E adesso sotto con gli aiuti di Stato. «Ecco come si può cavalcare la svolta Ue»

L’avvocato Morri ci spiega il piano elaborato con un pool di professionisti: «Questa crisi si chiama fallimento di mercato e lo ha capito anche l’Europa. Ora un fondo per fornire alle imprese capitale di rischio, non debiti. Ecco tutti i conti»

Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri

La notizia, passata un po’ in sordina, è che venerdì la Commissione europea ha dato il via libera agli aiuti di Stato per le aziende messe in ginocchio dalla pandemia Covid-19 e dal lockdown. Per una volta, invece di irrigidirsi sulle note posizioni rigoriste e ultraliberiste che in Italia minacciano di trasformare l’emergenza coronavirus in una emergenza economica permanente, l’Unione Europea potrebbe averci messo nelle condizioni di cogliere da questa crisi l’opportunità per – come si dice – favorire la rinascita del paese.

Ne è convinto Stefano Morri, avvocato e commercialista, titolare di una delle società di consulenza legale e tributaria più note di Milano, che con il suo studio Morri Rossetti e in collaborazione con un pool di professionisti del settore finanziario ha elaborato proprio nei giorni scorsi – anticipando la decisione della Commissione di Bruxelles – uno strumento per il rilancio dell’industria italiana basato sull’ingresso dello Stato nel capitale delle imprese e su debito subordinato. Guarda caso, esattamente le possibilità di aiuti di Stato ora aperte dall’Unione Europea.

Avvocato Morri, perché è una bella notizia che l’Unione Europea abbia autorizzato gli Stati membri a offrire «aiuti di Stato» sotto forma di «ricapitalizzazione e prestiti subordinati alle imprese non finanziarie in crisi»?

Perché tutta la materia delle provvidenze alle imprese è condizionata dalla disciplina europea sugli aiuti di Stato, pensata per evitare che venga falsato il gioco concorrenziale. La Commissione era già intervenuta sul problema con un provvedimento a carattere generale del 19 marzo scorso, il Temporary Framework, che ha costituito il background del decreto liquidità, quello sui finanziamenti d’impresa garantiti dallo Stato. Con questo nuovo intervento ha creato le condizioni per una nuova serie di misure.

Cosa significa che questa misura comunque «preserva nel contempo la parità di condizioni nell’Ue»? Adesso non ci sono queste condizioni di parità? La stessa Margarethe Vestager, commissario alla Concorrenza, presentando questa decisione, si è sentita in dovere di precisare che «è nell’interesse di tutta l’Europa assicurarsi che questa crisi simmetrica globale non si trasformi in uno shock asimmetrico a scapito degli Stati membri che hanno meno possibilità di aiutare la loro industria».

Io che non amo questa Europa devo dire che stavolta le istituzioni comunitarie stanno reagendo con una certa tempestività, se possono farlo (leggi Bce e Commissione, meno Consiglio dell’Unione Europea). Hanno capito che qui è in gioco il futuro dell’architettura europea. La Vestager esprime una constatazione: il Covid-19 mette alla prova i sistemi nazionali e crea ulteriori disuguaglianze che vanno molto al di là della mera pandemia. Quindi è vero che lo shock è simmetrico. Ma le risposte nazionali non lo sono affatto. Sotto il profilo sanitario ed economico. Sanitario, perché alcuni stati, in primis la Germania, hanno mostrato maggior previdenza ed efficienza nella risposta alla pandemia. Economico, perché il lockdown non è stato certo uguale ovunque. In marzo e aprile in Germania – per continuare a usare lei come parametro, visto che è il nostro principale competitor industriale – il calo del consumo elettrico è stato del 5 per cento, in Italia del 13,5 per cento. Per non parlare della velocità e della magnitudine con la quale sono stati erogati gli aiuti alle imprese sotto forma di crediti garantiti al 100 per cento dal braccio finanziario del governo tedesco, il Kreditanstalt für Wiederaufbau. Quindi dopo il Covid-19 si rischia di trovare una Europa in cui le faglie tra Stato e Stato si sono ampliate e di molto.

