Libano sospeso tra l’attesa del Papa e lo spettro di un’altra guerra

Di Giancarlo Giojelli
12 Novembre 2025
A venti giorni dal viaggio di Leone XIV nel paese, la tregua tra Hezbollah e Israele traballa sempre di più. Le trame dell’Iran, le contromosse Usa
Soccorsi sui luoghi bombardati da Israele a Tayr Debba, nel Sud del Libano, il 6 novembre scorso in una serie di raid mirati dell’Idf contro Hezbollah (foto Ansa)
Soccorsi sui luoghi bombardati da Israele a Tayr Debba, nel Sud del Libano, il 6 novembre scorso in una serie di raid mirati dell’Idf contro Hezbollah (foto Ansa)

È passato un anno dalla tregua tra Israele ed Hezbollah, la milizia-partito sciita filoiraniana, dal rientro dei profughi fuggiti dal Sud del Libano e dal Nord di Israele. Mancano meno di venti giorni alla visita di papa Leone XIV, a Beirut c’è finalmente un presidente eletto dal parlamento, un governo di unità nazionale che sta varando la riforma del sistema bancario che permetterà l’afflusso di denaro dal Fondo monetario internazionale per rilanciare l’economia e ristrutturare il debito dello Stato.

Ci sono dunque motivi per poter sperare nella tanto attesa ripresa, nella rinascita del paese e delle sue istituzioni mutilate dalle divisioni e dalle guerre: la visita del Pontefice, che andrà a pregare al porto di Beirut, teatro cinque anni fa della esplosione dei silos stipati di nitrato di ammonio che distrusse quasi un quarto della città, uccidendo 218 persone e lasciandone 300 mila senza casa (una tragedia sulla cui causa non è mai stata fatta chiarezza e l’inchiesta è ferma), potrebbe essere il segnale definitivo di un nuovo Libano, “messaggio per il mondo” come lo definì san Giovanni Paolo II.

Era il 1997: il Papa dal santuario mariano di Harissa che domina i monti e il mare e le foreste di cedri vedeva un futuro costruito sulla convivenza di 18 confessioni religiose, lo stesso futuro cui guardò Benedetto XVI quando presentò nel 2012 la sua esortazione apostolica postsinodale Ecclesia in Medio Oriente, il suo ultimo documento prima della rinuncia al papato. Un testo magistrale fondamentale per il dialogo tra le grandi religioni e la convivenza dei popoli nella regione, e non a caso decise di firmarlo proprio in Libano.

Ma molti ora guardano con ansia a quello che potrebbe accadere dopo visita di Leone XIV: dicembre potrebbe essere il mese di una nuova guerra, non il coronamento di una ritrovata pace.

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Nessuno ha intenzione di cedere

Il primo passo verso la stabilità dopo il cessate il fuoco sancito lo scorso anno doveva essere il ritiro dell’Idf, l’esercito israeliano, dai villaggi libanesi e la consegna da parte di Hezbollah delle armi all’esercito regolare, rientrato a Sud di Sidone, da dove si era ritirato vent’anni fa lasciando campo libero ad Hezbollah, con 12 mila Caschi blu dell’Unifil, la forza Onu, a presidiare la tregua, e tra questi oltre mille italiani.

La tregua, spesso interrotta da scontri, lanci di missili e droni, si era trasformata in guerra aperta dopo il 7 ottobre del 2023, il massacro di Gaza: Hezbollah per dare manforte ad Hamas aveva sommerso l’alta Galilea con una pioggia di missili, forte del sostegno iraniano. Israele aveva reagito con bombardamenti massicci sul Sud, sul centro di Beirut e sui quartieri roccaforte della milizia filoiraniana.

Sappiamo come era finita: ucciso il leader della milizia Hassan Nasrallah, spezzato l’asse della resistenza Iran-Hezbollah-Hamas-Houthi, cancellato il regime siriano di Assad (sostituito dall’ex capo dell’Isis Al-Sharaa, diventato il nuovo “talebuono” amico dell’Occidente), bombardati i siti nucleari iraniani: tutto sembrava andare verso la pax trumpiana in Medio Oriente. Ma in Libano non è così.

Hezbollah non consegna le armi finché Israele non si ritira e Israele non si ritira finché Hezbollah non consegna le armi. Il fatto è che nessuno dei due sembra voler cedere: per Israele la minaccia libanese, nonostante l’Idf affermi di aver distrutto l’80 per cento degli arsenali nemici, è ancora un incubo. La forza Onu resta impotente, alcuni contingenti, come quello francese, stanno riducendo il numero dei militari impegnati sul campo. L’impegno dei Caschi blu è stato per ora prorogato di un anno, poi si vedrà. Hezbollah controlla ancora le amministrazioni politiche e le forze armate nel Sud. L’Onu continua a non avere potere reale di intervento. Israele mantiene postazioni strategiche: tutto alimenta i timori di una potenziale escalation che potrebbe sfociare in un conflitto su vasta scala.

