No, non è stato raggiunto il «primo accordo in Europa»

Il Financial Times parla di «fallimento». I 27 accettano un Recovery fund ma sono divisi su tutto: se e come finanziarlo, quanti soldi raccogliere, come e quando distribuirli

Ci vuole coraggio a titolare come fanno stamattina Corriere e Avvenire a riguardo delle conclusioni del fondamentale Consiglio europeo di ieri: rispettivamente «Primo accordo in Europa» e «La Ue ritorna solidale». La verità è che, come troppo spesso accade dalle parti di Bruxelles, è stato rimandato tutto a un futuro (prossimo o lontano non è chiaro) e che le parti sono ancora e sempre divise secondo il solito schema: paesi meridionali (Francia, Italia e Spagna in testa) che chiedono solidarietà e condivisione da una parte, paesi settentrionali (Germania, Olanda, Austria, Svezia e Danimarca) che non ne vogliono sentir parlare.

DIVISI SU TUTTO

I Ventisette, che si sono intrattenuti per poco tempo in videoconferenza, non hanno prodotto un comunicato finale e se è vero che si sono trovati d’accordo sull’istituzione di un Recovery fund, come proposto dalla Francia, hanno volontariamente glissato su tutto ciò che conta: quando, come e quanto. Lo ha riassunto bene in un tweet il corrispondente da Bruxelles di Radio Radicale, David Carretta.

IL PROGETTO AFFIDATO ALLA COMMISSIONE

Nei fatti, il Consiglio europeo ha dato mandato alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen di preparare un progetto di fondo per rispondere alla crisi economica innescata dalla pandemia entro il 6 o il 13 maggio. L’idea di fondo dovrebbe essere questa: aumentare la quota delle risorse a disposizione della Commissione nel bilancio comunitario, dall’attuale 1,2 per cento a circa il 2 per cento, e usarli come garanzia per prendere denaro a prestito sui mercati. L’ammontare effettivo delle risorse dipenderà dal bilancio Ue 2021-2027: la Germania si è detta disponibile ad aumentare la propria partecipazione oltre l’1 per cento del Pil, altri paesi sono apparsi meno disponibili. L’ipotesi è che si arrivi a un fondo di circa 300 miliardi, che permetteranno di chiedere in prestito «migliaia di miliardi». Ma la realtà è che quando nel febbraio scorso è stato proposto di contribuire al budget non con l’1 per cento del Pil nazionale, ma con l’1.06, i paesi del Nord hanno abbandonato il tavolo del negoziato.

IL NODO CRUCIALE: SOVVENZIONI O PRESTITI?

Se anche si trovasse un accordo sui punti visti sopra, che per ora non c’è, manca l’intesa sullo snodo cruciale: una volta raggranellati sul mercato questi fondi, come verranno distribuiti tra gli Stati? Il promotore dell’idea, il presidente francese Emmanuel Macron, seguito a ruota anche dal premier italiano Giuseppe Conte, ha chiesto che vengano distribuiti come sovvenzioni a fondo perduto. Germania, Olanda & co. hanno ancora una volta respinto la proposta: saranno prestiti da restituire, come e in che tempi ancora non si sa.

La differenza è cruciale: se si tratterà di prestiti, infatti, non ci sarà a conti fatti alcuna mutualizzazione del debito né reale condivisione. La Commissione si farà prestare soldi dal mercato con tassi di interessi più bassi di quanto potrebbero fare i paesi più indebitati, certo, ma i prestiti andranno comunque a gravare sui bilanci degli Stati più in difficoltà, fino a generare il dilemma esposto oggi da Marcello Sorgi sulla Stampa:

«L’altro problema che si porrà, prima che le decisioni annunciate ieri sera diventino operative, riguarda la sospensione del Patto di stabilità che ha portato l’Italia, ma non da sola, a stanziare a debito 25 miliardi per il pronto soccorso dell’emergenza e dovrebbe portare Conte e Gualtieri a proporre domani un altro scostamento di bilancio da 55 miliardi. Per un totale di 80 miliardi nei primi due mesi dell’epidemia, con un deficit che corre oltre il 5 per cento, a fronte di un Pil previsto in calo di quasi il doppio. Per quanto tempo ci sarà consentito di star fuori di così tanto dalle regole di Maastricht? E cosa succederebbe se a un certo punto, non subito, magari tra due­-tre anni, ci fosse chiesto di rientrare? Chi pagherebbe il conto?».

I TEMPI SONO LUNGHI, MA L’EMERGENZA È ORA

La “prospettiva Grecia”, insomma, sarebbe solo rimandata. Non a caso, mentre Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri parlavano di successo facendo buon viso a cattivo gioco, nella speranza che gli italiani si dimentichino che fino a ieri il premier diceva sui giornali di tutta Europa «o Eurobond o faremo da soli», Macron ha ammesso che «non c’è nessun consenso». Per uscire dall’impasse, von der Leyen ha già dichiarato che i fondi raccolti verranno distribuiti «in parte come prestiti e in parte come sovvenzioni». Quanti prestiti e quante sovvenzioni? Non si sa.

In ogni caso, essendo il fondo legato al budget europeo, gli uni e le altre potrebbero essere disponibili se tutto andasse bene non prima del febbraio 2021. Ma, come sottolineato con tono allarmato dalla presidente della Bce, Christine Lagarde, «c’è il rischio di agire troppo poco e troppo tardi», prevedendo un calo dell’economia nella zona Euro del 5-15 per cento solo nel 2020. L’Italia registrerà nel primo semestre un -15 per cento alla voce Pil e ci sono 10 milioni di italiani a rischio povertà già adesso.

L’OLANDA: «PERCHÉ VI SERVONO ALTRI SOLDI?»

Ecco perché il premier Conte ha chiesto un anticipo di parte dei fondi che saranno raccolti già «nel secondo semestre dell’anno». Cioè a partire da giugno. Secca la risposta del premier olandese, Mark Rutte: «È difficile capire perché servano altri soldi prima della fine di quest’anno». Alla faccia della solidarietà. Anche von der Leyen ha sottolineato che Bruxelles stanzierà già a partire dall’1 giugno, sempre che tutto vada bene, i circa 500 miliardi del trio Mes-Bei-Sure. Una somma che, secondo le stime del Sole24Ore, se anche andasse interamente all’Italia, basterebbe a malapena a coprire le necessità del nostro paese. Ma quella cifra sarà divisa per 27. Anche su questo, dunque, picche.

Ecco perché il Sole24Ore scrive realisticamente che «la strada verso il debito comune è ancora lunga», sottolineando però che «il fattore tempo è fondamentale». Ed ecco perché il Financial Times parla di «fallimento», anche se la cancelliera tedesca Angela Merkel ha fatto aperture importanti rispetto al passato. Ieri la montagna europea ha partorito il solito topolino. Tutto è rimandato a giugno o luglio, quando si riuniranno di nuovo Eurogruppo e Consiglio europeo. Nel frattempo regna la divisione.

Foto Ansa