I profughi cristiani di Mosul, protetti solo dal Cielo. E dalla generosità dei curdi. «Cosa aspettano i paesi europei a correre in aiuto?»

Voci e storie da un esodo di proporzioni bibliche. In Kurdistan non c’è più spazio: «Facciamo appello a tutti i paesi di tradizione cristiana e non solo, affinché le famiglie di Mosul, Ninawa e Qaraqosh non vengano sradicate dalla loro terra»

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«Mi sono commossa quando ho visto sulle nostre tv le immagini degli sfollati cristiani che arrivavano nei centri di raccolta del Kurdistan spogliati di tutto, derubati fino all’ultimo orecchino delle loro bambine. Mi sono venuti in mente i giorni delle rappresaglie di Saddam Hussein e successivamente dell’operazione Anfal, quando vennero confiscate le dimore dei curdi che si opponevano al suo regime, e io dovetti abbandonare casa mia insieme alla mia famiglia sotto lo sguardo di uomini armati. In ogni profugo noi curdi rivediamo la nostra stessa storia, per questo ospitiamo i cristiani di Mosul e Qaraqosh e i fuggitivi di tutte le etnie e religioni sul nostro territorio. Ma perché i paesi europei, di tradizione cristiana, non corrono in aiuto di queste persone? Perché non si impegnano massicciamente sul fronte umanitario? Questo mi scandalizza. Mi sento di fare un appello all’umanità, a tutti i paesi di tradizione cristiana e non solo, affinché le famiglie di Mosul, Ninawa e Qaraqosh non vengano sradicate dalla loro terra e non siano costrette a fuggire dalle loro case, come successe in passato al popolo curdo».

cristiani-perseguitati-iraq-tempi-copertinaA parlare è la signora Rezan Kader, Alto rappresentante del Governo regionale del Kurdistan iracheno (Krg) in Italia. E sarebbe bello che i suoi interrogativi aiutassero a concentrare i riflettori su quest’ultima infornata di vittime del fanatismo: i cristiani iracheni del nord del paese spogliati di tutti i loro beni, dalle case agli effetti personali, con modalità che, come ha ricordato il patriarca caldeo Louis Sako, nemmeno Gengis Khan arrivò a concepire e praticare quando otto secoli fa invase i territori che corrispondono all’Iraq di oggi; le altre minoranze etniche e religiose che l’Isil ha deciso di cacciare dai territori che ora controlla con un’operazione di pulizia etno-religiosa che non risparmia gli edifici sacri dei vari culti: sciiti, yazidi, shabak.

Il Kurdistan che ospita profughi di etnia e/o religione diverse da quelle della sua maggioranza merita gli applausi, ma avrebbe bisogno anche di tanto aiuto perché da solo non ce la può fare. Si calcola che l’avanzata dell’Isil fra giugno e oggi abbia causato 500 mila sfollati, 300 mila dei quali si sono diretti nel Kurdistan, dove nella prima metà di quest’anno sono arrivati anche 250 mila profughi dalla Siria. In totale, calcolando sfollati interni iracheni e profughi, nell’attuale Kurdistan iracheno si stima la presenza di 1,2 milioni di persone fuggite da situazioni di pericolo, molte delle quali sono installate in 1.600 campi profughi e centri di accoglienza che sono stati nel corso del tempo attrezzati. Tutte le altre si sono ricongiunte a parenti o altri affini già insediati da molto tempo in territorio curdo. In tutto l’Iraq, profughi e sfollati sono arrivati a 2 milioni.

A parte gli ovvi problemi logistici creati da un esodo di massa in piena stagione estiva (con temperature diurne normalmente superiori ai 40 gradi), c’è un grosso problema politico che incombe come un macigno pericolante sulle teste dei profughi e non solo sulle loro: dall’inizio di quest’anno il governo centrale di Baghdad non versa più al Krg quel 17 per cento del bilancio dello Stato che a norma di costituzione gli toccherebbe. A causa di una controversia che riguarda l’estrazione e la vendita del petrolio dai nuovi pozzi petroliferi della regione. Per colmare il buco nei conti, il Krg ha cominciato a vendere direttamente all’estero il petrolio estratto dai suoi pozzi, sfruttando l’oleodotto che collega il suo territorio al porto turco di Ceyhan (i rapporti fra la Turchia di Erdogan e il governo del Kurdistan iracheno sono molto buoni da tempo), e questo ha acuito la tensione fra le due parti, perché Baghdad considera illegali tali vendite.

