Quella strana e bella favola di “Gravity”, profezia hollywoodiana della comunione cattolica

Qui su questo pianeta come a seicento chilometri dalla terra, c’è un’esperienza di solitudine della persona che niente e nessuno può colmare. E c’è un grido della ragione – dell’intelligenza e del cuore – che presto o tardi urge risposta

Riflettendo sulle prime missioni nello spazio e riprendendo un’idea del fisico Heisenberg, Hannah Arendt ha osservato che l’uomo «nel suo andare a caccia della realtà oggettiva ha improvvisamente scoperto di essere sempre soltanto di fronte a se stesso». Cos’è questo “se stesso”? E in che senso saremmo “sempre e soltanto” di fronte a noi stessi? L’esperienza dice che, siamo al lavoro in un call center o nel silenzio sotto le stelle, nel sottoscala aziendale o sulla piramide di una multinazionale, ciò che potremmo chiamare “routine” alla fine della nostra giornata, altro non è che mistero. Un mistero, direbbe il matematico Severi, che come barriera elastica si oppone al suo superamento. Tant’è.

Cos’è la bella idea, sempre ricorrente nella modernità e sempre più velocemente in via di aggiornamento nella postmodernità, secondo cui la “scienza” (formula che sintetizza il repertorio delle cosiddette “conoscenze oggettive”, al punto che anche le chiese si sono sentite in dovere di aprire accademie di “scienze religiose”) conterrebbe in sé tutto il metodo e gli strumenti per indagare esaustivamente il nostro mistero? È un povero mito, una misera illusione.

Come miti e illusioni furono il tempo liberato dalla lotta di classe e dal materialismo scientifico di Marx e Engels che avrebbero dovuto conquistare l’Eden di una cuoca al potere e tutti gli altri cittadini a pescare al di là di ogni divisione di razza e classe sociale, e invece hanno conquistato vasti cimiteri sotto il terrore. Come miti e illusioni sono i leaks, gli scambi di comunicazione alla velocità della luce, la rete, le tecnologie, il sapere nella “trasparenza” che, dicono, ci fa tutti potenziali cittadini di una potenziale democrazia globale. E invece arriva un mondo regredito e rimpicciolito a ciò che fu l’universo prima del big bang, un mondo grande quanto una mela elettronica che sta su un palmo di mano e che serve ad autoconsegnarci, a reciprocamente controllarci e, dall’alto in basso, secondo i vari gradini e posizioni di potere, a spiarci.

Ciò che la Arendt non poteva prevedere è che un giorno Hollywood avrebbe dato corpo alla sua idea dell’astronauta come simbolo di una condizione umana impegnata a conseguire un punto di conoscenza tanto “oggettivo” da essere letteralmente “fuori dal mondo”. Ebbene, narra la favola di Gravity, cambiato l’ordine e la disposizione dell’uomo nell’universo, ti trovi nel tuo laboratorio di biologia o, come in Gravity, a seicento chilometri dalla terra, il risultato non cambia: c’è un’esperienza di solitudine della persona che niente e nessuno può colmare. E c’è un grido della ragione – dell’intelligenza e del cuore – che presto o tardi urge risposta. Quale?, si dice l’astronauta-scienziata mentre si rassegna a procurarsi una dolce morte. «Non posso neanche pregare, perché nessuno mi ha insegnato le preghiere».

Ebbene, Gravity si inventa una risposta da favola, giustapposta alla realtà, ma sommamente attesa dal profondo di quel “se stesso” davanti al quale sempre e soltanto ci troviamo. E strano, è una risposta che non rinvia al “se stesso” puro impegnato nella più pura ricerca. Ma somiglia piuttosto alla pura e semplice comunione cattolica dei santi-se-stessi in terra e in cielo.