Fisco contro Dolce e Gabbana, la vera storia di un processo assurdo (100% made in Italy)

La battaglia giudiziaria dei due stilisti contro un sistema in cui vige una totale incertezza del diritto. Mentre lo Stato, nel dubbio, continua a battere cassa

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Il 19 giugno gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana venivano condannati dal giudice di prima istanza Antonella Brambilla a un anno e otto mesi di reclusione per omessa dichiarazione dei redditi. Assolti, invece, «perché il fatto non sussiste», dal reato di dichiarazione infedele. Seguirono polemiche e uno scontro al calor bianco con la giunta Pisapia, il cui assessore al Commercio Franco D’Alfonso ha pensato bene di dire che Milano non ha bisogno di farsi rappresentare da «loro». A questo punto D&G giustamente si incazzano. Serrano per tre giorni i negozi di Milano e il 20 luglio comprano due pagine di Repubblica e Corriere della Sera: «Non siamo più disposti a subire ingiustamente le accuse della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate, gli attacchi dei Pubblici Ministeri e la gogna mediatica a cui siamo sottoposti ormai da anni» scrivono i due stilisti. E nell’altra pagina dettagliano i legali facendo un po’ strabuzzare gli occhi dei lettori: «L’accusa penale nei confronti dei due stilisti era questa: voi, dalla cessione dei marchi avete incassato complessivamente euro 360 milioni, dovevate pagare euro 548 milioni 842 mila 368». In effetti è «incredibile, ma vero: i due stilisti erano stati accusati di dichiarazione infedele dei redditi per aver fedelmente annotato “solo” il corrispettivo effettivamente percepito e non quello (miliardario, secondo la fantascientifica ipotesi dell’Agenzia dell Entrate) che avrebbero teoricamente potuto percepire».

Come è possibile che degli imprenditori italiani di fama internazionale formulino pubblicamente una denuncia così grave nei confronti di organi fiscali e giudiziari dello Stato e che tale denuncia sia derubricata a “sfogo” da ricchi e circondata da un silenzio assordante? Il 24 luglio Repubblica e Corriere pubblicano in contemporanea un’intervista in cui i due stilisti rivendicano con orgoglio l’italianità di D&G e ne difendono la trasparenza di comportamenti. E con questo colpo (più una sfuriata sull’Herald Tribune, ed è ancora tutta pubblicità, si fa per dire, per il sistema-Italia), in attesa di riprendere a settembre la battaglia col fisco e l’appello nel penale, D&G partono per le vacanze.

In un sistema di giustizia dove ogni corte segue la propria giurisdizione non basta essere dichiarati innocenti in un procedimento penale. Così, benché assolti dal reato di dichiarazione infedele, benché sia pacifico che D&G abbiano versato fino all’ultimo centesimo i 162 milioni di tasse (45 per cento) sui 360 milioni effettivamente percepiti per la vendita dei loro marchi, la giustizia tributaria italiana prosegue il suo percorso. Il ragionamento del fisco si spinge fino ad ammettere che forse uno sconticino si può fare: era di 548 milioni e passa, tra tasse e sanzioni, la cifra richiesta ai due stilisti sulla base dei 1190 milioni di euro di valore che fin dal 2004 si sarebbe dovuto attribuire ai marchi D&G secondo i rilievi di Agenzia delle entrate e Gdf? D’accordo, sembra dire il fisco, abbassiamo la valutazione da 1190 a 730 milioni. Di fatto, la sentenza di primo grado della Commissione tributaria il 4 dicembre 2012 (e la conferma in secondo grado del 20 marzo 2013), porta da 1190 a 730 milioni il valore stimato dei marchi D&G. Rispetto ai 360 rimane però pur sempre un delta di 370 milioni.

Conclusione? Tra omessa dichiarazione e multa, il fisco chiede ai due altri 400 milioni di euro. Roba da chiudere i battenti e portare l’azienda in Svizzera (come hanno già fatto diversi altri stilisti italiani), invece i due decidono di ricorrere in Cassazione. La D&G è “visitata” dalla Guardia di Finanza con una certa frequenza a partire dal 2007. È qui che cominciano i guai. C’è un marchio, dicono le Fiamme Gialle e le commissioni tributarie dell’Agenzia delle Entrate, che stimiamo sia stato ceduto a prezzo stracciato. E c’è una società lussemburghese, la Gado, acquirente del marchio e controllata dall’azienda D&G, che riteniamo abbia generato royalties che hanno evaso il fisco italiano. Quanto alla prima accusa (dichiarazione infedele dei redditi) conclusasi con una piena assoluzione in sede penale ma non in sede tributaria, la stima di 360 milioni dei marchi D&G risale al 2003 ed è stata fatta da Price Waterhouse Coopers, primaria agenzia internazionale di consulenza legale.

