da 43 anni che mi batto per questo, vostro onore, e deve capire quanta sofferenza e dolore io provi nel vedere come il potere statale abbia utilizzato la sua forza brutale contro il popolo e quanti abitanti di Hong Kong si siano sacrificati e ora siano feriti, in carcere o in esilio. Mi è penoso anche assistere alla deprivazione dei diritti basilari del popolo e la regressione della democrazia a Hong Kong. Ho visto i miei ideali crollare ma continuerò questa battaglia anche se l’oscurità ci circonda. Per questo ideale sono pronto a ricevere qualunque verdetto.

Vostro onore, lei potrebbe dire che la legge è la legge e che io dimostro di non avere alcun rimorso per aver infranto la legge partecipando alla manifestazione del 31 agosto. Io spero che lei capisca l’estrema importanza che io attribuisco ai diritti della libertà di espressione e di assemblea. Questo è il solo modo che i deboli e gli oppressi hanno per correggere i torti che vengono loro fatti. Se li si priva di questi diritti, io non posso che parlare di violenza sistematica a danno del popolo e non voglio vedere la città di Hong Kong governare sulla base della violenza sistematica. Ecco perché sono disposto a fare tutto ciò che posso per affermare il diritto del popolo a marciare in modo dignitoso e pacifico per esprimere se stesso.

Vostro onore, lei deve applicare la legge con passione e io rispetto il suo ideale. Mi permetta di citare il giudice [della Corte Suprema americana] appena scomparso, Ruth Bader Ginsburg: «I giudici continuano a pensare e possono cambiare. Spero che se la corte ha un angolo cieco oggi, i suoi occhi si apriranno domani».

Sono rimasto davvero impressionato dalla sua passione per l’uguaglianza di genere, per la quale ha combattuto tutta la vita, e da quello che è riuscita a ottenere. Il suo messaggio era che i tempi cambiano e che i giudici dovrebbero stare al passo con i tempi. Forse il peggio per Hong Kong deve ancora venire e abbiamo bisogno che la professione legale apra gli occhi davanti alla sofferenza del popolo e rifletta su come cambiare la legge per far avanzare i diritti e la dignità del popolo.

Io mi sottometto umilmente al suo verdetto e qualunque sia la sentenza, non sono affatto pentito di essermi levato in piedi per i diritti del popolo di Hong Kong.

Foto Ansa