Il caro energia non è uguale per tutti: no al populismo energetico

Di Antonio Gozzi
09 Maggio 2026
In generale la priorità va data al sostegno delle famiglie non abbienti e alle imprese energivore senza le quali l’intero apparato produttivo dell’Italia rischia di collassare
Contatore di energia gas
Foto Ansa

Per gentile concessione dell’autore ripubblichiamo un articolo di Antonio Gozzi apparso su Piazza Levante.

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L’ennesima crisi scatenata dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz ha provocato, e provocherà ancora di più in futuro se il conflitto dovesse protrarsi a lungo, gravi  effetti sul costo dell’energia per famiglie e imprese.

Al di là della narrazione green, petrolio e gas continuano ad essere risorse indispensabili per il funzionamento delle economie globali, e la riduzione dei volumi disponibili impatta violentemente sui prezzi. Il 15-20% del petrolio mondiale consumato, quasi 20 milioni di barili al giorno, passa da Hormuz. Per il gas la quota è ancora più concentrata perché riguarda tra il 20 e il 25% del GNL (gas naturale liquefatto) consumato a livello mondiale che proviene quasi tutto dal Qatar.

Anche se la situazione dello stretto si sbloccasse la crisi è destinata a protrarsi a lungo, perché ci vorrà molto tempo per ristabilire la normalità delle catene logistiche, e ci vorrà moltissimo tempo per riportare in funzione gli impianti danneggiati dai missili iraniani. Solo per i danni estesi causati dai bombardamenti sull’impianto di Ras Laffan, il più grande impianto di liquefazione del gas del mondo, è stato compromesso il 17% della capacità produttiva del Qatar e si stima che le riparazioni possano richiedere dai 4 ai 5 anni di tempo.

Lentezze europee

Il gas è strategico per l’Europa e soprattutto per l’Italia, perché una buona parte dell’elettricità da noi prodotta proviene da centrali termoelettriche a gas, i cui costi sono aggravati nell’Ue dal pagamento delle quote di CO2 che agli attuali livelli pesano per quasi 30 Euro a MWh. La Commissione non ne vuole sapere di eliminare, almeno transitoriamente, questa vera e propria tassa carbonica e quindi questa grava sui costi dell’elettricità anche in questo momento difficile.

La Commissione Europea sta reagendo a questa crisi con la consueta lentezza, e fa fatica a riconoscere che esiste una vera emergenza energetica. La rigidità è tale da non consentire agli Stati membri, come richiesto anche dall’Italia, di derogare al patto di stabilità per poter sostenere meglio in questo momento famiglie e imprese. 

Anche dal recente vertice di Cipro sono venute risposte modeste e parziali, prima fra tutte quella di allargare le regole sugli aiuti di stato così da permettere agli Stati membri di intervenire più agevolmente a sostegno delle loro economie, soluzione che crea nuove asimmetrie tra Paesi con disponibilità di bilancio per gli interventi e Paesi che queste disponibilità non hanno, come l’Italia. 

Il costo dell’energia

Pagare meno l’energia piace a tutti, ma il caro energia non è uguale per tutti e ci sono situazioni molto diverse che nella definizione degli interventi bisogna assolutamente considerare.

Se si prendono i dati europei Eurostat, e si dividono i consumatori in quattro distinti “cluster” (famiglie, piccole e medie imprese non energivore, piccole e medie imprese energivore, grandi imprese energivore) si può notare che il grave problema esiste per le ultime due categorie, e in particolare per la quarta.

Per famiglie e pmi non energivore, fino alla recente crisi, il costo dell’energia elettrica è stato di poco superiore alla media europea, per le pmi energivore vi è stata mediamente una differenza del 20% in più rispetto alla media europea, per le grandi energivore la differenza è stata del 35-40% in più rispetto alla media europea.

L’altra considerazione che va fatta per le imprese è quanto incide il costo dell’energia sul totale dei costi. Ebbene per le pmi non energivore il costo dell’energia non supera il 3% dei costi totali, per le grandi energivore questa incidenza supera il 35% dei costi totali.

Per le imprese energivore il rischio che il caro energia provochi delocalizzazioni e/o chiusure è reale. Normalmente le imprese energivore sono imprese in settori di base (chimica, acciaio, cemento, vetro, carta ecc) che alimentano le filiere produttive a valle. La loro chiusura a causa degli extracosti energetici rischia di mettere in crisi l’intero comparto manifatturiero nazionale, che diventerebbe sempre più dipendente dall’estero per i suoi approvvigionamenti di materia prima da trasformare.

No alla propaganda

Si tratta quindi di un problema sistemico che spesso nel nostro Paese non viene percepito e compreso come tale.

Per ragioni di “populismo energetico”, che spesso in Italia affligge sia la maggioranza di governo che l’opposizione, gli interventi di sostegno per il caro energia sono rivolti ad una platea di fruitori enorme il che rende spesso poco percettibile la loro efficacia nonostante il costo per l’erario sia rilevante.

È il caso degli interventi sulle accise della benzina e del gasolio.

Che senso ha fare sconti sulla benzina a tutti gli automobilisti, anche ai più facoltosi? Tale intervento ha un effetto di regressività fiscale totalmente ingiusto. I livelli di traffico automobilistico nel ponte del primo maggio sono stati giganteschi alla faccia del caro (mitigato) benzina, a dimostrazione che non vi è ancora la percezione di una vera crisi energetica.

Nell’emergenza meglio è concentrare le poche risorse disponibili sul gasolio, e in particolare su quello da auto trazione, per ridurre l’impatto inflazionistico sulla logistica industriale e in generale sul costo dei beni.

In generale la priorità va data al sostegno delle famiglie non abbienti e alle imprese energivore senza le quali l’intero apparato produttivo dell’Italia rischia di collassare.

Questa coscienza ancora non c’è; e allora bisogna prodigarsi in un’opera educativa contro “il populismo energetico” buono per la propaganda politica ma inutile per il sistema Paese.

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