Quebec, per avere l’eutanasia basta che la vita non abbia più senso

Una legge deve prevenire i suicidi, la morte naturale e non discriminare nessuno. Una sentenza apre all’aiuto al suicidio per tutti. E a farne le spese è chi non vuole morire

In Quebec i requisiti della legge per avere accesso all’eutanasia (essere affetti da una malattia incurabile per la quale «la morte naturale è ragionevolmente prevedibile») sono discriminatori. Lo ha stabilito un giudice della Superior Court che ha deciso di invalidare le norme federali in quanto «troppo restrittive e quindi incostituzionali» concedendo sei mesi ai legislatori per modificare la normativa.  

FINE VITA PER CHI NON È IN FIN DI VITA

Per Christine Baudouin le leggi in vigore sul fine vita hanno fino ad oggi privato del diritto ad una «morte serena e dignitosa» due cittadini che non sono in fin di vita: Nicole Gladu e Jean Truchon. A loro il giudice ha concesso una dispensa: potranno cercare assistenza medica al suicidio fin da subito esercitando il loro diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza, garantito dalla Carta dei diritti e delle libertà.

LA MORTE NATURALE IMPEDISCE ALLE PERSONE DI MORIRE QUANDO VOGLIONO

Gladu soffre di sindrome post-poliomielitica, secondo i medici le sue condizioni polmonari le permetterebbero di vivere almeno altri due o tre anni. Truchon ha una paralisi cerebrale, una disabilità motoria permanente che fin dalla nascita non gli permette di usare tre arti su quattro e che ora ha compromesso anche l’uso del quarto: secondo i medici vivrà ancora a lungo. Il giudice ritiene però che le attuali disposizioni sul suicidio assistito obblighino entrambi a vivere una vita che non ha più senso per loro: «Il requisito di “morte naturale ragionevolmente prevedibile” priva sia gli individui che i richiedenti della loro autonomia e della loro scelta di porre fine alla loro vita nel momento e nei modi desiderati, che devono restare una decisione del tutto personale», ha scritto nella sentenza. «Questo requisito li costringe a porre fine alla loro vita mentre sono ancora fisicamente in grado di farlo, o di intraprendere azioni affrettate, che li faranno soffrire per qualificarsi per l’aiuto (al suicidio) e scongiurare l’agonia. In questo senso, nega loro il diritto di avere una morte dignitosa e serena».

IL TRIBUNALE RINGRAZIA GLADU E TRUCHON

Sposando le motivazioni dell’avvocato di Gladu e Truchon, Jean-Pierre Menard (che aveva sostenuto che leggi restrittive avrebbero obbligato tante persone a optare per il suicidio o lo sciopero della fame, «una morte crudele»), il giudice ha elogiato «il coraggio e la determinazione di due individui eccezionali, il signor Jean Truchon e la signora Nicole Gladu, che hanno portato questa causa sulle loro spalle. Il tribunale rimarrà per sempre segnato dalla loro testimonianza e desidera trasmettere loro il rispetto più profondo».

UCCIDERLI PER ARGINARE I SUICIDI

La sentenza è stata accolta tra gli applausi del Quebec dove la filosofia “uccidiamoli così non dovranno suicidarsi” sembra trovare d’accordo tutti. Il ministro della salute del Quebec, Danielle McCann, ha assicurato che il governo analizzerà la sentenza di 187 pagine ed è aperto all’ampliamento della legislazione sulla morte assistita. Il premier Francois Legault ha ricordato che il suo partito ha promesso di ampliare i parametri durante l’ultima campagna elettorale e che oggi ha un ulteriore motivo per mantenere la promessa. Dying With Dignity Canada ha rivolto un appello a tutti i politici perché nessuno debba più «aspettare anni o addirittura decenni per esercitare il diritto a una morte pacifica».

MORIRE, UNA SCELTA COME UN’ALTRA

Il caso di Gladu e Truchon segna la definitiva inversione di prospettiva a quattro anni dall’entrata in vigore della legge sull’eutanasia: secondo l’ultimo rapporto presentato in parlamento, a marzo 2018 già 1.664 persone avevano fatto ricorso all’aiuto medico alla morte in Quebec nonostante le linee guida lo ritenessero «l’ultima opzione da esplorare». Un’opzione ormai trattata alla stregua di una scelta amministrativa come un’altra, investita però di ipocrita paternalismo: le sale d’aspetto degli ospedali del circuito William Osler Health System in tutto il Canada sono tappezzate di annunci pubblicitari che sponsorizzano l’eutanasia, senza fare riferimento né alle cure palliative né ad altri modi di affrontare la malattia. Il Maid (Medical Assistance in Dying, che fa un morto ogni tre ore) riscuote entusiasmo in tutto il paese: cura i bilanci e foraggia la retorica della libertà di scelta.

LA BUFALA DELLA LIBERTÀ DI SCELTA

Ai malati, terminali e non – è stato detto e si continua a ribadire anche in Italia alla vigilia della pronuncia della Corte Costituzionale sul caso Cappato-, non si imporrebbe nulla con la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito; al contrario si offrirebbe loro la possibilità di decidere come terminare la propria vita. Peccato che proprio in Quebec sia ampiamente dimostrato che la realtà è molto diversa: il governo spende per le cure palliative una cifra tale da garantirne l’accesso solo al 30 per cento della popolazione mentre il suicidio assistito è gratis per tutti. Dove sarebbe la tanto sbandierata libertà di scelta? In Ontario Roger Foley, 43 anni, affetto da atassia cerebrale, è stato costretto a fare causa all’ospedale e al governo che gli proponevano due opzioni: pagare più di 1.500 dollari al giorno per le cure, cifra che non può permettersi, oppure «ricorrere gratuitamente al suicidio assistito. Ma io voglio vivere, non morire».

COSA VI TOGLIE UNA LEGGE SULLA MORTE ASSISTITA? UNA VITA ASSISTITA

Che cosa toglie una legge sulla morte assistita a chi non la desidera? La possibilità di una vita assistita. E non è solo questione di soldi e nemmeno degli inevitabili abusi documentati in ogni angolo del mondo una volta fatta la normativa: Cappato è alfiere di una proposta di legge in Italia rivolta solo a «persone maggiorenni affette da patologie irreversibili, che si sottopongono a sofferenze insopportabili e che hanno reiteratamente espresso e manifestato questa volontà in capacità di intendere e di volere». Ebbene anche in Canada occorreva avere almeno 18 anni, essere in grado di intendere e volere, essere affetti da una malattia incurabile per la quale «la morte naturale è ragionevolmente prevedibile». Eppure, abbiamo già visto dove conduce il criterio della «sofferenza insopportabile: nei Paesi Bassi ad ammazzare 293 anziani solo nel 2017 e solo perché «stanchi di vivere» a causa di molteplici acciacchi dovuti all’età (205 nel 2018), 378 pazienti affetti da problemi mentali, 859 persone affette da demenza, 15 minori. In Quebec basterà ora che la vita non abbia più senso. Ogni tentativo di arginare la decisione sarà bollato come discriminazione.

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