Quel brand valeva almeno in triplo, controbattono i rilievi del fisco dell’anno 2007, perciò, anche se dalla cessione del brand i due stilisti hanno incassato nell’anno 2004 “solo” 360 milioni, in base agli accertamenti presuntivi di GdF e Agenzia delle Entrate, Dolce e Gabbana dovevano e debbono pagare pagare 548 e passa milioni perché quel marchio ne valeva 1190. E i riscontri? Per esempio, nel processo penale chiede il pm a un colonnello delle Fiamme Gialle: «La valutazione di questi marchi è stata fatta nel 2003, quindi prima della cessione, però poi gli accertamenti sono intervenuti alcuni anni dopo, quindi alcuni anni dopo, oltre alle proiezioni di allora, si sono potuti verificare i dati effettivi, cioè questi marchi che valore avrebbero prodotto in quegli anni in concreto?». Risposta: «In concreto, sicuramente superiori».

Alla prova dei fatti il “concreto” e “sicuramente superiori” si risolvono in un confronto sfavorevole all’accusa davvero impressionante. Dal 2005 ad oggi, le stime dell’Agenzia delle Entrate sono sempre straordinariamente superiori al dato reale. E in alcuni anni sono quasi il triplo rispetto a quelle annotate nel bilancio aziendale. Questo per quanto concerne gli introiti generati dal marchio D&G. E sui fatturati complessivi, come si dimostra la crescita stimata dal fisco sulla base del marchio e, quindi, l’incongruenza dei 360 milioni? Anche qui le stime dell’Agenzia sono mediamente tre volte superiori ai dati reali.

Tra sopravvalutazioni e leggerezze
In dibattimento emergono addirittura errori sorprendenti. L’accusa per esempio cita un report di Mediobanca che avrebbe formulato delle valutazioni in linea con le stime del fisco e affermato che il valore di mercato dei marchi era «sicuramente superiore». E invece non esiste nulla di tutto ciò: il report di Mediobanca si limita semplicemente a descrivere l’operazione di ristrutturazione societaria del 2004. Al colmo degli errori, sopravvalutazioni, sospetti non suffragati da altro che dall’autorità dello Stato rappresentata dai testimoni d’accusa, in sede dibattimentale l’avvocato Massimo Dinoia attacca: «È sorprendente che gli operanti di polizia giudiziaria abbiano potuto suggerire al pubblico ministero che Dolce&Gabbana Srl “non ha applicato e, pertanto, non ha versato le ritenute” quando sono stati proprio loro, in sede tributaria, a riconoscere l’esatto opposto!». La difesa dimostra inoltre che Dolce e Gabbana non soltanto non avevano alcun obbligo di vendere i loro marchi al “valore di mercato”, ma che tale valore stimato dalle Fiamme Gialle (e fatto proprio dall’Agenzia delle Entrate) era uscito da un racconto di Isac Asimov. Dice a processo un colonnello della Finanza: «Abbiamo escluso il valore alto, di 2 miliardi e 2, abbiamo escluso il valore estremamente prudenziale della perizia di parte (PriceWaterhouseCoopers, primaria agenzia di consulenza legale internazionale, ndr ) e abbiamo fatto una media». Totale della “media”: 1190 milioni invece che 360.

Ok. Ma con quale metodo si è arrivati a fissare questa “media”? Risposta dell’ufficiale della Finanza: «Non bisogna essere in grado di fare una perizia, è solo un confronto! (…) Non c’è bisogno di avere studiato tanti libri!». È qui che entra in scena il soggetto che ha stimato il marchio D&G (tra l’altro nel 2008 rispetto a una cessione avvenuta nel 2004) quei famosi “2 miliardi e 2” citati dall’ufficiale della Finanza. Il soggetto dei “2miliardi e 2” è la società Interbrand. Che nel dibattimento altri non risulterà essere, a detta dello stesso teste rappresentante la Interbrand, «società (che) pubblica periodicamente degli studi… con finalità appunto diciamo divulgativa e promozionale». Dopo di che si scopre che quella valutazione “divulgativa” era stata fatta per promuovere la medesima Interbrand presso la Dolce&Gabbana. Insomma, afferma l’avvocato Dinoia, «Interbrand non ha fatto una valutazione del marchio né, tanto meno, ha indicato una media dei prezzi realmente applicati. Il suo può tranquillamente definirsi uno spot pubblicitario non retribuito (e soprattutto non richiesto) in favore di Dolce&Gabbana». Prova ne sia che «poco dopo la sua pubblicazione e sulla scia dei numeri stratosferici ivi prospettati, il dottor Ricca Manfredi (il teste rappresentante della Interbrand, ndr) sia andato a bussare alla porta della dottoressa Ruella (direttore generale D&G, ndr) chiedendole “l’opportunità di incontrarLa personalmente per discutere come potremmo mettere le nostre competenze al servizio del brand Dolce&Gabbana”». Conclusione: D&G escono assolti dalla giustizia penale, ma restano colpevoli per la giustizia tributaria. Incredibile.

