«Sarah ci ha detto come fermare la colonizzazione ideologica in Africa»

Di Valerio Pece
19 Luglio 2026
Intervista all'eurodeputato Paolo Inselvini che ha organizato a Bruxelles una lectio magistralis del cardinale. Un intervento destinato a lasciare il segno
Il cardinale Robert Sara (Foto Ansa)
Il cardinale Robert Sara (Foto Ansa)

«Non chiedo al Parlamento europeo un atto di fede, ma un atto di ragione: verificate, con gli stessi strumenti della vostra sapienza giuridica, se le parole che pronunciate onorano davvero la persona umana, la famiglia, la libertà dei popoli. Se lo fanno, l’Africa e l’Europa cammineranno insieme. Se non lo fanno, nessun trattato, per quanto ben scritto, potrà colmare la distanza che le “parole tradite” avranno scavato fra noi». Con questo accorato appello, mercoledì 15 luglio, il cardinale Robert Sarah ha chiuso il suo intervenuto nella Sala SPAAK 5B1 del Parlamento Europeo. L’evento, una riflessione sul rapporto tra Europa e Africa con un particolare focus sul futuro dei due continenti, ha avuto come titolo Europe and Africa. In conversation with Cardinal Robert Sarah, ed è stato organizzato dal gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) in collaborazione con Pro Vita & Famiglia. Ad invitare a Bruxelles il porporato africano sono stati gli eurodeputati Nicolas Bay, francese, e il bresciano Paolo Inselvini (Fdi) che a Tempi racconta un evento che a giudicare dal risalto ricevuto è forse destinato a lasciare il segno.

Onorevole Inselvini, cosa l’ha spinta a organizzare questo invito “speciale”?
Questo convegno è stato per noi un atto rivoluzionario, nel senso originario del termine: vogliamo riportare l’Europa alle sue radici, che sono soprattutto radici spirituali, cristiane. In questo senso la lectio magistralis del cardinale Sarah è stata una ventata di novità, una boccata d’ossigeno per una certa aria stantìa che pervade le stanze del Parlamento europeo. L’Europa è un immenso patrimonio di storia, di cultura e di arte, costruito da nazioni sorte su comuni radici cristiane. Urge che anche il discorso pubblico torni a riconoscere questa realtà.

Eppure se Europa e cristianesimo dal punto di vista storico sono strettamente connesse, non sembrano esserlo più per molta politica, specialmente a livello europeo. Da eurodeputato che vive il Palazzo che idea si è fatto?
Qui a Bruxelles la tradizione cristiana nel migliore dei casi la si ignora, nel peggiore la si combatte, sovente con ferocia. Lo vediamo con il manifestarsi con ideologie di vario tipo. Lo spazio del cristianesimo è stato occupato da nuove pseudo-religioni: quella ambientalista, quella arcobaleno, quella che Jorge Bergoglio chiamava «religione dello scarto». In un tempo in cui è indispensabile tornare a fare ordine e andare in profondità delle cose, poter ascoltare la voce pacata ma potente come quella del cardinale africano è stato molto importante.

Dove partire per arrivare a costruire il miglior rapporto possibile con l’Africa?
Dobbiamo partire da noi, dall’idea di uomo che abbiamo. Robert Sarah sul punto ha parlato della mutazione del significato delle parole, di “parole tradite”. Citando espressioni quali “diritti umani”, “famiglia”, “libertà”, “salute”, “genere”, “dignità”, con una provocazione intelligente ha chiesto ai parlamentari e agli ospiti se secondo loro significassero ancora la stessa cosa a Strasburgo come a Kampala.

Il cardinale ha addirittura denunciato il fatto che nel rapporto fra l’Unione Europea e l’Africa le parole sono usate «non per rivelare la realtà, ma per rovesciarla».
È proprio così. Sarah ha detto la verità quando ha ricordato ai partecipanti che con l’espressione “salute sessuale e riproduttiva” la Ue intende l’accesso sempre più generalizzato all’aborto; quando parla di “uguaglianza di genere” non intende altro che la decostruzione della differenza sessuale tra uomo e donna iscritta nel corpo dell’essere umano. E se riguardo ai Paesi africani, poi, la Ue parla di “diritti umani”, quasi sempre lo fa per imporre categorie giuridiche estranee alla storia, alla fede e alla cultura africana. È quella che papa Francesco denunciava come «colonizzazione ideologica».

