Egitto, tornano i carri armati. «Morsi ha sottovalutato gli egiziani. I militari non staranno a guardare»

Intervista a Vittorio Emanuele Parsi, appena tornato dal Cairo: «La società è spaccata in profondità; è difficile immaginare una soluzione pacifica».

Si aggrava la crisi in Egitto. Martedì e mercoledì si sono verificati violenti scontri al Cairo tra i sostenitori islamisti del presidente e nuovo dittatore dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi e i dimostranti che dalla emanazione della Dichiarazione costituzionale del 22 novembre non hanno mai smesso di protestare. Ieri sono morte cinque persone, altre 644 sono rimaste ferite. Per calmare la situazione e difendere il palazzo del presidente l’esercito è sceso in strada con i carri armati, che non si vedevano più dalla rivoluzione che ha portato alla caduta del rais Hosni Mubarak. Sulla difficile situazione dell’Egitto tempi.it ha intervistato Vittorio Emanuele Parsi, scrittore e docente di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, appena rientrato in Italia dal Cairo.

Professore, la situazione in Egitto è degenerata.
Gli scontri di ieri sono l’esito della prova di forza di Morsi, a cui la metà dell’Egitto che non si riconosce nelle sue posizioni ha risposto con un’altra prova di forza, manifestando in piazza Tahrir e davanti al palazzo presidenziale. Dopo queste violenze non si può più tornare indietro, a meno che Morsi non ceda qualche potere. Ma la cosa mi sembra molto difficile. Ormai la società è spaccata in profondità, ora ci sono due Egitti ed è difficile immaginare una soluzione pacifica.

Per le strade sono tornati i carri armati. Qual è il ruolo dell’esercito in questa crisi?
L’esercito è entrato in scena chiamato dal presidente ma è improbabile che si limiti a stare a guardare e difendere il palazzo presidenziale mentre la situazione precipita. Oggi in Egitto da un lato c’è la Fratellanza Musulmana che vuole assumere il controllo della rivoluzione e dall’altro ci sono le forze che hanno fatto la rivoluzione e che vogliono riprendersela. I militari, che ieri si sono fatti garanti della transizione, oggi potrebbero essere tentati di farsi garanti della vera rivoluzione contro chi ne ha tradito lo spirito.

Bisognava aspettarselo che la presidenza di Morsi avrebbe preso una piega dittatoriale?
Morsi ha sorpreso tutti. Bisogna vedere quanto abbia influito sulle sue decisioni il successo internazionale ottenuto dopo la sciagurata guerra di Gaza. Forse il presidente è stato tentato di incassare il successo anche su base nazionale. Non sappiamo bene neanche quali pressioni e spaccature ci siano all’interno dei Fratelli Musulmani e tra loro e i salafiti. Di sicuro si può dire che la sua sia stata una mossa azzardata, perché ha sottovalutato la società civile e laica dell’Egitto. Martedì piazza Tahrir era piena di donne giovani senza velo, piena di giovani ed esponenti della, chiamiamola così, borghesia. C’è una consistente parte del popolo egiziano che non vuole essere messa sotto dagli islamici.

La Costituzione che il 15 dicembre dovrà essere approvata da un referendum nazionale rispecchia anche l’Egitto non islamico?
Come molti hanno fatto notare la costituzione non è così diversa da quella del 1971. Ad essere cambiato è il contesto: la Costituzione è liberale ma ora è in mano a un sistema autoritario che potrebbe imporre una sterzata islamista.

Qualcuno parla già di nuovo Iran. È questo che si voleva ottenere con la cosiddetta Primavera araba?
No, sarebbe il fallimento della Primavera araba. L’Egitto non vuole essere islamista, neanche se si trattasse di un islam moderato, però c’è una metà della popolazione a cui questo sta bene.