Sintonia tra Confindustria e Meloni. Dov’erano i leader di sinistra?

Di Antonio Gozzi
30 Maggio 2026
Essere in estremo ritardo rispetto a Usa e Cina sull’innovazione e sull’Ai amplierà ancor di più il gap economico e industriale dell’Europa, rendendo ineluttabile il suo declino
La presidente del consiglio Giorgia Meloni, il presidente del Senato Ignazio La Russa e il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, durante l'assemblea annuale di Confindustria, Roma, 26 maggio 2026
La presidente del consiglio Giorgia Meloni, il presidente del Senato Ignazio La Russa e il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, durante l'assemblea annuale di Confindustria, Roma, 26 maggio 2026 (Foto Ansa)

Per gentile concessione dell’autore ripubblichiamo un articolo di Antonio Gozzi apparso su Piazza Levante.

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Lo scorso martedì 26 maggio presso l’Auditorium la Nuvola a Roma si è tenuta, davanti alle più alte cariche dello Stato, l’Assemblea annuale di Confindustria. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i presidenti di Senato e Camera, il presidente della Corte Costituzionale e moltissimi ministri hanno dato all’occasione una solennità che non ricordavo da tempo.

Confindustria ha fatto il suo riportando al centro dell’attenzione l’industria italiana con la sua forza, le enormi sfide che l’aspettano, l’orgoglio e il coraggio di andare avanti in un tempo difficile.

La relazione del presidente Orsini è stata importante perché ha collocato le questioni della nostra industria all’interno di un ragionamento più ampio, di forte contenuto sociale, giustificando l’ambizione degli industriali italiani di essere “classe generale” al servizio del paese.

Casa, lavoro, salari che bisogna far crescere, welfare aziendale, formazione del capitale umano, dialogo con le organizzazioni sindacali sui grandi temi come il salario giusto e la sicurezza sui luoghi di lavoro, responsabilità sociale d’impresa sono stati i temi toccati dalla relazione del presidente di Confindustria. Orsini ha anche affondato la critica alle posizioni ideologiche dell’Europa sulla transizione energetica e sul green deal, perché foriere di delocalizzazioni e chiusure di moltissime industrie, soprattutto nei comparti di base (acciaio, chimica, carta, cemento, ceramica, vetro ecc.) con gravissime conseguenze in termini di perdita di competitività delle filiere a valle e quindi di posti di lavoro e di autonomia strategica.

Parlare di questo significa occuparsi di fabbriche e di operai, di operai che rischiano di perdere l’occupazione per la chiusura o il ridimensionamento delle loro imprese gravate di costi impropri che le concorrenti delle altre grandi aree economiche del mondo non sostengono, tra tutti l’alto costo dell’energia provocato anche dalla tassa carbonica dell’Ets. 

Impresa e lavoro

La desertificazione industriale europea è dinanzi a noi, e le sue conseguenze anche politiche sono sotto gli occhi di tutti. Estremismi di destra e di sinistra hanno terreno di facile presa su fasce di popolazione colpite dalla globalizzazione selvaggia e da una transizione energetica ideologica che in Europa ha, per esempio, ammazzato le fabbriche di automobili e quelle del loro indotto. Queste persone si sentono abbandonate perché nessuno si occupa di loro e non accettano di essere le vittime sacrificali dell’insipienza europea.

Orsini ha sottolineato che impresa e lavoro sono la stessa cosa. Non occuparsi della deindustrializzazione in atto significa non occuparsi di lavoro, né delle drammatiche conseguenze innescate dall’incapacità di difendere l’industria europea e di gestire la transizione green in maniera pragmatica e non ideologica. 

Non occuparsi di concorrenza sleale cinese, ad esempio, rischia di mettere in pericolo milioni di posti di lavoro perché le esportazioni selvagge di quel paese, che usa l’export come valvola di sfogo, travolgeranno  gran parte della manifattura del nostro continente. 

Essere in estremo ritardo rispetto a Usa e Cina sull’innovazione e sull’Ai amplierà ancor di più il gap economico e industriale dell’Europa, rendendo ineluttabile il suo declino con le conseguenze economiche e sociali di cui abbiamo parlato. Non spingere sul nucleare di nuova generazione significa condannarsi all’alto costo dell’energia perché le rinnovabili non bastano. E così via.