Si è parlato e si parla tanto del famigerato Mes (più che parlare, si litiga), perché di questa modifica invece non si occupa nessuno? Non se ne coglie la portata? Che cosa permetterebbe di fare?

Il Mes è stato oggetto di una battaglia ideologica che ha molte ragioni. Andare come prima cosa a chieder soldi a un meccanismo che è pensato per salvare gli Stati dalla bancarotta, quando lo Stato italiano può fare appello all’enorme risparmio nazionale, non mi è parsa una buona mossa.

Diciamo che a una cosa è servita questa crisi. Far capire al cittadino medio «di che lacrime grondi e di che sangue», secondo il verso di Foscolo su Machiavelli, la vicenda europea. Dietro i sorrisi delle photo opportunity c’è infatti una lotta geopolitica senza esclusione di colpi – il cui solo grande merito è di sostituirsi forse a una nuova guerre en forme, il che non è poco – in cui l’Italia deve giocare il suo ruolo senza complessi di inferiorità, ben piantata sui suoi interessi nazionali. E se qualcuno si illudeva di poter fare la quinta colonna di qualche potenza straniera senza costi politici interni è stato costretto a rifare i suoi conti. Questa è una acquisizione fondamentale e spero duratura della coscienza popolare che segnerà una nuova era nei rapporti tra l’Italia e le istituzioni europee, impedendo a certi propalatori di un europeismo irenico ed irreale di continuare a fare danno.

Detto questo il Mes è il minore dei mali, come avevo già scritto sulle vostre colonne. Sono pochi spicci destinati alla sanità. Prendiamoli, cerchiamo di spenderli bene e facciamola finita.

Ben altro problema è la difesa del nostro apparato industriale. In effetti di ciò si è parlato molto poco se non negli ultimi giorni. Qui giocano due pregiudizi ideologici opposti: quello dei liberisti ad ogni costo, quelli della società aperta ad ogni costo, cui scatta un riflesso condizionato di repulsione dinnanzi a queste misure, senza capire che lo Stato ha una funzione essenziale nel garantire il funzionamento dell’economia di mercato, dovendo intervenire quando il mercato fallisce. E quello dei peronisti de noiantri più preoccupati di elargire redditi di varia denominazione per comprarsi consenso che di sostenere l’industria italiana, verso cui hanno una innata diffidenza.

Qual è la vostra proposta?

Di creare subito subito un fondo di investimento statale che intervenga nel capitale di rischio delle imprese, in specie le Pmi, con una dotazione di almeno 25 miliardi di euro cui si devono aggiungere altri 25 miliardi di garanzie al 100 per cento per prestiti che le banche erogheranno alle stesse imprese investite. In pratica, un euro di capitale e un euro di debito. Deve essere capitale paziente, perché la ripresa non sarà breve. Tra i 5 e 7 anni per l’exit.

Pensiamo che di questi 50 miliardi 20 debbano andare al settore dei servizi e 30 a quello della manifattura, in specie quella che esporta. La selezione delle imprese in cui investire avverrebbe sulla base di piani industriali che segnalino potenzialità di recupero e di crescita, anche per aggregazioni, superando così la storica frammentazione del capitalismo nazionale. Il che è perfettamente in linea con le regole della Commissione che consente di usare i denari anche per finanziare acquisizioni da parte delle Pmi.

Il sistema bancario, liberato dal timore di incappare in responsabilità penali e civili da un adeguato scudo, sarà in prima linea nell’istruttoria delle operazioni, valorizzando i suoi asset: presenza sul territorio, conoscenza delle imprese, competenze nella loro valutazione.

Pensiamo che in questo modo si possano finanziare in sei mesi almeno 2.000 aziende, soprattutto Pmi. Il team di gestione deve essere veloce e flessibile e non condizionato da un sistema di incentivazione, come quello del carried interest, che va contro la filosofia dell’intervento.

Come si può spiegare tutto ciò alla casalinga di Voghera?

Le imprese italiane hanno perso in questi mesi tanti soldi che non si possono coprire coi debiti e basta. Ci vuole un’iniezione di capitale di rischio, capitale che non si deve rendere se non se e quando le cose andranno bene e tutto sarà stato superato.

