Scimpanzè ci sarà lei

Neanche i darwinisti la pensano più come Darwin: l’evoluzione dev’essere ristudiata. Ma esistono scienziati disposti a farlo? Una nostra vecchia intervista a Giuseppe Sermonti

Il 16 dicembre è morto il biologo Giuseppe Sermonti, che con le sue opere, in particolare il libro Dimenticare Darwin, fece molto discutere, mettendo in crisi alcuni assunti dell’ideologia darwiniana. Qui di seguito riproponiamo una nostra intervista, apparsa su Tempi il 1 novembre 2007.

Insomma, professore, è vero che lei dice che la scimmia discende dall’uomo? «Non è vero! È una caricatura di chi non vuol fare i conti con una prospettiva diversa  e cerca di squalificarla mettendola in ridicolo». Ha da poco compiuto 82 anni Giuseppe Sermonti, ma non ha perso né lucidità né voglia di combattere, pacatamente, ironicamente, con la forza delle idee, come si addice a un vecchio saggio, per cercare di sgomberare il campo della biologia evoluzionista (e del pensiero scientifico in generale) da ipotesi che hanno fatto il loro tempo, che sono state smentite da ogni osservazione ma continuano a ingombrare il campo della divulgazione scientifica, ritornelli ormai non più utilizzati nemmeno da chi continua a predicarli. Questa settimana è uscita in libreria la sua ultima fatica, Il tao della biologia, sintesi rigorosa e poetica del lavoro di tanti anni. È l’occasione per fare con lui una bella chiacchierata.

Nessuna filiazione tra uomini e scimmie, dunque, né in una direzione né nell’altra.
Esatto. Uomini e scimmie discendono in realtà entrambi da una “madre” comune. Tutti i dati fossili e genetici ormai puntano nella medesima direzione: l’evoluzione non è il processo lineare immaginato da Darwin, secondo cui una specie è il prolungamento di un’altra, si forma per accumulo di variazioni casuali selezionate dalla pressione ambientale. Dobbiamo piuttosto rappresentare la genesi dei viventi come una linea indifferenziata, embrionale, occulta, che dà origine in tempi e luoghi diversi a piccoli verticilli che sono le diverse specie. Da questo punto di vista uomo e scimmia non discendono uno dall’altra. Sono piuttosto fratelli, derivanti da un antenato comune. Come lo yin e lo yang del Tao (perciò ho intitolato così il libro): contrari che non si oppongono ma si complementano. In tale prospettiva poi l’uomo è la linea giovanile, indifferenziata, aperta, capace di sempre nuovi sviluppi. La scimmia invece è la linea senile, quella che ha imboccato una direzione specifica da cui non può più uscire. Ecco l’errore del darwinismo: pensare che la diversità, la novità stia alla fine, si raggiunga per accumulo di variazioni. Invece le possibilità sono tutte date all’inizio. E quando una specie si caratterizza ne scarta alcune, imbocca una strada cieca.

Un’idea dell’evoluzione “eretica” se paragonata a certe vulgate, come quella diffusa da Richard Dawkins o, in Italia, da Luca Cavalli Sforza.
Ne L’orologiaio cieco, Dawkins fa questo esempio: se mettiamo in un computer tutte le lettere dell’alfabeto e gliene facciamo combinare una ventina in modo casuale, occorrono miliardi di anni perché esca un verso di Shakespeare. Ma se il computer ha in memoria il verso e ogni volta che una lettera capita nel posto giusto la blocca, occorre infinitamente meno tempo. Questo spiegherebbe l’evoluzione. Peccato che sia proprio il contrario di quel che lui stesso sostiene: il verso si forma perché c’è già un modello. All’origine non c’è il caso, ma un progetto, un ordine. Anche Cavalli Sforza ripete come un mantra le tesi dell’evoluzionismo darwiniano, ma poi non le usa: nei suoi studi elimina proprio la selezione naturale. È un catechismo che quando si tratta di fare scienza davvero viene messo da parte. E c’è un’altra tesi inaccettabile di Dawkins, quella secondo cui la teoria dell’evoluzione avrebbe eliminato ogni mistero. Mentre anche per i suoi difensori i suoi meccanismi sono ancora assolutamente misteriosi. La scienza non elimina mai il mistero: ogni scoperta non fa che creare misteri ulteriori.

Negli ultimi decenni si sono visti anche biologi evoluzionisti più aperti a nuove idee. Stephen Jay Gould, per esempio.
All’inizio eravamo lontani, ma negli ultimi anni eravamo diventati amici, le nostre strade si erano fatte molto vicine. Come ricordo nel libro, lui sosteneva che il capostipite di tutti i primati è il bambino, il bambino umano: «Noi non siamo evoluti da alcun primate che somigliasse alle forme adulte di scimpanzé o gorilla», scrive. Invece «quale fanciullo di primate vivente è più simile agli stadi giovanili degli antenati dello scimpanzé? La forma del fanciullo umano». E i dati fossili confermano, l’uomo è più antico: i più antichi resti di ominidi risalgono a oltre 6 milioni di anni fa, quelli di scimmia a non più di 500 mila. È un pregiudizio ideologico, non un’ipotesi scientifica, quello che fa invertire i termini.

Il pregiudizio che lei chiama della «bestialità delle origini».
Esatto. L’idea che l’umano nasca come liberazione dall’animalesco primordiale. L’animalità sarebbe il vero “peccato originale”, da cui gli uomini si liberano progressivamente. La congerie di cattivi istinti è il male, rappresentato nella carne peccatrice. Contro questo male si leva la razionalità, che via via lo esclude o lo reprime, finché si presenta l’uomo civile inglese, white anglosaxon protestant, la vittoria della ragione sull’istinto, della produzione industriale sulla natura. Quest’uomo razionale, gnostico, illuminato è tuttavia una forma vuota. Il suo passato non è che un richiamo della foresta, deve solo fuggire se stesso, rifugiarsi in ciò che è artefatto e innaturale, perché solo là troverà la prova del trionfo della razionalità sull’istinto. Quando avrà ricostruito il faustiano uomo in provetta, solo allora si sarà redento da sé, e avrà iniziato una generazione di uomini che hanno rescisso il cordone ombelicale con la brutalità, di uomini fatti di sola ragione.

Dall’evoluzionismo alle biotecnologie e all’ingegneria genetica.
Certo. Se l’uomo è solo quel livello dell’evoluzione che comprende l’evoluzione, perché non dovrebbe a sua volta utilizzarla, senza nessun’altra regola che la forza, il successo? Ma questa non è vera scienza.

E cos’è vera scienza?
È insieme rigore e poesia, narrazione. Ne fa parte lo stupore per la bellezza di quel che si studia. E di fronte alla bellezza di una donna, che è data, non ha senso pensare per esempio di poter produrre una donna “più bella”. La bellezza, come l’ordine, è all’origine. È da riconoscere, non da produrre.

Foto scimpanzé da Shutterstock