Dove regna il relativismo, l’opinione può dettare legge. A cosa serve il ddl omofobia

Così il testo di legge Zan sostenuto dal governo realizza una operazione ideologica con pretese egemoniche. Ma non vivevamo nella società della libertà senza limiti?

Manifestazione in Belgio contro l'omofobia

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 17 maggio scorso, richiamò a «non permettere che la propria identità o l’orientamento sessuale diano motivo di aggressione, stigmatizzazione, trattamenti pregiudizievoli, derisioni, nonché discriminazioni nel lavoro e nella vita sociale. Tali discriminazioni violano il principio di uguaglianza e ledono i diritti umani, tutelati dalla nostra Costituzione. È compito dello Stato la promozione dell’individuo non solo come singolo, ma anche nelle relazioni interpersonali e affettive». Un monito fatto nella giornata mondiale contro l’omofobia, tuttavia una sollecitazione rivolta allo Stato perché faccia di più, pure valida per tutte le discriminazioni e le violenze in atto nel nostro paese, nessuna esclusa.

A fronte di questa sollecitazione, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte lanciò subito un appello a tutte le forze politiche affiché convergano su una legge contro l’omofobia, che punti anche a una robusta azione di formazione culturale: la violenza è un problema culturale e una responsabilità sociale. Non c’erano altre urgenze!

Sulla sana laicità del nostro popolo e della nostra società, incombe, tuttavia, un gravissimo pericolo: il Parlamento, per difendere una certa opzione e i suoi sostenitori, e specificatamente la minoranza di coloro che professano teoricamente l’omosessualità e la praticano nella società, penalizza in maniera gravissima e irreversibile le altre opinioni. È in questa direzione che si muove – con lo scopo di combattere le discriminazioni omofobiche e transfobiche – la legge sull’omofobia in discussione al Parlamento. Il testo minerà la libertà di pensiero e di opinione espressa in pubblico o a scuola contro l’ideologia del gender.

Siamo di fronte ad una vera “rivoluzione antropologica”: una ideologia, quella del gender, che intende condizionare tutta la società e la persona umana stessa. Sotto il lemma “gender” viene presentata una nuova filosofia della sessualità: il sesso, secondo tale filosofia, non è un dato originario della natura, che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente.

Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana, non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. Uomo e donna, nella loro diversità, hanno sì pari dignità, ma sono differenti sotto il profilo fisico, psicologico, emozionale, e della stessa sensibilità personale. Tutta la loro natura è diversa. È appunto la loro integrazione che li completa e li fa assurgere a riferimento per i bambini. «In realtà – ebbe ad evidenziare la psicologa Eugenia Scabini – anche le coppie omosessuali, allorché hanno figli, non possono che fare i conti con le differenze di genere maschile e femminile».

Nel nostro Paese – così come nell’arcipelago mondiale – è in atto una strategia fatta passare come azione di prevenzione e di contrasto delle (presunte) discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Diciamo “presunte”, perché nel nostro paese, come documentato da Lgbt, sono un numero limitato, e perché il rispetto della dignità umana, e quindi anche degli omosessuali e transessuali, così come di ogni cittadino – uomo o donna, giovane o adulto – è garantito dalle leggi già in vigore, tanto a livello penale quanto a livello civile.

In tal senso estremamente chiara la relazione di Alfredo Mantovano, consigliere alla Corte suprema di cassazione, davanti alla commissione Giustizia della Camera dei deputati, il 27 maggio scorso, sulle proposte di legge in discussione sul tema di contrasto all’omo/transfobia. Una relazione ampiamente motivata che evidenzia come la tutela di tali discriminazioni è già in atto, e che porre una legge specifica per tale categoria di persone è soltanto il concedere un ingiusto privilegio rispetto a tutte le altre persone. La eventuale lotta alle possibili discriminazioni ha nelle leggi esistenti il suo soddisfacimento: basta applicarle!