È poi importante aiutare i lavoratori che perdono il lavoro e le famiglie in difficoltà ma è altrettanto importante sostenere coloro che il lavoro lo creano. Mi sembra semplice, no?

Che potenziale ha in termini di crescita economica?

Noi abbiamo stimato un impatto di tre-quattro volte l’investimento come crescita del fatturato delle imprese direttamente investite e di una-due volte delle imprese a monte della filiera. Insomma una crescita di produzione tra i 200 e i 300 miliardi all’anno, pari al 10-15 per cento del Pil ante Covid con un gettito fiscale stimabile, tra imposte sui profitti, sugli stipendi, i redditi di lavoro autonomo, Iva, in tutte le filiere, in ben più di 50 miliardi l’anno, il che dà la misura del ritorno indiretto per lo Stato su questo investimento.

Come si fa a calcolare un simile impatto? Le vie dell’inferno del debito pubblico italiano sono lastricate di un sacco di misure che avrebbero dovuto farci svoltare…

C’è l’esperienza del private equity. È oggettivo. Il rafforzamento patrimoniale accompagnato dal desiderio dell’imprenditore di svilupparsi per riscattare il capitale investito dallo Stato crea le condizioni della crescita. Ovviamente noi pensiamo che i soldi debbano essere dati a chi presenta un piano industriale che abbia un senso. Il ceto professionale dovrà fare la sua parte nell’aiutare gli imprenditori a fare un salto di mentalità sia nella visione del loro destino che nella governance delle imprese.

Pensiamo ad una applicazione vera della norma – il 2086 del c.c. – in materia di assetti organizzativi e amministrativi introdotta dal codice della crisi del 2019 che impone alle imprese, anche alle più piccole, una reale strutturazione in termini di gestione dei rischi facendo partecipare a questo sistema non solo gli amministratori ma anche i revisori e i sindaci. Le associazioni di categoria potranno farsi carico della formazione professionale degli imprenditori. Le banche monitoreranno come sanno fare l’andamento delle attività, offrendo i loro ulteriori servizi. Insomma un grande movimento nazionale.

Dice che il fondo dovrebbe avere 50 miliardi di euro di dotazione. Ma anche queste sono risorse da trovare da qualche parte. Dove, visto che non si trovano nemmeno i soldi per fare arrivare nelle tasche di cittadini e imprese gli aiuti già inseriti nei vari taumaturgici decreti del governo?

Ma i soldi ci sono! Ci sono quelli che sta stampando la Bce a ritmi forsennati – 750 miliardi di qui a fine anno – con il suo Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp), quelli che arriveranno con, si spera, il Recovery Fund. Ma senza scomodare le istituzioni comunitarie: ci sono i 4,5 triliardi di liquidità nazionale che sarebbe uno scherzo mobilitare intorno a un grande programma di sostegno alla produzione italiana. Guardi che questi non sono soldi a fondo perduto. Rendono, eccome se rendono. Già prima della crisi i grandi fondi di investimento italiani si erano resi conto che il segmento delle Pmi era quello che assicurava nel medio termine i rendimenti più alti e sicuri.

A proposito di soldi, dal suo osservatorio di consulente di impresa, che giudizio ha del cosiddetto “decreto liquidità” e, soprattutto, della sua applicazione?

Fino a qui un disastro. Devo dire che su questa vicenda si misura l’inadeguatezza dell’attuale ceto politico. Non capire che le banche non sono gli scendiletto del governo, in specie di questo governo, è un atto di hybris. E come tutti gli atti di hybris perderà il suo autore. Intanto le banche italiane sono state mezze distrutte nel decennio che ci ha preceduto. Hanno il personale decimato e demotivato. E poi non avere voluto assicurare l’impunità penale ai banchieri per biechi e stupidi riflessi ideologici condizionati è segno di suprema scemenza. Mi spiega perché un dirigente di banca deve prendersi il rischio di una incriminazione per bancarotta o per concessione abusiva del credito o di una azione per responsabilità erariale? E poi non si è capito perché fino a 800.000 euro non abbiano concesso la garanzia del 100 per cento dello Stato come ha fatto la Germania. Cosa cambia tra il 90 e il 100 per cento? Niente in termini di finanza pubblica. Ma un mondo in termini di fluidità del processo: così costringono infatti le banche a una istruttoria vera per quel 10 per cento che rimane, il che inceppa tutto. E lo sa perché fanno così? Perché pensano che gli imprenditori siano tutti degli imbroglioni che vanno ben scrutinati prima di dargli i soldi…

Che differenza c’è tra la liquidità «senza precedenti» mobilitata dal governo Conte e quella potenzialmente mobilitata da ricapitalizzazione e debito subordinato?

