L’ideologia green distrugge l’industria e non cambia il clima

«Per arrivare a emissioni zero di anidride carbonica entro il 2050, dovremmo costruire due centrali atomiche ogni tre giorni. È realistico?». Pedrocchi, Bernardi e Colombini diradano il fumo attorno ai cambiamenti climatici

Tre volti dello scetticismo climatico: scientifico, imprenditoriale e del mondo del lavoro. Si poteva anche titolare così la conferenza di lunedì 4 novembre voluta da Centro culturale Rosetum, associazione culturale Esserci, Tempi e Movimento cristiano lavoratori (Mcl) e intitolata più fantasiosamente “Ambiente e clima. Perché tanto fumo?”. A esprimere le proprie perplessità sul mainstream che domina da qualche anno il dibattito sull’aumento della temperatura media globale e il ruolo che le attività umane avrebbero su tale fenomeno sono stati chiamati ad esprimersi Ernesto Pedrocchi, docente emerito di Energetica del Politecnico di Milano, Francesco Bernardi, fondatore di Illumia e Angelo Colombini della segreteria confederale della Cisl.

«L’ILLUSORIA PRETESA DI GOVERNARE IL CLIMA»

Ernesto Pedrocchi è uno dei 200 accademici che hanno firmato la Petizione sul riscaldamento globale antropico indirizzata nel giugno scorso alle massime cariche dello Stato che si concludeva così: «Suggeriamo che non si aderisca a politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera con l’illusoria pretesa di governare il clima».

Pedrocchi ha scritto un libro che si intitola: Il clima cambia. Quanta colpa ha l’uomo? Lunedì sera ha ribadito le tesi del libro corredandole di grafici, tabelle e slide di power point. Che si possono riassumere così: 1) È probabile, ma non certo, che l’aumento della concentrazione di CO2 registrato a partire dal 1750 derivi dall’uso dei combustibili fossili; un contributo non trascurabile potrebbe però essere di origine naturale. 2) Il legame tra concentrazione di COe variazioni climatiche, in base a diverse constatazioni remote e recenti, è molto dubbio (conseguentemente c’è poca attendibilità dei modelli climatici basati essenzialmente sull’effetto serra). 3) È probabile che le recenti variazioni climatiche derivino prevalentemente da fattori naturali (sole, correnti oceaniche, vulcanesimo). 4) Piuttosto che spendere soldi in politiche di mitigazione delle conseguenze dei cambiamenti climatici che non si sa se servirebbero a qualcosa, meglio spenderli in politiche di adattamento agli stessi, anche aumentando gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica.

TUTTI I DATI SCIENTIFICI CHE NON TORNANO

Pedrocchi, che confessa di non essere un climatologo, richiama l’attenzione su varie incongruenze della teoria secondo cui più CO2 in atmosfera significa automaticamente maggiore temperatura media globale e che l’aumento della concentrazione della CO2 in atmosfera sarebbe la causa principale dei cambiamenti climatici a cui assistiamo. Fa notare che i picchi di temperatura recente sono dovuti all’effetto periodico del Niño, che coinvolge atmosfera e correnti marine dell’Oceano Pacifico; che l’aumento di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è iniziato già nel 1700, quando le attività antropiche erano modeste; che guardando alle ere geologiche non si nota una corrispondenza automatica fra il rialzo delle temperature e la concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera in quel momento; che essendo la CO2 di origine umana immessa nell’atmosfera solo il 5 per cento di tutta quella immessa per fattori naturali, è difficile pensare che sia essa a fare la differenza; che l’uguale concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera nei due emisferi non combacia col fatto che ne è prodotta molta di più nell’emisfero boreale che in quello australe, e che la barriera delle correnti equatoriali dovrebbe mantenere separati i due apporti, come ha tenuto separato il carbonio 14 prodotto dalle esplosioni nucleari in atmosfera negli anni Cinquanta-Sessanta; che dopo un certo livello di concentrazione la CO2 non ha più un effetto climalterante, perché il sistema si autoregola e non si può dire con certezza in cosa consistano gli “effetti di feedback”; che i veri registi delle oscillazioni climatiche sulla Terra sono il Sole, le macchie solari, l’orbita terrestre, l’inclinazione dell’asse terrestre, i vulcani, le nubi, ecc.