Gesti di rottura e riavvicinamenti si susseguono da settimane: il premier uscente al Maliki è arrivato ad accusare i curdi di dare ospitalità ai leader dell’Isil sul loro territorio, mentre il presidente del Kurdistan Massoud Barzani ha dichiarato che un referendum di autodeterminazione per la secessione della regione dall’Iraq è imminente; nello stesso tempo le due parti hanno concorso all’elezione di due delle tre principali cariche istituzionali nazionali, da rinnovare dopo le elezioni politiche dell’aprile scorso: la presidenza del Parlamento, andata al sunnita Salim al Juburi e la presidenza della repubblica dell’Iraq, per la quale è stato scelto il curdo Fuad Masum. Ma il nodo dei mancati trasferimenti finanziari resta immutato e grave, al punto che da mesi il Krg ha grosse difficoltà a pagare gli stipendi della funzione pubblica e le pensioni di guerra, che da sole portano via il 70 per cento del suo bilancio.

Il Kurdistan iracheno è una regione abitata da 5 milioni di persone (sfollati e profughi rappresentano più di un quinto dei residenti) senza sbocchi sul mare, che importa l’80 per cento delle merci di cui ha bisogno dalla Turchia. Lo sforzo che il suo governo e i suoi abitanti, in particolare le sue minoranze religiose, stanno facendo per aiutare gli sfollati è eroico, ma difficilmente potrà protrarsi ancora a lungo. In una dichiarazione ad Afp del 4 luglio scorso il vice capo del dipartimento per le relazioni con l’Estero del Krg Dindar Zebari aveva detto: «Tante organizzazioni partecipano agli aiuti, ma la situazione per il governo regionale è difficile e i consigli provinciali non hanno abbastanza denaro per assistere gli sfollati». Aveva aggiunto che il governo centrale di Baghdad normalmente fornisce un aiuto una tantum equivalente a 250 dollari per famiglia agli sfollati, ma era necessario registrarsi per riceverlo, cosa non facile per molti nuclei familiari nella situazione attuale.

L’intervento degli Emirati Arabi
Due settimane dopo il primo ministro del Krg Nechirvan Barzani, in una dichiarazione diffusa dall’agenzia di stampa del suo governo che è un appello perché sia fornita assistenza ai cristiani sfollati in territorio curdo ma anche un atto di accusa contro Baghdad, ha fatto il punto sulle difficoltà finanziarie: «Il governo regionale del Kurdistan, in coordinamento con l’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ha fornito assistenza a centinaia di migliaia di profughi e sfollati che hanno trovato rifugio nella regione del Kurdistan. Tuttavia il numero di rifugiati e sfollati aumenta di giorno in giorno. Il governo iracheno, che ha sospeso i trasferimenti dal bilancio nazionale a quello del Krg, ha nello stesso tempo rifiutato di assumersi qualunque responsabilità per gli sfollati interni che attualmente hanno trovato rifugio nella nostra regione. A causa di tali circostanze e della difficile situazione economica che il governo iracheno ha causato in Kurdistan, facciamo appello a tutti i paesi, alle organizzazioni caritative e alla comunità internazionale perché forniscano assistenza ai profughi e agli sfollati nella nostra regione».

Il Barzani primo ministro ha ricevuto e ringraziato il console degli Emirati Arabi Uniti a Erbil, unico paese che ha messo mano al portafoglio per questi profughi. Antonio Guterres, l’Alto commissario Onu per i Rifugiati che ha visitato il Kurdistan, ha annunciato il suo sollievo per l’imminente versamento di 500 milioni di dollari da parte dell’Arabia Saudita destinati a questa nuova crisi umanitaria, e ha lodato esplicitamente il governo e la popolazione della regione: «Sono edificato dalla generosità e dalla solidarietà del governo e del popolo del Kurdistan in questo difficile momento. Va apprezzata questa politica di mantenere le porte e i confini aperti alle persone in cerca di aiuto a prescindere dall’etnia o dalla religione. Questo atteggiamento di tolleranza e apertura ha un importante significato simbolico in un momento in cui dobbiamo evitare a tutti i costi una guerra di religione in Iraq».

