Beirut devastata. Le certezze, le domande e un augurio

La capitale del Libano è ridotta a una Hiroshima. Tra molti dubbi e interrogativi inquietanti, la sola possibilità di ripresa resta la proposta del patriarca maronita Béchara Raï

Distruzione a Beirut dopo le esplosioni di martedì 4 agosto nel porto della città

L’articolo pubblicato qui sotto è stato consegnato a Tempi il 27 luglio per la rubrica “Il Molokano”, e nel mensile cartaceo uscirà così. L’ho riletto dopo l’immensa esplosione che ha squassato Beirut ieri sera, 4 agosto. La via d’uscita al disastro proposta dal patriarca maronita cardinale Béchara Boutros Raï è di evidente saggezza e di intelligenza politica specialmente in queste ore.

Quello che nel momento in cui il patriarca ha pronunciato quelle parole pareva essere un sogno provocatorio, un’utopia senza basi realistiche, oggi è davanti al capezzale di Beirut ridotta a una Hiroshima la sola possibilità di ripresa.

In queste ore si registra la saggezza di tutti i leader delle fazioni: nessuno sta accusando l’altro per questo spaventoso evento. Il mondo promette aiuti e sostegni.

Quanto alla dinamica della deflagrazione esistono certezze che si mescolano a domande. Le certezze:

1) A trasformare un incendio in una esplosione immane è stata la presenza di 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio;

2) Era lì da sei anni, sequestrato e stoccato accanto a una fabbrica di fuochi d’artificio (sic!).

3) La  zona è quella controllata da Hezbollah.

Fin qui queste constatazioni spingerebbero a considerare il tutto un “incidente”. Altre certezze però insinuano il dubbio:

1) Il Libano è il santuario delle intelligence di tutte le potenze e superpotenze: Israele e Cina, Francia e Russia, Turchia e Stati, Egitto e Al Fatah;

2) Hezbollah ha un’organizzazione e un apparato di servizi segreti meticoloso e così le altre fazioni in campo;

3) Il 7 agosto il Tribunale dell’Onu sentenzierà sulla colpevolezza o meno di quattro ufficiali di Hezbollah accusati dell’attentato che il 14 febbraio 2005 assassinò 22 persone tra cui il leader sunnita Rafiq Hariri.

Devastazione a Beirut dopo le due esplosioni che hanno raso al suolo la zona del porto

Da qui le domande: possibile che nessuno sapesse di questa Santa Barbara tra le potenze e le fazioni che qui non si sono mai manifestate per delicatezze pacifiste? Una simile assurda trascurataggine, con un’autorità portuale assistita da un apparato di sicurezza proporzionato allo stato permanente di guerra interna ed esterna, somiglia sì o no a una dimenticanza voluta “ad ogni buon conto”? 

Tutto può essere, chi tira i fili della storia sta sopra gli uomini, i quali però sono liberi e tendenzialmente cattivi e capaci di tutto. Il nostro augurio al Libano è un po’ paradossale: e cioè che in questo caso la stupidità abbia superato la crudeltà e il cinismo, e dunque si tratti di una fatalità luttuosa. Da cui possa scaturire una volontà di pace e di unione interna assistita da istanze internazionali, con aiuti e garanzie di disarmo delle fazioni.

Ex malo bonum, scrisse sant’Agostino e sui cedri vigila, come ha scritto il Molokano, san Charbel Makhluf.

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Sento in lontananza i rimbombi. L’Armenia è sotto attacco dall’Azerbaigian che ha al fianco la Turchia. Ma non oseranno affondare il colpo. Erevan è sostenuta da Mosca. Da sempre gli armeni sono abituati a questi assalti. Eppure reggono il colpo, persino nella diaspora hanno un cuore solo. Credo che sia dovuto alla protezione di san Gregorio l’Illuminatore che dopo anni e anni di carcere in una fossa guarì e convertì il re e il suo popolo. E la sua intercessione si è manifestata, anche nel genocidio, conservando la certezza ai suoi figli che ogni lacrima di madre sarà raccolta e butterà fiori e germogli dal legno della croce. Il resto di Israele-Armeno perdura ed è una speranza indomita anche per noi molokani che armeni non siamo ma siamo stati accolti – russi eretici ed erranti – da questo magnifico popolo tribolato.