Detto questo, Pedrocchi non è affatto contrario alla sostituzione dei carburanti di origine fossile con altri che abbiano minori emissioni, ma non per la questione della CO2, bensì per il fatto che essi contengono ossido di zolfo, ossido di azoto e particolato, questi sì pericolosi e inquinanti. Tuttavia la sostituzione non si può fare senza tenere conto dei costi e dell’efficienza energetica complessiva: «Oggi i combustibili di origine fossile soddisfano l’80 per cento dei bisogni energetici», ha detto. «Se, come dicono alcuni, dobbiamo arrivare a emissioni zero di anidride carbonica entro il 2050, si dovrebbero costruire due centrali atomiche ogni tre giorni oppure 6 mila pale eoliche al giorno! Ditemi voi se queste sono prospettive realistiche».

«LA CRISI ECOLOGICA NASCE DA QUELLA MORALE»

«Il problema oggi è che di fronte a una calamità si cerca subito il colpevole umano», ha esordito Bernardi, già patron di Illumia. «Si esclude a priori che le cause di un fenomeno siano naturali, o che restino misteriose al nostro sguardo. Con la questione dell’aumento delle temperature si fa la stessa cosa: si salta alla conclusione che la causa è antropica, e così si fa passare l’idea che la salvezza del mondo è nelle nostre mani. La Chiesa negli ultimi anni ha espresso grande sensibilità sulla crisi ecologica, evidenziando che è la conseguenza di una crisi antropologica e morale. Spero che non scivoli nell’ingenuità di sottoscrivere tesi scientifiche che vanno discusse o di approvare acriticamente i movimenti ambientalisti».

Successivamente ha aggiunto: «Bisogna rispettare la natura non perché così salviamo il pianeta, ma perché così ci conformiamo alla verità della nostra stessa natura. La soluzione tecnologica per sostituire le energie di origine fossile con quelle riciclabili attualmente non c’è, è troppo costosa: Alberto Clò lo spiega bene nei suoi libri e nelle sue interviste. Ma l’occasione è propizia per fuoriuscire dall’antropologia sbagliata che è alla base del capitalismo, quella esposta da Adam Smith secondo cui è la sete del profitto che permette di rispondere ai bisogni umani. Non è vero, si può essere morali in economia e nell’impresa. Come ha detto Benedetto XVI: “Ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale”».

«BUSINESS AMBIENTALISTA DISTRUGGE L’INDUSTRIA»

Colombini non si può definire uno scettico dei cambiamenti climatici, ma piuttosto uno scettico della sostenibilità delle politiche condotte finora in materia: «Per me la parola d’ordine è transizione, cioè cosa fare per passare dalle energie di origine fossile a quelle rinnovabili a costi sociali sopportabili. Non è quello che è stato fatto in Francia, dove le tasse ecologiche di Macron applicate ai veicoli a diesel hanno provocato l’insurrezione dei “gilet gialli”, né quello che si sta facendo in Italia, dove il “Decreto clima” metterà in difficoltà non solo i conducenti di veicoli a gasolio, ma anche i produttori di auto che in assenza di una strategia di transizione dovranno chiudere stabilimenti lasciando a casa operai».

Transizione vuol dire «accompagnare alcune misure con altre misure; invece oggi assistiamo alla distruzione di ciò che c’è senza aver studiato come sostituirlo. Bisogna arrivare alle energie rinnovabili, ma non ci si arriva direttamente: prima bisogna almeno passare per il gas, che ha molte meno emissioni; perciò chi si oppone ai gasdotti sta danneggiando i lavoratori, l’economia e l’ambiente. Il business ambientalista all’italiana favorito dalla politica funziona in un modo che premia le industrie straniere, penalizza le industrie e i lavoratori italiani e fa pagare i costi a tutti i cittadini. È il caso emblematico degli incentivi per il fotovoltaico, fino a poco tempo fa i più generosi del mondo: il risultato è stato l’impennata dell’importo delle bollette dell’elettricità, dove i vari oneri rappresentano ormai il 58 per cento di quello che l’utente paga, e il dirottamento in Cina dei profitti dell’acquisto dei pannelli solari, perché in assenza di programmazione industriale nazionale è stato necessario importare dall’estero le attrezzature per il fotovoltaico. Se non governiamo il futuro dell’energia, lo governeranno coloro che sono contro l’industria italiana».

Foto Ansa