Intanto come si è visto di questa liquidità senza precedenti vi è finora solo qualche labile traccia. Ma anche concesso che essa vi sia, resta il fatto che è a debito. Le imprese stanno subendo perdite, cioè erosioni del loro patrimonio, in certi casi totali. E quindi perdono capacità di restituire i debiti. La nostra proposta vuole ristabilire un equilibrio patrimoniale, rendendo il debito sostenibile. Non è poca differenza…

A tutti i governi piace annunciare e promettere investimenti, ma poi c’è da fare i conti con i bilanci dello Stato. Non a caso sono anni che gli investimenti si tagliano. Perché questa proposta e la misura di Bruxelles dovrebbero convincerci a cambiare strada? Basta il temporaneo allentamento delle regole europee per non farci del male? E quando i parametri del rigore torneranno in vigore, che succederà?

Uno degli effetti di medio periodo della crisi sarà il crollo del gettito fiscale. I paesi che hanno accumulato risorse in questi decenni – mi riferisco ai famosi paesi del Nord Europa – grazie al dumping valutario e ai conseguenti avanzi commerciali, reggeranno il colpo molto meglio di noi. Per questo la politica peronista del governo, dei soldi a pioggia, è molto sbagliata. Non porta a nulla, se non a più debito che dovrà essere ripagato da quel ceto produttivo del Nord Italia che è stato messo in ginocchio dall’epidemia. La nostra proposta guarda anche a questo aspetto. Solo mettendo i soldi nell’industria lo Stato italiano si assicurerà una rapida ripresa delle entrate tributarie da cui dipendono il welfare e gli stipendi dei dipendenti pubblici.

Questa modifica al quadro temporaneo per gli aiuti di Stato non si applica alle imprese già decotte prima dell’emergenza, precisa la commissione alludendo chiaramente al caso Alitalia. Analoga puntualizzazione fate anche voi. Perché?

Perché non ha senso sovvertire il mercato. Se una azienda andava già male, deve essere lasciata al suo destino. Qui si tratta di intervenire sugli effetti economici di una causa eccezionale ed esogena all’impresa e alla sua dirigenza. Alitalia è un caso da manuale di mismanagement. Non facciamo confusione.

Ma molti osservatori dicono: questa crisi ha colpito così duramente l’economia italiana proprio perché l’Italia era già in recessione prima del coronavirus. Che senso ha distinguere?

Prima di Covid-19 l’economia italiana presentava luci ed ombre, as usual, ma non si poteva dire che le cose andassero male. Certo, l’euro è una camicia di forza che riduce le capacità espansive del nostro sistema e ci ha regalato un decennio, l’ultimo, di recessione prima e bassa crescita poi. Però il Nord Italia aveva sviluppato un sistema industriale capace di competere nell’euro e nonostante l’euro e si stava in qualche modo tirando dietro il paese tutto. Pensi al caso Milano…

Come sperate che si realizzi la vostra proposta quando in Italia c’è una maggioranza politica che discute se sia giusto che lo Stato pretenda di «entrare nel Cda» delle aziende beneficiarie degli aiuti?

Pericoloso indice di ideologia statalista. Quando non di logica clientelare che si alimenta di poltrone. Noi non vogliamo fare la nuova Iri (per quanto sulla utilità dell’Iri per la grande industria ci sarebbe da molto discutere senza pregiudizi ideologici). Noi vogliamo che lo Stato fornisca capitale di rischio alle imprese – in specie alle Pmi – quando nessun fondo di private equity lo farebbe. Si chiama fallimento di mercato. E quando il mercato fallisce ed è in gioco un bene pubblico di grande portata – qui stiamo parlando di ordine pubblico economico – deve intervenire lo Stato. Ma noi pensiamo che lo debba fare con strumenti neutri in termini di governance. Nessun cambio di controllo. Nessun esponente statale nei Cda. Non servono. Ed anzi farebbero danno specie nelle Pmi. Le regole societarie consentono ampi spazi di informativa anche senza la presenza in consiglio.

