Né la guerra né la tregua tra Israele e Iran avvicinano la pace di un millimetro

Di Giancarlo Giojelli
27 Giugno 2025
I missili dell’Idf hanno indebolito l’Asse guidato da Teheran, ma odio, conflitto e devastazione regnano a Gaza, in Cisgiordania, Libano, Siria, Yemen. Va risolta la questione palestinese, ricorda Pizzaballa, e può farlo solo «una nuova leadership»
Sfollati palestinesi di ritorno da un centro di distribuzione di aiuti umanitari lungo Rashid Street, Jabalia, 22 giugno 2025 (foto Ansa)
Sfollati palestinesi di ritorno da un centro di distribuzione di aiuti umanitari lungo Rashid Street, Jabalia, 22 giugno 2025 (foto Ansa)

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, lo ha detto più volte: «Nessuna pace è pensabile se non viene risolta la questione palestinese. Qualsiasi futuro assetto regionale resterà incompleto». Lo ribadisce in una intervista a Repubblica all’indomani della “tregua” di fatto imposta dal presidente americano Donald Trump a Israele e Iran. «Il cessate il fuoco è importante perché evita che le tensioni si espandano a tutta la regione, ma la pace», dice il cardinale, «richiederà tempi lunghi e sarà molto difficile».

I bombardamenti e i lanci dei missili tra i due paesi sembrano per il momento essersi fermati, o quantomeno sono più rarefatti, benché la storia di questi anni e soprattutto di queste ultime settimane ci insegna che tutto è sempre sull’orlo di una nuova crisi. I cui esiti sembrano fino ad ora essere stati contenuti ma le cause niente affatto rimosse. E restano aperti scenari futuri imprevedibili.

La distruzione della Striscia e la resistenza di Hamas

«Nessuna intelligence al mondo», dice a Tempi l’ex capo delle operazioni del Mossad, il colonnello Zohar Palti, «è in grado di prevedere e ipotizzare una soluzione non per Gaza, ma per Hamas. È questo il punto. Va smantellata una organizzazione che ha come scopo la distruzione di Israele, di cui non possiamo fidarci».

Israele non può ripetere l’errore enorme fatto in passato, quando ha permesso per anni che il Qatar rifornisse Hamas fidando che questa in cambio dei soldi non avrebbe minacciato Israele. E pesa la questioni ostaggi: le famiglie si sentono sempre più abbandonate e lasciate sole. La soluzione di forza ha portato alla distruzione della Striscia e alla liberazione di pochi ostaggi e al recupero dei cadaveri, ma solo la concessione di due tregue ha permesso il rilascio di oltre cento prigionieri tra novembre e gennaio.

Dopo queste brevi interruzioni la guerra è sempre ripresa aprendo una ormai gigantesca emergenza umanitaria: a Gaza, comunque si calcolino le vittime, i morti sono almeno 50 mila (più di 60 mila, dice Hamas), la popolazione è ben oltre la soglia della fame. E almeno metà degli operativi del gruppo fondamentalista sono ancora in grado di combattere e di colpire, mille i soldati israeliani caduti nei combattimenti. Ogni casa, ogni maceria di casa, può nascondere una trappola mortale, lo si è visto anche due giorni fa: sette soldati uccisi dal lancio di un razzo.

Quasi un milione di persone vagano per il territorio: i pochi centri di distribuzione del cibo ancora funzionanti sono quelli istituiti dalla Gaza Humanitarian Foundation, l’associazione voluta da Israele e dagli Usa per sostituire l’Onu, l’Unhcr ha ormai dichiarato impossibile far funzionare gli oltre 400 punti di raccolta di acqua e generi alimentari. E le file interminabili che si creano davanti ai pochi centri sono quotidianamente oggetto di attentati, le persone affamate sono bersagli. Il cibo una preda da catturare e rivendere.

Cisgiordania, la fame e la speranza impossibile

La situazione è gravissima anche in Cisgiordania, ci dice il custode di Terra Santa uscente fra’ Francesco Patton, che verrà presto sostituito da fra’ Francesco Ielpo. «La popolazione semplicemente non ha lavoro, non ha di che comprarsi il cibo. I cristiani, poi, che vivono prevalentemente di commercio e di turismo religioso, sono disperati. La Chiesa aiuta come può, ma non ha risorse infinite».

Rony Tabbash, che ha il più antico negozio di articoli religiosi a Betlemme, per la prima volta in tanti anni di amicizia si lascia andare a parole di sconforto che non gli avevo mai sentito dire prima: «È peggio del Covid, peggio delle Intifade, peggio delle guerre: ora è la fame assoluta. Io dico sempre che non bisogna arrendersi, che siamo i “soldati della mangiatoia”, amici di Gesù, ma è davvero duro sperare».

