Nuove brutte idee per le lezioni obbligatorie di catastrofismo di Fioramonti

Undicimila «World Scientists» invocano la riduzione della popolazione per salvare il clima. Il ministro dell’Istruzione inserirà anche questo nelle 33 ore di ambientalismo che vuole introdurre a scuola?

Folla di persone e motorini a Taipei

Finalmente una nuova idea per combattere i cambiamenti climatici: il controllo della popolazione. Proprio così. Nonostante il conclamato naufragio delle teorie di Malthus e dei loro derivati (ricordate la mitica predizione anni Settanta del Club di Roma sulla bomba demografica che nel giro di pochi anni avrebbe distrutto il mondo?), un folto gruppo di scienziati, anzi l’Alliance of World Scientists, come hanno avuto l’umiltà di chiamarsi gli autori dello studio-manifesto pubblicato su BioScience, sono ancora convinti che «alla Terra servono meno abitanti per battere la crisi climatica», come sintetizza un articolo di Bloomberg.

I dati e le teorie a supporto della tesi sono esattamente quelle che chiunque potrebbe aspettarsi: il riscaldamento globale non è un fenomeno climatico ma una catastrofe, ed essendo causato delle attività inquinanti dell’uomo occorre ridurre o azzerare queste ultime e tutto tornerà sotto controllo; e ancora più efficace sarebbe, va da sé, ridurre direttamente gli uomini.

Si legge nello studio:

«Segnali profondamente preoccupanti dalle attività umane comprendono aumenti sostenuti delle popolazioni, tanto di quella umana quanto di quella del bestiame bovino, la produzione pro capite di carne, il prodotto interno lordo mondiale, la perdita globale di copertura forestale, il consumo di combustibili fossili, il numero di passeggeri trasportati da voli aerei, le emissioni di diossido di carbone (Co2) e le emissioni di Co2 pro capite dal 2000».

Sulla tesi che siano questi i fattori più determinanti alla base dei cambiamenti climatici in corso nel pianeta, in realtà non c’è affatto unanimità tra i «world scientists» (senza maiuscole). È stato ribadito efficacemente tra l’altro lunedì scorso in un istruttivo incontro a Milano (tra gli ospiti Ernesto Pedrocchi e Francesco Bernardi, già intervenuti nel numero di Tempi di settembre, dedicato proprio al catastrofismo climatico), e lo spiega molto bene il celebre fisico dell’atmosfera Franco Prodi in un’ampia intervista contenuta nel numero di Tempi di novembre.

In particolare, dal punto di vista scientifico non è affatto dimostrato con certezza che «la crisi climatica», ovvero l’aumento delle temperature del pianeta (riscaldamento globale), «è strettamente legata ai consumi eccessivi che caratterizzano lo stile di vita benestante», e cioè quello dei paesi ricchi, come ripetono gli scienziati autori di questo manifesto. A dimostrarlo, per paradosso, sono anche due dati che gli stessi allarmati esperti includono nei loro ragionamenti:

«Segnali incoraggianti comprendono le riduzioni dei tassi globali di fecondità (nascite), il disboscamento in diminuzione nell’Amazzonia brasiliana, gli aumenti di consumo di energia solare ed eolica, il disinvestimento nei combustibili fossili per 7 miliardi di dollari da parte delle istituzioni e la quota di emissioni di gas serra coperta dal carbon pricing».

Eppure, nonostante tutto questo sforzo, e nonostante molti altri sforzi ecologici non considerati nello studio ma compiuti dai paesi ricchi colpevoli del riscaldamento globale,

«la crisi climatica è arrivata e sta accelerando più rapidamente di quanto la maggior parte degli scienziati si aspettasse».

(Tra parentesi, proprio ieri abbiamo ricevuto notizia che i livelli dei mari continueranno a crescere almeno fino al 2300, anche se fossero rispettati tutti gli impraticabili obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima).

