Il terrorista dell’Isis che voleva tagliare la testa ai cristiani e che ora vuole tornare in Italia

Moncef El Mkhayar era entrato nel 2009 come clandestino in Italia. Ora è detenuto dai curdi in Siria e giura di essere pentito, ma pochi mesi fa dichiarava: «Se tornerò in Italia sarà per farmi esplodere»

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Moncef El Mkhayar, marocchino di 22 anni, ha dichiarato in esclusiva all’agenzia Reuters di essere pentito e di volere tornare in Italia «dalla famiglia e dagli amici per farmi accettare e ricominciare a vivere una nuova vita». Il giovane arrivato in Italia clandestinamente nel 2009 a bordo di un barcone, radicalizzato in carcere nel 2013 e partito per combattere la guerra santa in Siria con lo Stato islamico nel 2015, è attualmente rinchiuso in uno dei centri di detenzione dei curdi nella Siria nord-orientale.

FOREIGN FIGHTER: IL DILEMMA EUROPEO

El Mkhayar è solo l’ultimo dei foreign fighter, partiti dall’Europa per unirsi all’Isis, che ha chiesto di tornare a casa ora che il Califfato è stato sconfitto. L’Italia si trova in una situazione più semplice rispetto ad altri paesi europei: solo una dozzina di terroristi su 130 sono finora tornati nel nostro paese e pochi hanno il passaporto italiano. Come scrive sulla Stampa l’esperto internazionale di terrorismo, Lorenzo Vidino, i paesi europei si trovano ora davanti a un dilemma:

«Cosa fare dei soggetti, spesso cittadini nati e cresciuti nel Paese, che hanno combattuto con lo Stato Islamico e adesso, caduto il Califfato e detenuti, reclamano il diritto di tornare in patria? Vanno tutelati da angherie e processi sommari ai quali varie forze governative e non in Siria e Iraq li sottoporranno, come uno Stato occidentale farebbe normalmente con i propri cittadini all’estero? Oppure sono soggetti, che volontariamente si sono uniti a uno dei gruppi più violenti e barbarici della storia contemporanea e che, se rimpatriati, potrebbero evitare il carcere o scontare solo qualche anno per poi diventare delle vere e proprie mine vaganti pronte a colpire nei nostri Paesi? Vanno privilegiati i loro diritti individuali o quelli collettivi di sicurezza?».

«SE TORNO IN ITALIA MI FARÒ ESPLODERE»

El Mkhayar ha vissuto per anni in Italia, ma non è mai diventato cittadino italiano. Come ricorda Fausto Biloslavo sul Giornale,

«dal fronte non solo cercava proseliti in Italia per farli venire in Siria, ma minacciava di tagliare la testa ai cristiani. Moncef in un messaggio vocale spiegava: “Vedrai qua cosa faremo ai miscredenti”. Su Facebook postava le sue foto in armi e con la tuta nera dei miliziani del Califfo. Il 13 aprile 2017 la Corte di Assise di Milano lo ha condannato a otto anni di carcere, ma per lo Stato islamico la situazione peggiorava. Così è spuntata la storia del pentimento avallata dai familiari, che vogliono vederlo tornare a casa. La Digos aveva intercettato il marocchino partito da Milano, che ai tempi del Califfato invincibile giurava: “Se tornerò in Italia sarà per farmi esplodere”».

«NON PUÒ PENSARE DI FARLA FRANCA»

Vidino spiega che nel caso di El Mkhayar «non sussiste un vero e proprio diritto al ritorno da noi». Ma anche se ci fosse, il giovane terrorista islamico

«ha perso ogni diritto al ritorno in Italia anche dal punto di vista morale, vista la turpità delle sue azioni non solo una volta giunto in Siria ma ancor prima quando viveva in Italia. Se ci si unisce a una setta fanatica che ha sterminato intere popolazioni, schiavizzato migliaia di donne e compiuto attentati in tutto il mondo non si può certo dire di essere «stanco» e di «voler uscire da questo film» al primo giornalista, una volta arrestati, e pensare di farla franca. Come ogni persona, deve scontare il dovuto per le sue azioni, e il primo prezzo da pagare è l’impossibilità di tornare in Italia. Le sue dichiarazioni sono solo lacrime di coccodrillo che non inteneriscono».


LA LINEA DURA DI REGNO UNITO E GERMANIA

Anche il Regno Unito sembra intenzionato a usare la linea dura, revocando la cittadinanza ai suoi cittadini partiti per la Siria. Infatti, insiste Vidino, «la volontà di agire eticamente, rimpatriando soggetti che sono comunque cittadini, cozza con la dura realtà che vede delle oggettive problematicità ad arrestare e condannare molti dei foreign fighter di ritorno a causa delle difficoltà a trovare prove contro di loro da poter portare in tribunale: un conto è sapere a livello di intelligence che un soggetto era in Siria a combattere, altro è poterlo provare con evidenze che passino il vaglio procedurale di un tribunale. Si arriva così a dinamiche altamente preoccupanti come quella inglese, dove solo una piccola percentuale dei combattenti ritornati sono stati arrestati, mentre la maggioranza è libera e assorbe le risorse dell’antiterrorismo inglese, che può solo monitorarli».

Dopo avere revocato la cittadinanza alla 19enne Shamima Begum, che si era unita all’Isis a 15 anni e il cui figlio da poche settimane partorito in un campo di detenzione curdo è tragicamente morto due giorni fa, Londra ha cancellato la cittadinanza di altre due donne di 30 e 28 anni: le sorelle Reema e Zara Iqbal, scappate in Siria per sposarsi con due terroristi dai quali hanno avuto in tutto cinque figli.

Anche la Germania ha deciso di revocare la cittadinanza ai suoi foreign fighter. Se 300 jihadisti circa sono già rientrati in patria, altrettanti stanno cercando di farlo. La revoca della cittadinanza avverrà nel caso siano soddisfatti tre requisiti: il terrorista deve avere una seconda cittadinanza, e non deve quindi in seguito al provvedimento diventare apolide, deve essere maggiorenne e deve continuare a combattere per l’Isis anche dopo l’entrata in vigore dei nuovi regolamenti.

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