I bombardamenti israeliani

Gli attacchi della prima settimana di novembre, che Israele ha rivendicato come mirati contro «infrastrutture terroristiche» e depositi di armi di Hezbollah, hanno provocato nuovi morti, almeno 15 riconosciuti da Hezbollah come suoi miliziani, con numerose abitazioni civili ridotte in rovina. L’ultimo raid, particolarmente violento, è stato preceduto da ordini di sfratto immediato per cinque villaggi nel Sud del Libano, Taybeh, Tayr Debba, Aita al-Jabal e Zuter al-Sharqiyah: Israele dichiara che è proprio vicino ai villaggi “neutrali” e alle postazioni Onu che Hezbollah posiziona i suoi lanciarazzi. Gli “scudi umani” sono una tattica ormai ben sperimentata dai fondamentalisti. L’Idf ha diffuso questi avvisi tramite i social media, chiedendo ai residenti degli edifici segnalati (edifici civili ritenuti nascondigli o infrastrutture di Hezbollah) di «evacuarli immediatamente e allontanarsi di almeno 500 metri» per la loro sicurezza.

La risposta di Beirut è stata immediata. Il presidente libanese Joseph Aoun ha definito gli attacchi «un crimine a tutti gli effetti secondo il diritto umanitario internazionale» e accusando Israele di aver respinto gli sforzi diplomatici e di aver violato la sovranità libanese. Anche l’Unifil ha avvertito che la rinnovata violenza rischia di vanificare i progressi diplomatici.

La leadership israeliana non ha mitigato i toni. Tra un anno si voterà e il primo ministro Benjamin Netanyahu non può mostrarsi debole. Già il 2 novembre, il ministro della Difesa Israel Katz aveva dichiarato che «la massima repressione continuerà e persino si intensificherà»: è la prospettiva di una nuova guerra su vasta scala che potrebbe avvenire subito dopo la visita di papa Leone XIV nel paese, prevista dal 30 novembre al 2 dicembre.

Commemorazione di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah eliminato un anno fa da Israele, nello stadio di Beirut, 12 ottobre 2025 (foto Ansa)
Commemorazione di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah eliminato un anno fa da Israele, nello stadio di Beirut, 12 ottobre 2025 (foto Ansa)

Le armi di Hezbollah

Israele avvisa Beirut attraverso la delegazione degli Stati Uniti che ha incontrato i vertici libanesi: «Non siamo soddisfatti», ha detto il capo delegazione John Hurley, «di come le forze regolari libanesi si stanno comportando». Hezbollah continua a disporre di armi anche pesanti, sta ricompattando le proprie fila, ha arruolato migliaia di nuovi combattenti, riceve armamenti e munizioni, centinaia di missili e lanciarazzi, attraverso i trafficanti che operano tra Iran e Siria, e cospicue somme di denaro, almeno un miliardo di dollari nell’ultimo anno, grazie al sistema di microcredito islamico, Qard al-Hasan, in sostanza una forma di sistema bancario parallelo che viene usato dagli emigrati in Occidente per aggirare le restrizioni bancarie.

Il presidente libanese ribadisce che il suo paese sta facendo ogni sforzo per disarmare le milizie al Sud e bloccare i traffici di armi, denaro e droga. Il canale tv pubblico israeliano Kan riporta che il governo dello Stato ebraico non intende ridurre la pressione sul confine. Il timore di un nuovo attacco dal Nord e di una ripresa dei combattimenti sta crescendo tra gli Stati maggiori della difesa e i vertici politici israeliani.

Dalla parte libanese il presidente Aoun è oggetto di forte pressioni: gli sciiti di Amal ed Hezbollah vogliono che si opponga con decisione ad Israele e in sostanza auspicano una integrazione tra la milizia e l’esercito, praticamente il contrario di quanto previsto dagli accordi. I combattenti di Hezbollah, integrandosi a vario titolo nelle forze regolari, consegnerebbero le armi a se stessi. I partiti sunniti e cristiani chiedono l’esatto contrario. E si teme che possano riprendere le armi, almeno nelle zone del Nord controllate da Forze libanesi e Kataeb, i movimenti storici cristiani, per “difendere” il Libano da se stesso. Qualcosa che potrebbe somigliare a una nuova guerra civile, di cui nessuno parla apertamente ma che molti temono.