Gli armeni a difenderli dal peggio hanno un santo antico e i russi. Ma sono più preoccupato per il Libano che per noi. I libanesi hanno un santo grandissimo, ma intorno non esiste oggi una potenza occidentale od orientale che voglia preservarne l’identità unica e meravigliosa. Nessuno o quasi, neppure da voi, in Italia, se ne cura. Per questo oso lanciare l’allarme, e Tempi è il luogo perfetto. Il resto della stampa occidentale, persino quella francese, tace.

Il santo è Charbel (Giuseppe in italiano) Makhluf. Un santo maronita che dalla sua morte (1898) non ha riposato neppure un istante. Ha aiutato i suoi compatrioti con intensità particolare durante la guerra che ha devastato il paese negli anni Settanta e Ottanta, al punto da essere soprannominato “il santo ospedale”, in ragione delle centinaia di guarigioni a lui attribuite (papa Francesco ha detto che non esiste niente di paragonabile nella storia della Chiesa). San Charbel oggi è solo, chi lo ascolta?

Il Libano è travolto da un Armageddon economico e sociale spaventoso. Ha dichiarato fallimento. È il risultato della degenerazione del patto ideale tra le diverse identità religiose che hanno consentito una miracolosa e prospera convivenza (cattolici maroniti, musulmani sunniti, sciiti, drusi eccetera). La guerra civile (1974-1989) è stata in realtà una guerra esterna che si è riversata all’interno, una continua belligeranza tra Siria, Israele e le superpotenze dietro di loro. L’accordo di Taif (1989) tra le fazioni ha consentito la ricostruzione con sorprendente rapidità e riconquista di un livello di benessere altrove sconosciuto in Medio Oriente (i libanesi sono dotati di genialità imprenditoriale e di centri di eccellenza culturale e scientifica ovunque riconosciuti). L’appartenenza religiosa però si è trasformata in una sorta di mafia del sangue. Un confessionalismo funzionale all’arricchimento lottizzato. Tutto pareva quietamente accettato. Ma clientelismo e corruzione esasperati, il dominio ottuso delle grandi famiglie, hanno portato il paese al fallimento e una povertà mortale.

C’è stata il 17 ottobre scorso una rivoluzione popolare, che ha attraversato tutte le identità. La risposta è stata la prevalenza assoluta e (quasi) totalitaria di Hezbollah, il partito-esercito sciita, usato come legione straniera dall’Iran. Gli 8 milioni di libanesi sono ridotti nella maggioranza alla fame. Abbandonati dalle potenze in mano a famiglie asservite ai loro meschini interessi. Né i ricchi paesi sunniti né quelli occidentali hanno oggi interesse a salvare una nazione satellite dell’Iran. Interverrà la Cina? Intanto si aspetta l’esplodere di una rivolta che Hezbollah è pronta ad annegare nel sangue.

Eppure qualcosa si muove in positivo, un baluginìo di miracolo. Sarebbe utopia se dietro (e sopra) non ci fosse Charbel, il grande taumaturgo nell’avvenimento che da quindici giorni ha scosso i Cedri e che qui trasmettiamo all’opinione pubblica e al governo italiano, perché agisca nelle sedi internazionali. Parlo dell’entrata in scena, netta e decisa come si addice a una grande autorità morale, del patriarca maronita Béchara Boutros Raï, cardinale della Chiesa cattolica. Cosa ha detto Raï, e cosa va ripetendo giorno dopo giorno dai pulpiti, dai microfoni di radio e tv come pure negli incontri con autorità politiche locali e internazionali? Una cosa semplice, difficile da fraintendere: il Libano deve tornare a essere neutrale. Non è una bella parola, è un concetto carico di significato politico. «Non c’è soluzione alla crisi se il Libano non esce dagli assi politici e militari». Neutralità: ma questo esige accordo interno di salvezza e sguardo lungimirante all’esterno.

Hezbollah ha risposto malamente, ed era prevedibile. Lega araba e Francia hanno risposto positivamente. Mentre scrivo temo per la vita del Patriarca. Parole di un sognatore? Un giorno papa Leone Magno fermò Attila…

Foto Ansa