La condanna in primo grado
E veniamo alla condanna in primo grado per omessa dichiarazione dei redditi. Qui la controversia è più complicata e una qualche ratio il verdetto ce l’ha. Per comprendere l’oggetto della disputa occorre però fare un passo indietro di dieci anni e spiegare come e perché maturò la decisione di vendere il marchio D&G a una controllata lussemburghese. E secondo quali modalità venne realizzata l’operazione. Fino al 2003 i marchi sono di proprietà al 50 per cento delle persone fisiche Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Legare un marchio aziendale a delle persone fisiche è un caso più unico che raro nell’epoca del capitalismo globalizzato. Nel 2003, l’azienda va a gonfie vele e si progetta la sua quotazione in Borsa. Chiaro, suggeriscono legali, banchieri, investitori interessati allo sviluppo di D&G, che occorre blindare il marchio e affidare la sua gestione a una società. I due stilisti, poi, sono soci al 50 per cento della holding D&G srl. La D&G Srl è a sua volta proprietaria al 100 per cento della Dolce&Gabbana srl, la società che si occupa di commerciale, retail e P.R., in Italia, e nel mondo attraverso società in loco. La produzione è affidata alla società Dolce Saverio Spa di proprietà al 100 percento della famiglia Dolce. Così, a partire dal 2004 si attua una radicale ristrutturazione aziendale: Domenico Dolce e Stefano Gabbana, costituiscono la Dolce&Gabbana Luxembourg S.a.r.l, società di cui detengono l’80 per cento delle partecipazioni. Il restante 20 per cento è detenuto dalla famiglia Dolce, che conferisce l’attività di produzione al gruppo D&G. A questo punto la Dolce Gabbana Luxembourg S.a.r.l. controlla al 100 per cento la Dolce&Gabbana Srl, che oltre a rete commerciale, retail e PR, gestisce la Dolce&Gabbana Industria Spa, che si occupa della produzione. Infine, la Dolce&Gabbana Luxembourg S.a.r.l. crea e controlla al 100 per cento la lussemburghese GADO S.a.r.l., alla quale viene ceduto il marchio dalle persone fisiche Domenico Dolce e Stefano Gabbana. 

Tutto questo popò di rivoluzione aziendale non viene fatto alla chetichella. Al contrario, viene fortemente pubblicizzato proprio al fine di convincere il mercato del valore e delle ambizioni di crescita internazionale della D&G. Per questo, si suppone, Simone Luerti, il giudice dell’udienza preliminare che per primo, nel 2011, è chiamato a decidere sulle due accuse (omessa e infedele dichiarazione) proscioglie i due stilisti senza ritenere che vi siano elementi per andare a processo. Il ragionamento del gup è il seguente: visti gli atti, anche se la cessione del marchio alla società lussemburghese controllata da D&G aveva motivazioni schiettamente finanziarie, di risparmio e anche di elusione fiscale, non vi è nulla di penalmente rilevante. Tutti i passaggi che portarono alla creazione della “Gado” furono compiuti “alla luce del sole”. Dunque, “il fatto non sussiste”.

Poi però seguirà l’impugnazione dei pm in Cassazione. E il verdetto di quest’ultima che annullerà la sentenza e rinvierà gli atti al gup per una nuova decisione. L’elusione fiscale, secondo la suprema corte, puo’ infatti assumere in determinati casi rilevanza penale, in quanto «il principio regolatore della materia non può che essere il principio di legalità, che stabilisce un nesso inscindibile tra sanzione penale e fatto, tassativamente e precisamente descritto da una norma di legge». Detto ciò, sostiene la Cassazione, «l’elusione fiscale presenta tratti quasi antinomici, essendo caratterizzata, per un verso, da una concatenazione di atti leciti; per altro verso, da una marcata atipicità, che confligge con il principio di tipicità e determinatezza della fattispecie penale». Insomma, l’elusione non è reato. Però, di fatto, può essere reato.

La commedia dell’assurdo
Ricordate il famoso paradosso del romanzo antimilitarista di Joseph Heller? «Comma 22: chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo». L’elusione fiscale non configura atti illeciti. Però. Però al secondo giro processuale, due anni dopo essere stati assolti sulla stessa ipotesi di reato, il 19 giugno 2013 Dolce&Gabbana si beccano un anno e otto mesi per omessa dichiarazione dei redditi. Eppure, richiama la difesa, quando a marzo 2004 i due stilisti vendettero i marchi ad una delle società del gruppo, il mondo del diritto penale e quello dell’elusione fiscale non erano neppure lontani parenti. Per una ragione molte semplice: non vi era stata fino ad allora nessuna sentenza, men che meno di Cassazione, che avesse insinuato anche solo per ipotesi la possibilità che operazioni consentite dal legislatore, connotate da un intento di risparmio di imposta, o di cosiddetta “elusione” del fisco italiano, potessero ricadere nel penale. Siamo comunque al primo grado di giudizio. E come chiunque dovrebbe sapere, essendo che in Italia non c’è giustizialista che non si riempia la bocca con la Costituzione, la Costituzione dice che un imputato è innocente fino a che i tre gradi di giudizio non dimostrino il contrario. Poi è, vero, l’Italia è anche piena dei D’Alfonso. Dopo di che, la giustizia tributaria va avanti a batter cassa. A prescindere.

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