Dov’erano Schlein e Conte?

Questi temi, ha sostenuto Orsini, ottenendo una vera standing ovation dalla sala, non possono costituire oggetto di polemica e/o di propaganda politica; al contrario devono rappresentare il terreno di un impegno comune e responsabile di tutte le forze politiche, economiche e sociali. Questa considerazione mi è parsa un’importante apertura a lavorare insieme anche con le forze di opposizione per trovare soluzioni condivise e capaci di proteggere la straordinaria eccellenza della manifattura italiana, che rappresenta l’asse portante dell’economia del paese e che continua a macinare record in termini di esportazioni (563 miliardi nel 2025 nonostante i dazi), di livelli occupazionali, che continuano a crescere nella forma di contratti a tempo indeterminato, di copertura contrattuale per la stragrande maggioranza delle imprese e delle categorie.

Una relazione che un tempo si sarebbe definita “socialdemocratica” proprio per quel forte riferimento sociale tipico degli imprenditori emiliani.

Purtroppo, un po’ paradossalmente, nessun leader dell’opposizione di sinistra era presente in Assemblea e ha potuto raccogliere questo messaggio con una così forte impronta sociale; non c’era la Schlein, non c’era Conte, non c’era Renzi. Solo Fratoianni per Avs era presente, con altri esponenti dei partiti dello schieramento di opposizione, ma non c’erano i leader del cosiddetto ‘campo largo’. Peccato, sarebbe stato interessante ascoltarne le reazioni. Ma ci sarà tempo per il confronto.

Era invece ben presente e attenta ai contenuti della relazione di Orsini la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha ripreso con ordine tutti i punti toccati dando risposte puntuali. Ha colpito l’Assemblea la consapevolezza della premier che stiamo attraversando “un tempo difficile”, la sua razionalità asciutta da buona madre di famiglia, ma anche il suo richiamo al coraggio e a non aver paura perché l’Italia può avere dinanzi a sé un futuro importante. 

Censura europea

In particolare si è registrata una sintonia totale della presidente del Consiglio con Confindustria sui temi europei. Stessa analisi sulle conseguenze dell’estremismo ideologico del green deal, stessa analisi sull’esorbitanza regolatoria di una tecnocrazia guardiana che spesso pretende di essere più forte e potente della politica.

La Meloni non lo ha detto esplicitamente ma si è capito che era delusa e frustrata per il trattamento riservato dalla Commissione Europea al “decreto bollette”, sottoposto ad un esame ultra dettagliato che ha generato ben 72 domande di chiarimento. Era già successo per l’Energy Release, testo praticamente riscritto dagli uffici della Commissione che si permettono di esercitare un potere assoluto sulla legislazione degli Stati membri.

In entrambi i casi si tratta di una incomprensibile censura europea a provvedimenti virtuosi. Nel primo caso si tratta di un provvedimento che dà un po’ di energia a prezzi contenuti alle imprese energivore a condizioni che queste realizzino impianti di energie rinnovabili. Nel secondo si censura un provvedimento che di fatto disaccoppia gas e rinnovabili e che si prefigge di eliminare la rendita inframarginale delle fonti rinnovabili, che vendono l’energia elettrica al prezzo di quella prodotta con il gas ma senza pagare le quote di Ets.

Il ruolo di Confindustria

L’Ets resterà un totem intoccabile, nonostante il fatto che ci siano paesi industriali europei come Italia e Polonia che ritengono vada sostanzialmente modificato.

Ma la presidente del Consiglio è entrata nel dettaglio anche delle altre questioni sollevate dalla relazione di Orsini, a partire dal varo di una legislazione per consentire il ritorno del nucleare in Italia, al tema del piano casa, alla questione del salario giusto che è quello legato ai contratti collettivi fatti con le organizzazioni sindacali più rappresentative, fino all’estensione delle regole della Zes anche alle regioni del Nord.

Una bella Assemblea, che rilancia il ruolo di Confindustria per il futuro dell’Italia e mostra una presidente del Consiglio intenzionata ad andare avanti realizzando cose anche nell’ultimo anno di legislatura facendo leva sulla forza della sua leadership.

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