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Primavera araba. Gli articoli su Tempi

luglio 24, 2012 Redazione

La Primavera araba ha inizio il 17 dicembre 2010, in Tunisia, e da allora si è estesa in Egitto, Libia, Bahrein, Yemen, Marocco, Algeria, Giordania e Siria. «Nata dall’anelito al cambiamento dei giovani, i fondamentalisti islamici hanno poi preso il sopravvento».

L’insieme di proteste e rivolte che hanno portato uno sconvolgimento nel mondo arabo, la cosiddetta “Primavera araba”, ha inizio in Tunisia il 17 dicembre 2010. Quel giorno a Tunisi l’ambulante Mohamed Bouazizi si dà fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della sua merce. Quel gesto innesca una serie di rivolte popolari e giovanili, che partendo dalla richiesta dei tunisini delle dimissioni del rais Ben Ali, si estendono a Egitto, Libia, Bahrein, Yemen, Marocco, Algeria, Giordania e Siria.

Le rivolte, come afferma il gesuita e docente di storia araba e islamologia all’università di Beirut Samir Khalil Samir, sono scaturite dalla delusione dei giovani, cristiani e musulmani insieme che «delusi per la mancanza di lavoro, per la libertà limitata o inesistente [chiedevano] cambiamento, giustizia e libertà: in Egitto come in Marocco e altrove il 40% della popolazione è analfabeta, c’è gente che vive per anni con un dollaro al giorno, che non riesce a mangiare. In Siria un terzo della popolazione ha il compito di spiare gli altri, i telefoni sono controllati e ovunque prevale un clima di insicurezza. Quando una persona è sospettata viene presa dalla polizia e torturata… questi sono i metodi. La gente è stufa, esasperata. Oggi i giovani sono stati spinti alla ribellione dall’urgenza di libertà e di giustizia: nelle manifestazioni erano insieme, non hanno utilizzato nessuno slogan anti-americano e anti-israeliano». «L’anelito dei giovani – continua – era autentico, ma non organizzato, privo di un programma politico, e di fatto non ha trovato strade percorribili. I fondamentalisti islamici con il sostegno anche finanziario dell’Arabia Saudita e dei salafiti (la componente più estremista) hanno preso il sopravvento».

A un anno e mezzo dall’inizio delle proteste, in Tunisia è stato cacciato Ben Ali e comandano gli islamisti di Ennahda assieme ai fondamentalisti salafiti. In Egitto, dopo la cacciata di Hosni Mubarak, il Parlamento dominato da Fratelli Musulmani e salafiti è stato sciolto dalla Corte suprema costituzionale, molti pensano con l’appoggio del Consiglio supremo delle forze armate, ma è stato eletto presidente Mohamed Morsi, dei Fratelli Musulmani. In Libia, in seguito all’uccisione da parte dei ribelli con l’aiuto della Nato di Muammar Gheddafi, ha preso il potere il Consiglio nazionale transitorio libico, che non è stato in grado di fermare le scorribande delle bande armate e i desideri di indipendenza della Cirenaica. Nel paese non esiste ancora un sistema giudiziario e gli ex uomini di Gheddafi sono vittime di una vera e propria «caccia all’uomo». Le recenti elezioni hanno visto trionfare come primo partito quello dell’islamista moderato Jibril, ma l’orientamento del Parlamento sarà deciso dai candidati indipendenti. In Yemen, da quando il dittatore Saleh ha ceduto il potere nel novembre del 2011, è in atto una pesante battaglia tra il governo provvisorio e i miliziani di Al Qaeda, che hanno preso il controllo di alcune città nel sud del paese instaurando la sharia. In Siria la situazione è in continua evoluzione, l’esercito dei ribelli dà battaglia al regime di Assad ad Aleppo e nella capitale Damasco, dopo quasi due anni di conflitto. Mentre scricchiola l’esercito di Assad, i cristiani temono che si apra la stagione delle vendette e che i civili di Damasco siano trattati come “traditori” perché non hanno preso parte attiva alla rivoluzione. L’arcivescovo di Damasco mons. Samir Nassar ha dichiarato: «Si vive un’apocalisse a Damasco, e si spera con tutto il cuore, la mente e le forze, che venga presto la resurrezione».

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