Resta innegabile il fatto che le persone tutte sono da tutelare da discriminazioni e da violenze morali e fisiche, anche le più varie, e non condividere tale legge non significa negare il loro diritto al rispetto e alla tutela. Ma un conto è il ritenerle superiori a tutte le altre e privilegiarle come fossero una “razza” o una categoria a se stante, altro conto è tenerle nelle giuste considerazioni così come tutti i cittadini.

Ogni tipo di discriminazione è un atto intollerabile, e ferma e totale deve essere condannata ogni forma di discriminazione e di violenza. Ma diventa una azione “delittuosa e anticostituzionale” introdurre un reato di opinione verso chi non si allinea con il pensiero lgbt e continua a parlare di matrimonio eterosessuale, di madri e donne, papà e uomini. Va ricordato che «la libertà di manifestazione del proprio pensiero è garantita dall’art. 21 della Costituzione, così come l’art. 10 della Convenzione Edu, include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni, idee o critiche su temi di interesse pubblico, e ciò è diritto fondamentale in quanto presupposto fondante la democrazia» (A. Mantovano, cit.).

L’onorevole Alessandro Zan – promotore della legge – in ordine al reato di opinione ha escluso questa ipotesi: «La libertà di pensiero continuerà ad essere garantita dall’art. 21 Cost., ma le opinioni dovranno salvaguardare il rispetto e la dignità delle persone […] sta nella concreta offensività della condotta istigatoria il discrimine tra limitazioni consentite e non consentite della libertà di manifestazione del pensiero in sede penale».

Ma ciò ha valore per qualsivoglia manifestazione del pensiero e delle opinioni personali, e soggiace al personale giudizio del magistrato. Possiamo credergli? Si può essere tranquilli? Ci sono dubbi, troppi dubbi, e tanti fatti tesi a dimostrarli. Infatti l’onorevole Monica Cirinnà, paladina delle “battaglie civili”, ha già detto che «l’art. 21 della Costituzione non tutela affatto da discriminazioni omofobiche». Così come l’onorevole Vito Crimi, del Movimento 5 stelle, ha senteziato: «Ora una legge, se si vuole finalmente compiere quel passo in avanti nell’evoluzione culturale e sociale» (sic!).

«È singolare – ebbe a commentare monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-San Remo, per Il Timone – che da ambienti ideologicamente orientati alla rivendicazione di libertà senza limiti provenga la richiesta di tacitare e di punire – anche con la reclusione e grosse penali economiche – chi si limita a manifestare opinioni. Ciò è profondamente ostile ad un sistema che, radicandosi nella Costituzione, ha finora più volte sancito il fondamentale diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero. Da tempo, e a ragion veduta, si parla infatti della cosiddetta “dittatura del pensiero unico”. Un modo di sentire “politicamente corretto”, che piace ai media e ai salotti televisivi, ma che dimentica di andare in fondo alla verità delle cose, in nome del relativismo, per il quale ogni opinione può diventare legge».

Il problema, però, va oltre la presunta tutela dell’omosessualità. Si prospettano percorsi innovativi di formazione in materia di educazione all’affettività a partire dai primi gradi dell’istruzione, sino alla terza età, costruendo un nuovo modello educativo con percorsi attuati da associazioni Lgbt associate all’Unar e accreditate come referenti. È evidente che non si può essere d’accordo con questo cammino formativo. Ognuno di noi ha il diritto di avere idee diverse e di dissentire dall’instaurarsi nella società di leggi che tendono a violare l’identità e la dignità della persona umana, e tendono a negare il diritto alla libertà di espressione del pensiero e del credo religioso, fondamento di tutte le libertà civili nel quadro costituzionale vigente. Va rispettata la libertà d’opinione e di giudizio, così come va tutelata la libertà di educazione e di formazione personale e comunitaria.

Purtroppo – come denunciato da Alfredo Mantovano – è in corso una operazione ideologica che ha pretese egemoniche: “omofobo” non è chi offende una persona per le sue tendenze omosessuali, ma chiunque ritenga un valore la famiglia fondata sul matrimonio uomo/donna, la famiglia aperta alla vita, la trasmissione della vita attraverso la procreazione naturale, e quant’altro. È la declinazione concreta della “dittatura del relativismo”.

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