Insomma questo novello Club di Roma non propone nulla di nuovo rispetto agli scenari castastrofici già propagandati come inconfutabili da vari movimenti ambientalisti e relativi ideologi. A fare impressione in questo caso è il numero dei sottoscrittori dello studio-manifesto: sono ben 11 mila. Indubbiamente sono tanti. Solo che nessuna verità scientifica dipende dal consenso che raccoglie, come dimostra perfettamente una delle fonti a cui fa maggior riferimento lo stesso appello dei «World Scientists»: l’Ipcc, il celebre Panel Onu sui cambiamenti climatici che offre i pilastri principali agli eco-catastrofisti di tutto il mondo. I paesi membri dell’Ipcc sono ben 195. Nemmeno qui il consenso manca in quanto a numeri, peccato che si tratti di un organo intergovernativo, e dunque di nomina (e di logica) politica più che “scientifica”.

L’Alliance of World Scientists comunque non ha dubbi:

«Per garantire un futuro sostenibile, dobbiamo cambiare il modo in cui viviamo con l’obiettivo di migliorare i segnali vitali sintetizzati dai nostri grafici. La crescita economica e l’aumento della popolazione sono tra i fattori chiave più importanti degli aumenti delle emissioni di Co2 derivanti da consumo di carburanti fossili; dunque occorrono cambiamenti coraggiosi e drastici nelle politiche relative all’economia e alla popolazione».

Nell’articolo pubblicato da BioScience ci sono ricette per la decrescita in diversi campi: energia, inquinanti, ecosistema, alimentazione, economia. Quanto alla natalità, indovinate un po’:

«La popolazione mondiale deve essere stabilizzata – e, idealmente, diminuita per gradi – in un quadro che assicuri l’integrità sociale».

Sulla piazza ci sono misure efficacissime allo scopo, secondo i «World Scientists». Queste misure «rendono la pianificazione familiare accessibile a tutti, rimuovono le barriere al suo accesso e realizzano una completa eguaglianza di genere, inclusa l’istruzione primaria e secondaria come regola globale per tutti, specie le bambine e le giovani donne».

Lorenzo Fioramonti

A proposito di educazione, l’altroieri l’agenzia Reuters ha pubblicato una intervista al ministro dell’Istruzione italiano Lorenzo Fioramonti, che contiene un annuncio inquietante:

«Fioramonti ha detto che dal prossimo settembre tutte le scuole pubbliche dedicheranno 33 ore all’anno, quasi un’ora a settimana, a studiare i problemi legati al cambiamento climatico.

Inoltre, molte materie tradizionali, come geografia, matematica e fisica, saranno studiate in una nuova prospettiva legata allo sviluppo sostenibile, ha detto il ministro, ex professore di Economia all’Università di Pretoria, in Sudafrica.

“L’intero ministero sta cambiando per fare della sostenibilità e del clima il centro del modello educativo”, ha detto. “Voglio fare del sistema educativo italiano il primo che pone l’ambiente e la società al centro di ciò che impariamo”».

Inevitabile preoccuparsi, visto che la promessa arriva dal ministro grillino che poco più di un mese fa ha invitato le scuole italiane, con tanto di circolare ufficiale, a giustificare gli alunni che intendevano marinare le lezioni per partecipare allo “sciopero per il clima” di Greta Thunberg.

Informa Adnkronos:

«Lo sciopero contro i cambiamenti climatici “è la più grande lezione che questi ragazzi possano frequentare, è una sfida epocale della nostra civiltà e della nostra generazione, tanto che noi al ministero abbiamo modificato il nostro slogan che è diventato ‘istruzione no estinzione’ e questo slogan resterà fintanto che io sarò ministro”. Così il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti […] ha fatto chiarezza anche sulla questione delle “giustificazioni per sciopero”».

In molti adesso si domandano sgomenti a chi intenda affidare il pentastellato Fioramonti le 33 ore scolastiche obbligatorie di ambientalismo, e che cosa intenda fare insegnare ai figli degli italiani. Chissà che i «World Scientists» non gli abbiano fatto venire qualche brutta idea.

Foto Ansa