«Perché, invece di curarmi, continuate a propormi di morire con l’eutanasia?»

Roger Foley, canadese di 42 anni affetto da malattia neurodegenerativa, pubblica gli audio sconvolgenti in cui i medici di un ospedale pubblico gli consigliano insistentemente di uccidersi per liberare il posto letto

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Roger Foley, canadese di 42 anni, è affetto da atassia cerebellare, una patologia neurodegenerativa che sta lentamente compromettendo le sue funzioni vitali e che l’ha reso incapace di muoversi e nutrirsi in modo autonomo. Ricoverato da due anni presso il London Health Science Centre’s Victoria Hospital, a settembre la sanità pubblica non coprirà più il costo della sue cure nella struttura. A Foley rimangono dunque due opzioni: pagare più di 1.500 dollari al giorno per le cure, cifra che non può permettersi, oppure «ricorrere gratuitamente al suicidio assistito. Ma io voglio vivere, non morire».
REGISTRAZIONI AUDIO. Il 14 febbraio Foley ha fatto causa all’ospedale e al governo dell’Ontario e il 2 agosto per spezzare la cortina di silenzio dei media, che continuano a non interessarsi del suo caso, ha inviato all’emittente canadese Ctv News due registrazioni audio, una risalente al settembre 2017 e una al gennaio 2018, nelle quali il personale dell’ospedale cerca ripetutamente di spingerlo a uccidersi con l’eutanasia.
«IL PIANO FATTIBILE». Nella prima, un dipendente dell’ospedale gli ricorda che da settembre per restare nel suo letto «dovrà pagare più di 1.500 dollari al giorno, non conosco la cifra esatta». Foley ribatte che «minacciare i pazienti in questo modo è illegale» ma l’uomo continua: «Noi non facciamo questo tipo di discorsi in ogni situazione, ma solo in quelle in cui c’è un piano fattibile previsto dalla comunità che il paziente non accetta». Foley ribatte: «Non sono stato informato, qual è questo piano?». «Roger, io faccio la mia parte, che consiste nel ricordarti che se tu fossi interessato al suicidio assistito…».
«PERCHÉ VOLETE OBBLIGARMI?». In un secondo audio, quello che sembra uno psicologo chiede a Foley se ha mai avuto pensieri suicidi. Il paziente risponde: «Penso spesso a porre fine alla mia vita, ma solo per il modo in cui vengo trattato in questo ospedale e per come vanno le cose. Se potessi ottenere la possibilità di essere curato a casa, non ci penserei». L’uomo controbatte: «Ma se tu non ottenessi questa possibilità, tu puoi semplicemente ricorrere al suicidio assistito se vuoi porre fine alla tua vita. Sai cosa intendo? Non c’è bisogno che lo fai in modi tragici, puoi accedere al suicidio assistito, lo sai». «Perché volete obbligarmi a togliermi la vita?». «No no no no, non sto dicendo quello, non fraintendere. Dico solo che se ti senti così, se hai questi pensieri, so che hai chiesto di non fornirti forchette o coltelli… Non sono qui per difendere l’ospedale, ma nessuno è mai rimasto qui tanto a lungo quanto te, due anni».
COLPA DEL SUICIDIO ASSISTITO. Se Foley ha deciso di pubblicare le registrazioni è solo perché «voglio che tutti i canadesi conoscano la mia situazione, che ultimamente è peggiorata così tanto che sono quasi morto. Voglio che tutti sappiano la verità prima che sia troppo tardi perché la mia voce venga ascoltata». E qual è la verità? «Quello che sta succedendo a me, in Canada, è dovuto alla legalizzazione del suicidio assistito unita alla mancanza di cure appropriate per chi soffre. Io non ho ricevuto le cure di cui ho bisogno, al loro posto mi è stato offerto il suicidio assistito. Ma io voglio vivere con dignità il tempo che mi resta».
CURE INADEGUATE. La battaglia di Foley si concentra proprio sulle cure. Prima di essere ricoverato in ospedale, infatti, l’uomo riceveva cure a domicilio attraverso dei professionisti selezionati da un’agenzia governativa. Ma Foley, senza essere ascoltato dall’agenzia, ha più volte denunciato il fatto che le cure che gli venivano offerte erano inadeguate: «Mi sono state date più volte le medicine sbagliate, mi hanno preparato da mangiare cose per cui ho avuto intossicazioni alimentari. Gli inservienti si addormentavano in salotto mentre le cose in cucina prendevano fuoco e sono rimasto ferito durante gli esercizi e i trasferimenti».
«SITUAZIONE ASSURDA». Per questo è stato trasferito in ospedale e ora i medici vogliono che torni al regime precedente, ma Foley ha paura e ha chiesto di poter accedere a un servizio della sanità pubblica (self-directed funding), che prevede che il paziente possa scegliere personalmente chi deve prendersi cura di lui. Ma il servizio gli è stato negato e l’unica alternativa possibile è il suicidio assistito. Secondo il suo avvocato, Ken Berger, visti i precedenti, «è assurdo che il suo problema non sia stato risolto dall’Ontario».
«CASO INQUIETANTE». Michael Bach, direttore dell’Istituto canadese per la ricerca e lo sviluppo sull’inclusione e la società, che difende i diritti dei disabili, ha dichiarato a Ctv News: «Il caso di Roger è veramente inquietante e riflette esattamente le preoccupazioni di molti esperti legali in tutto il paese che hanno denunciato la mancanza di tutele nel sistema che regola l’eutanasia. Il problema è questo: il suicidio assisto è considerato una forma di intervento sanitario, ma non è così».
Trudo Lemmens, docente presso la facoltà di legge dell’università di Toronto, ha aggiunto sempre parlando all’emittente canadese: «Il caso è allarmante. Offrono il suicidio assistito a un paziente che lamenta di non essere curato in modo adeguato. Le cose non dovrebbero andare così. Non si può offrire la morte a un paziente che ha chiaramente fatto intendere di non voler morire».
LA LEGGE. Da quando l’eutanasia è stata liberalizzata in Canada da una sentenza della Corte Suprema nel 2016, sono già morte 3714 persone (dati aggiornati al 2017). La legge è una delle più liberali al mondo e l’obiezione di coscienza, pur non essendo vietata, è di fatto fortemente scoraggiata come dimostra il caso dell’infermiera Mary Jean Martin, che in un’intervista a Tempi ha raccontato la sua storia: «Sono stata licenziata solo perché non voglio uccidere».

Foto Ctv News

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