L’impossibile normalizzazione del “partito di Dio”

I media vicini ad Hezbollah sottolineano che solo la milizia-partito sciita ha saputo resistere ad Israele, capace di iniziare la guerra ma non in grado di terminarla. Hezbollah, che a detta del suo segretario generale Naim Qassem sarebbe in una fase «di convalescenza» dopo la guerra e la morte di Nasrallah, punta a sopravvivere e rigenerarsi. Difficile che davvero rinunci all’ala militare per diventare un “normale” partito politico. Non è nella sua natura. Conta sul controllo del territorio, tanto è vero che da sempre nel Sud il conflitto non è stato tra lo Stato libanese e lo Stato ebraico (i quali tecnicamente sono ancora in guerra tra loro), bensì tra Hezbollah e l’esercito di Israele.

Ed Hezbollah ha già risposto ai bombardamenti israeliani dei giorni scorsi con una lettera aperta indirizzata ai «tre presidenti libanesi», cioè al capo dello Stato Aoun, a quello del parlamento Berry, al leader del governo Salam (cristiano, sciita e sunnita), che incarnano le tre principali anime del paese. Un messaggio in cui rifiuta qualsiasi negoziato politico con Israele prima della applicazione degli accordi, il cui primo passo deve essere il ritiro israeliano.

Il presidente del Libano Joseph Aoun (a destra nella foto) con il primo ministro Nawaf Salam, Beirut, 6 ottobre 2025 (foto Ansa)
Il presidente del Libano Joseph Aoun (a destra nella foto) con il primo ministro Nawaf Salam, Beirut, 6 ottobre 2025 (foto Ansa)

Trump, l’Iran e Al-Sharaa

Gli Stati Uniti mettono in guardia con un comunicato del dipartimento di Stato: «Non può essere consentito all’Iran di tenere in ostaggio il Libano. Gli Usa sono impegnati a sostenere Beirut attraverso il blocco del rifornimento di armi ad Hezbollah e del finanziamento segreto alla milizia». Donald Trump promette la massima pressione su Teheran e sui suoi “delegati terroristici”, e mantiene la parola anche ricevendo il leader siriano Al-Sharaa, già Al-Jolani, fino ad un anno fa temuto capo dell’ Isis e ora onorato come un capo di Stato.

L’asse che sostiene il “convalescente” Hezbollah passava dalla Siria e la mossa americana, sostenuta pur con qualche sospetto da Israele, che non dimentica il recente passato jihadista di Al-Sharaa, mira a isolare l’Iran e a tagliare le sue connessioni con i proxy, Hezbollah, Hamas, Houthi: è questa la vera condizione per il nuovo assetto del Medio Oriente, a cui guardano con estremo interesse i paesi arabi sunniti.

«Eliminare l’influenza di Teheran»

I passi da fare sono ancora molti (e la strada attraversa la questione dello Stato palestinese, il futuro di Gaza, gli accordi di Abramo), ma il primo step lo si vedrà in Libano, il paese che dal 1975 è il punto geografico e morale dove si concentrano e si scontrano tutti gli attori delle guerre e dei tentativi di pace, potenze mondiali e regionali.

“Pace” tanto in ebraico quanto in arabo (shalom, salaam) ha la radice nel desiderio umano di completezza. Lo riassunse così Benedetto XVI nella sua Ecclesia in Medio Oriente:

«Secondo le Sacre Scritture, la pace non è solamente un patto o un trattato che favorisce una vita tranquilla, e la sua definizione non può essere ridotta alla semplice assenza di guerra. La pace significa secondo la sua etimologia ebraica: essere completo, essere intatto, compiere una cosa per ristabilire l’integrità. È lo stato dell’uomo che vive in armonia con Dio, con se stesso, col suo prossimo e con la natura. Prima di essere esteriore, la pace è interiore. Essa è benedizione. È l’augurio di una realtà. La pace è talmente desiderabile che è diventata un saluto in Medio Oriente».

Sul confine tra Israele e Libano si consuma un nuovo atto della lunga ricerca della pace. Tessuta nel filo tenace quanto sottile che il fondamentalismo, alimentato dalle ideologie e dalle mire di potere di Iran, Fratelli Musulmani, estremisti ultrasionisti, di volta in volta nemici e alleati effimeri, cerca di tagliare.

Ora si delinea un periodo cruciale, il cessate il fuoco, peraltro poco rispettato, non basta: «Il popolo libanese sarà decisivo se riuscirà a riprendere il controllo del paese, eliminando l’influenza iraniana», ha detto l’inviato americano Hurley. Il presidente Aoun sembra l’uomo giusto per condurre la partita, ma a meno di un anno dalla sua elezione i nemici della pace si sono riorganizzati. Ancora una volta il Libano è troppo solo, e troppo affollato di piccoli e grandi “signori della guerra”: i libanesi rischiano di nuovo di essere abbandonati a combattere “la guerra degli altri”.

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