A questo proposito al centro del convegno c’è stata la presentazione di “Aiuti condizionati”, il dossier con cui Pro Vita & Famiglia ha documentato gli strumenti finanziari, giuridici e commerciali con cui l’Ue negli ultimi venti anni ha condizionato lo sviluppo della società africana all’accettazione di politiche progressiste su aborto, gender e diritti Lgbt.
Erano discorsi assolutamente complementari e ci è sembrato giusto farli in parallelo. La verità è che l’Africa è un continente in crescita eppure molto strumentalizzato. Si parla tanto, e giustamente, di inclusività; eppure considerare i Paesi africani come inesperti e anacronistici – e quindi da “guidare” con la leva ricattatoria del denaro, come hanno ben dimostrato gli amici di Pro Vita & Famiglia – significa continuare ad avere un atteggiamento profondamente razzista, che nega all’altro pari dignità umana e morale. Con il popolo africano noi vorremmo un confronto schietto e alla pari, partendo da dati di verità, senza pretendere di rimodellarne l’anima. Ha ragione da vendere il cardinale Sarah quando ha ribadito che gli africani non vogliono più essere trattati come minori d’età sotto tutela, bensì come soggetti morali capaci di dire “no” a ciò che demolisce la loro visione del mondo. Sono nazioni sovrane, è davvero il minimo che dovremmo concedere.

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Richiamando alcune costituzioni africane, ad esempio quella del Kenya per cui «la vita della persona ha inizio al concepimento», il cardinale le ha definite tutt’altro che arretrate, piuttosto «un frammento di saggezza giuridica che l’Occidente farebbe bene a riconsiderare invece di correggere».
La Francia di Macron che introduce il diritto all’aborto in Costituzione per “mettere al sicuro” l’uccisione di migliaia di innocenti è purtroppo il tragico contraltare delle sagge parole del porporato. La cui verità è impossibile da negare alla semplice ragione.

Nel punto dell’intervento dedicato alla storia africana, il cardinale ha aggiunto un elemento spesso trascurato, e cioè che il cristianesimo per l’Africa non è affatto un residuo del colonialismo europeo. A suo dire ciò dovrebbe costituire un ulteriore freno all’atteggiamento di superiorità che l’Europa, seppur a volte in buona fede, continua a conservare.
Assolutamente! Già nei primi secoli l’Africa aveva dato alla Chiesa alcune delle più grandi figure, da Atanasio a Tertulliano, da Cipriano ad Agostino d’Ippona. Questo dato è importante perché quando si parla di autodeterminazione religiosa della gente africana si vuole difendere la libertà di un continente che ha contribuito a plasmare il cristianesimo, e che oggi ha moltissimo da dare al suo sviluppo. Basti pensare all’evangelizzazione di ritorno operata in Europa, figlia del fervore di religiose e sacerdoti africani. Dunque, come ha ben sostenuto il cardinale, difendendo l’autodeterminazione religiosa africana non si difende affatto un “particolarismo tribale” da contrapporre a un preteso universalismo europeo.

Da più parti vi è stato riconosciuto che con l’invito dell’ex Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, lei e il suo collega francese Bay avete costruito un’operazione particolarmente originale quanto a spessore e contenuti. Qual è la sua valutazione personale della visita del cardinale a Bruxelles?
È stato uno degli eventi più partecipati che abbia visto qui al Parlamento europeo. L’entusiasmo delle persone che hanno assistito al discorso del porporato africano ha ribadito due cose. Innanzitutto che sono ancora tanti coloro che hanno una profonda sete di verità. In seconda battuta che spesso è più la nostra paura a frenare il consolidarsi di una narrazione pubblica nuova. In realtà se vogliamo che l’Europa torni ad essere se stessa dovremmo semplicemente avere più coraggio. A tutti i livelli.

A differenza di quanto accadde con Ratzinger alla Sapienza, a cui fu impedito di parlare, al Parlamento europeo il cardinale Sarah è stato accolto senza contestazioni. Pensa che il clima vada cambiando?
Pur non avendo la nostra identica visione, la presidente del Parlamento Roberta Metsola è più vicina ai nostri principi di quanto possa sembrare, e nell’invito del porporato africano questo elemento ha certamente giocato. Sicuramente certe scelte sfacciatamente antidemocratiche e liberticide, mi riferisco a Joseph Ratzinger messo alla porta da professori della Sapienza piegati ai “Collettivi”, oggi forse è più difficile che accadano, non fosse altro perché nel tempo si sono rivelati degli autogol clamorosi. Il fatto però che la sinistra oltranzista non abbia contestato una lectio magistralis che ha smontato gran parte dell’ideologia su cui si fonda un certo progressismo politico temo lo si di debba a qualcosa di molto più banale che a una presa di coscienza.

Ci spieghi.
Mercoledì molti dei parlamentari più radicali erano impegnati a contrastare una manifestazione autorizzata contro il dilagare dell’immigrazione che stava svolgendosi davanti al Parlamento europeo. Tutto qui. Quello che conta, a questo punto, è che siano arrivate a molti le parole di verità pronunciare dal cardinale guineano in difesa del Logos; dell’autentica dignità del popolo africano; contro la violenta colonizzazione ideologica perpetrata col ricatto; sulla vera essenza del principio di sussidiarietà; sull’importanza di non continuare a violentare il significato delle parole. L’onda lunga della sua lectio magistralis non potrà non avviare la politica più avveduta ad una ritrovata riflessione sull’uomo. Questa è la nostra speranza.

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