Come s’è detto all’inizio, l’Isil si è accanito su tutte le minoranze religiose, non solo sui cristiani. Anche molti musulmani sunniti si sono sentiti in pericolo al punto di fuggire. Quasi solo ai cristiani, però, è capitato di essere completamente spogliati dei loro beni, dopo essersi illusi che niente di male sarebbe loro capitato. Per tre settimane, infatti, la vita si è svolta serenamente dopo la presa di Mosul da parte dell’Isil, a parte le croci sulle chiese sostituite dalla bandiera nera dei jihadisti e una statua della Vergine Maria distrutta. L’unica accortezza consisteva nell’adozione da parte delle donne cristiane dell’abbigliamento femminile islamico di stretta osservanza. Poi nel giro di tre giorni sono arrivate le “n” di “nazareni” dipinte sulle pareti esterne delle case dei cristiani, la scritta “proprietà dello Stato islamico” apposta il giorno successivo e infine l’editto che imponeva ai cristiani di scegliere fra quattro possibilità: convertirsi all’islam; pagare la tassa speciale di sottomissione (la jizya); andarsene per sempre dalla città; essere uccisi. Pochissimi hanno scelto l’opzione numero uno, nessuno la numero due per il semplice motivo che già da anni i cristiani di Mosul erano taglieggiati dall’Isil e da altre bande islamiste che riscuotevano il “pizzo” sulle loro attività commerciali. Fra l’altro l’importo dell’imposta fissata dallo Stato islamico è di 550 mila dinari, una cifra insostenibile per la maggior parte degli iracheni: equivale a 450 dollari americani, che è l’ammontare del salario mensile di un insegnante di prima nomina.

Nel “Vaticano” dei caldei
Quel che è successo ai cristiani in fuga da Mosul il 19 luglio (data di scadenza dell’ultimatum) è stato raccontato da molti testimoni. «Abbiamo ficcato tutte le nostre cose dentro a due auto. Sono partita con mio marito e due figli», ha raccontato una donna. «Contrariamente a quanto accaduto ad altri che sono passati dopo di noi, non ci hanno preso la macchina, ma hanno rubato tutto il denaro e i bagagli. Hanno perfino voluto il biberon del mio bambino più piccolo», ha raccontato una donna cristiana profuga a Erbil all’inviato di Le Monde.

La Aina, Assyrian International News Agency, chiarisce che il fato dei cristiani di Mosul è stato condiviso anche dai cristiani di altre località della zona: «L’Isil ha creato due posti di blocco all’uscita da Mosul nei quartieri di al Sada e Biawaizah e ha derubato e spogliato tutti i cristiani che abbandonavano la città. È stato sottratto loro denaro, automobili, cellulari, alimenti, oro e bigiotteria indistintamente, apparecchiature elettroniche e perfino medicinali. Più di 85 famiglie che hanno abbandonato Qaraqosh hanno comunicato di essere state derubate di tutte le loro proprietà. Centinaia di cristiani sono sati costretti a camminare di notte per 70 chilometri, fino a Tal Afar, dopo che l’Isil aveva confiscato le loro automobili. Trasportavano i loro bambini sulle spalle e sono arrivati esausti e disidratati».

Un’altra cristiana fuggitiva ha raccontato a Radio Free Europe: «Hanno aperto il barattolo del latte in polvere del neonato e hanno versato il contenuto sulla strada. Li abbiamo implorati di lasciarci le bottiglie con l’acqua, per tenere buoni i bambini durante il viaggio, ma le hanno aperte tutte e versato l’acqua di fronte a noi».

A Erbil i cristiani profughi che non hanno parenti in grado di accoglierli nel quartiere a maggioranza cristiana di Ankawa trovano ospitalità in palestre, parrocchie e cortili di strutture imprenditoriali. Per esempio il cortile della Babylon Media Company, che gestisce una radio e una tv locali, fin da giugno ha ospitato una grande tenda suddivisa in spazi più piccoli con alcune decine di famiglie. Finché non c’è stato più spazio per nessuno: «Ho respinto la sesta auto oggi. Piangevano tutti», ha raccontato il manager della compagnia Noor Matti. «Siamo pieni, non possiamo accettare più nessuno. Non abbiamo aiuti da nessuno. Abbiamo bisogno che arrivino le Ong!».

Non si creda però che i cristiani pensino solo ad aiutarsi fra di loro. Nella cittadina di Alqosh, il “Vaticano” dei caldei (sede del monastero dove fu decisa la ricongiunzione con la Chiesa di Roma), migliaia di musulmani, sciiti e sunniti, hanno trovato rifugio sin dai giorni della caduta di Mosul. «Abbiamo accolto 2 mila fuggitivi, e di questi solo 40 famiglie sono cristiane, tutti gli altri sono musulmani sciiti o sunniti, turcomanni o arabi», dice padre Gabriel Waheed, superiore del convento dei monaci antoniani di Alqosh.

È evidente che l’Isil vuol mandare in pezzi l’irripetibile mosaico iracheno, così come si dice abbia distrutto i mosaici e la maioliche del monastero di San Giorgio a Mosul.

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