Funerale di un soldato israeliano rimasto ucciso durante uno scontro con Hamas nella Striscia di Gaza, Ashkelon, 25 giugno 2025 (foto Ansa)
Funerale di un soldato israeliano rimasto ucciso durante uno scontro con Hamas nella Striscia di Gaza, Ashkelon, 25 giugno 2025 (foto Ansa)

La guerra infinita con Hezbollah in Libano

A Nord la tregua con il Libano e le possibilità aperte dal nuovo presidente cristiano, Joseph Aoun, lasciano intravedere spiragli più ampi, ma è una illusione dire che la pace è stata raggiunta. Ogni giorno gli attacchi dei droni israeliani colpiscono postazioni Hezbollah, che non si sono ritirati e non hanno consegnato le armi all’esercito, pur avendo sospeso il lancio di razzi sulla Galilea. Non si è ritirato Israele: ci sono ancora scontri sul campo, non solo attacchi aerei. Sono 230 i morti in Libano dopo l’inizio della tregua. E i droni sorvolano in continuazione la periferia Sud di Beirut e la valle della Bekaa.

L’intelligence israeliana ha pubblicato una lista di “cambiavalute” libanesi accusati di essere in realtà i responsabili del dirottamento dei fondi internazionali che arrivano in Libano per finanziare le attività di Hezbollah. «Un duro colpo ai percorsi di finanziamento del partito sciita», ci dice un ufficiale delle unità israeliane. Due persone inserite nella lista sono state uccise in un raid di droni, erano in auto vicino a Nabatieh, la città più vicina al confine Sud. La conseguenza è che Hezbollah ha annunciato la sospensione del pagamento degli assegni alle famiglie dei “martiri”. Non ha più fondi e non è una notizia da poco: il “welfare” della milizia è uno di suoi punti di forza e fondamento dell’appoggio che ha sempre avuto da parte della popolazione in assenza dello Stato.

Il presidente Aoun chiede la proroga del mandato Unifil, teme che la guerra possa ricominciare.

Siria nel mirino dei terroristi

In Siria dopo il cambio di regime, la minaccia per Israele si è allentata: secondo la tv israeliana Khan, ci sarebbero stati contatti tra lo Stato ebraico ed emissari del nuovo governo di Al-Shara, un tempo Al-Jolani (“l’uomo del Golan”), che guidava il braccio siriano dell’Isis. Lo scopo sarebbe arrivare a qualcosa di più di un tregua: un riconoscimento da parte della Siria di Israele, che sarebbe un fatto storico inaudito, e l’ingresso di Damasco negli Accordi di Abramo, il patto tra Israele e i paesi arabi del Golfo che prima del 7 ottobre 2023 stava per coinvolgere addirittura l’Arabia Saudita.

Ma mentre i contatti sono in corso, un kamikaze sospettato di far parte della galassia qaedista, un tempo legata e alleata di Al-Shara, si fa esplodere in una chiesa durante la Messa del Corpus Domini (un strage di cui pochissimi hanno parlato, citata dal Papa e documentata da Tempi che ha riportato testimonianze dirette). «Situazione confusa», commenta Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri russo che deve rintuzzare i toni trionfalistici di Donald Trump, senza spingersi troppo in là (guarda all’Ucraina e ad un accordo globale).

A chi interessa la questione palestinese?

La confusione, come una tela di Penolepe, continuamente tessuta e altrettanto continuamente disfatta, porta ad alternati annunci di tregua e a smentite sul campo. La speranza è affidata soprattutto all’intervento dei paesi arabi sunniti, che sono ben felici di vedere ridimensionato, se non a rischio di caduta, il regione sciita di Teheran. Ma tutto passa – e si torna sempre lì – dalla questione palestinese, e da Gaza.

Il cardinale Pizzaballa guardando alla questione palestinese parla del «bisogno di una nuova leadership» che abbia «una visione politica». Attualmente «non ce ne è una», dice, «capace di fare questo adesso, da nessuno dei due lati».

La speranza ha un volto: quello dei 541 cristiani a Gaza, latini e greco-ortodossi che convivono sotto le bombe, piccolissimo segno di resilienza che sta vivendo, non solo sopravvivendo, da due anni. In un mondo dove sembra scomparsa ogni sia pur piccola parvenza di vita normale.

La soluzione “politica” è lontana, le armi forse possono far vincere una guerra, ma non fanno vincere la pace. Si parla di una soluzione che passi da una presa di controllo di Gaza da parte di Egitto e Qatar. Ma Gaza non è la Palestina, o ne è solo una parte. E i campi palestinesi non sono solo in Cisgiordania: in Libano quasi mezzo milione di persone vivono recintate a Tiro, a Sidone, a Beirut. Non possono uscire, per gli arabi libanesi sono solo gypsy, zingari. Divisi in decine di fazioni e clan.

Né Hamas né Fatah né il Fronte popolare possono offrire soluzioni credibili, se non altro perché nessuno può dare reali garanzie. E i paesi arabi, solidali a parole, finora sembrano ben guardarsi dal volersi far carico di un situazione tanto esplosiva quanto senza sbocchi realistici. L’Asse della resistenza, voluto e sostenuto dall’Iran, è indebolito ma non scomparso, e i fronti di guerra sono sempre aperti: Gaza, Cisgiordania, Libano, Yemen del Sud.

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