È giusto, come dice Andrea Orlando, che lo Stato imponga condizioni (anche con annessi controllori che le facciano rispettare) alle aziende che beneficiano del suo ingresso nel capitale? La stessa Unione Europea mette qualche paletto (no dividendi, no riacquisto azioni, limite ai bonus per i manager). Pretendere che le imprese aiutate non delocalizzino o non licenzino è eccessivo? Dovrebbero essere lasciate libere di operare come ritengono?

Guardi, la prassi professionale ha sviluppato strumenti di investimento in equity che prevedono rendimenti preferenziali e mettono vincoli sull’uso dei fondi – devono essere usati per lo sviluppo dell’impresa non per altri scopi –, ma lasciano il volante della gestione al management o all’imprenditore. Perciò niente di strano a chiedere che non si diano distribuzioni di dividendi o buy back azionari, come pure limitazioni ai bonus dei manager. Aggiungerei il vincolo di pagare puntualmente i fornitori, perché questo è un vezzo immorale che danneggia tutti e va corretto. Ma sui controlli nessuna ingerenza. I controlli li fanno gli organi preposti interni all’impresa: revisori e sindaci, di cui semmai bisognerà assicurare la reale indipendenza. No ai commissari politici. Il Pd, che è forza responsabile, reprima i suoi rigurgiti sovietici, per favore.

Speriamo di no, ma verrà presto il momento di parlare di fallimenti, e probabilmente tanti purtroppo. Lei è un esperto di crisi d’impresa. È vero che le norme esistenti non sono adatte alla eccezionalità del fenomeno in corso? Perché? Come andrebbero aggiustate?

Sì. Quello dei fallimenti è un problema molto grave. Secondo Cerved tra 7 e 10 imprese su 100 falliranno nei prossimi mesi. Si parla in termini assoluti di 140 miliardi di debiti problematici in più per le banche. Siamo insomma di fronte al rischio di una “pandemia concorsuale”.

Il governo, nel decreto liquidità, ha posticipato al primo settembre 2021 l’entrata in vigore del nuovo codice della crisi di impresa. E ha fatto in parte bene, perché quel codice conteneva norme molto discutibili sulle procedure di allerta e sulle responsabilità nei concordati, e in parte male, perché c’erano anche misure opportune tipo costringere l’Amministrazione finanziaria e l’Inps ad accettare proposte transattive commisurate alle capacità del debitore. È un po’ la storia del bambino e dell’acqua sporca.

L’attuale legislazione, che è quella vecchia dunque, può andare bene per tempi normali. Ma presenta, a mio avviso, pericolosissime carenze in tempi eccezionali come questi. In quest’ottica il mio studio ha elaborato dieci proposte di modifica della disciplina concorsuale e la ha mandate ai componenti delle Commissioni bilancio e attività produttive della Camera che stanno esaminando il decreto liquidità. Sono proposte pensate per rendere più facile salvare le imprese che vanno in procedura ma hanno ancora vitalità. Speriamo che i legislatori, se pure non ascoltino noi, si pongano almeno il problema, perché esso è serio…

La proposta sulla capitalizzazione delle imprese va anche in questa direzione. Irrobustire il tessuto delle imprese sane aiuta anche quelle che non ce la farebbero. Infatti vengono rafforzate le catene del valore e stabilizzati i cicli finanziari, il che è essenziale per contenere la moria. Non solo: le imprese investite possono velocemente comprare gli asset di quelle che vanno in procedura, salvando posti di lavoro e capacità produttiva.

Noi pensiamo infine che lo Stato debba affrontare un altro grave fallimento di mercato: quello della finanza per le imprese in crisi, creando un grande fondo (5 miliardi) che investa in questa asset class e concorra a minimizzare le perdite degli investimenti di Stato nelle imprese in bonis.

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