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Brugnaro: «Si sono dimenticati chi manda avanti il paese»

Il sindaco di Venezia racconta la sua lotta a mani nude per non far saltare una «bomba sociale già innescata», tra turismo azzerato e «intere categorie umiliate» dal governo. «Città e imprese sono i capisaldi della nostra economia. Come si fa ad abbandonarle così?»

Luigi Brugnaro in piazza San Marco a Venezia

Anticipiamo l’intervista al sindaco di Venezia Luigi Brugnaro contenuta nel numero di giugno 2020 di Tempi. Attenzione: di norma i contenuti del mensile sono riservati agli abbonati. Per abbonarti a Tempi, clicca clicca qui.

Luigi Brugnaro è stato uno dei primi, durante il lockdown, a dire che bisognava «riaprire tutto per non morire di fame». E pensare che il 23 febbraio era stata proprio la sua decisione di chiudere in anticipo un evento internazionale come il Carnevale di Venezia a far realizzare a tanti che con il coronavirus c’era poco da scherzare. Poi però al sindaco del capoluogo veneto, uno che per tutta la vita ha fatto l’imprenditore e lo ha fatto con successo, sono bastati pochi giorni di reclusione generale per capire che c’era qualcosa che non andava, nello sbilanciamento tra contromisure sanitarie alla pandemia e tutto il resto. «Ho iniziato a dirlo al governo in tempi non sospetti: avete sbagliato i conti», ricorda a Tempi.

I suoi appelli per Venezia e per il settore turismo «azzerato» sono diventati una specie di tormentone. A un certo punto in tv è arrivato a sbottare in faccia al viceministro piddino dell’Economia Antonio Misiani: «Non siete cattivi, siete incapaci!». Risultati? Per Venezia, nessuno. Mentre Brugnaro si è preso dello speculatore che «fa campagna elettorale». Finché il 27 maggio i 12 sindaci delle altre città metropolitane italiane, compresi quelli di sinistra e dei Cinquestelle, hanno firmato con lui una lettera al premier nella quale riecheggiano gli allarmi lanciati per settimane da Brugnaro, perfino nei termini e nei toni, visto che si parla di «fortissimo disagio economico e sociale» che rischia di «trasformarsi in rabbia».

Insomma, Brugnaro non aveva poi tutti i torti quando accusava Giuseppe Conte di essersi dimenticato le città e le imprese ed evocava la «bomba sociale già innescata».

Sindaco Brugnaro, è davvero così drammatica la situazione di Venezia?

Io nella vita sono imprenditore, non un politico. I numeri li so leggere. L’ho vista e l’ho detta fin da subito questa cosa: qua non moriamo di coronavirus, morimo de fame! L’ho detta subito proprio per spingere il governo ad agire, mica per farlo cadere. Che cosa ci guadagnerei?

A quanto pare a Roma non hanno capito il messaggio.

Non sono riusciti a capire l’importanza delle città e delle imprese, i due capisaldi della struttura economica del nostro paese. Il punto non è appena il turismo. I turisti che vengono a vedere piazza San Marco sono i compratori di oro di Vicenza, della moda italiana, delle scarpe, dei nostri mobili. Nelle nostre città le nostre imprese trasformano la materia, le danno forme, profumi, colori, moda, novità. Siamo grandi fabbriche occidentali di trasformazione. E cosa fa il governo? Si dimentica delle imprese e delle città. Per forza m’incazzo! Ebbene, neanche una telefonata.

Almeno lo Stato non impedisse alle imprese di ripartire moltiplicando regole e burocrazia.

Ma quando chiediamo la “sburocratizzazione” qualcuno recepisce che non vogliamo controlli. Invece nessuno dice questo. Sburocratizzare vuol dire che non si può sempre demandare le proprie responsabilità ad altri. Al ministro dell’Istruzione non si può non chiedere che ci dica come e quando riapriranno le scuole. Pretendere questo non vuol dire chiedere le sue dimissioni. Qualcosa dovrà pur dircelo. Cosa spieghiamo ai genitori?

Già, cosa direte ai genitori?

Faccio una previsione: alla fine il governo scaricherà tutto su di noi.

O sul Comitato tecnico scientifico.

Hanno fatto decine di cabine di regia con centinaia di persone. Guardi, non mi interessa nemmeno quanto costi tutto ciò, il problema è che serve solo a rimbalzarsi responsabilità uno con l’altro. Siamo al punto che un ministro della Repubblica ha domandato il parere del Comitato tecnico scientifico per aprire le giostrine dei parchetti.

In effetti fa ridere.

Farebbe ridere se non fosse tutto tragicamente vero. Ma vedrà, la storia avrà tutto il tempo di giudicare. Non sono mica cose che passano in fretta: è stato distrutto un paese! Non è che domattina schiocchi le dita e tutto ricomincia perché “tanto ci sono gli imprenditori” e “tanto le cose sono sempre andate così”. Siamo arrivati a 960 mila paghette sociali!

Voleva dire redditi di cittadinanza?

Sì, le paghette sociali. Le ripeto il dato: sono novecentosessantamila. Più i navigator, assunti a 28 mila euro lordi per trovare lavoro ai 960 mila e rimasti a casa perché c’era il coronavirus. E in tanti hanno pure chiesto il bonus da 600 euro per i co.co.pro. Secondo lei, quanto si può caricare ancora il musso?

Come, prego?

Il musso. L’asino. Lei lo carica col peso, e quello mica parla, se ne sta buono là. E lei lo carica, lo carica, lo carica: alla fine il musso casca par tera, se spaca le gambe. Poi dicono che sono io a soffiare sul fuoco. Ma come si fa a non capire l’urgenza di ascoltare?

La Cgia di Mestre dice che dall’inizio dell’anno hanno già chiuso 122 aziende artigiane della vostra provincia.

Ma quando suona l’allarme perché le aziende sono chiuse, lei capisce che è tardi? L’ho detto io, l’ha detto Confindustria, lo dice Cgia, lo dicono fin dall’inizio dell’emergenza tutte le persone ragionevoli: serve liquidità e deve arrivare prima che chiudano le imprese. Non hanno proprio capito. Hanno sbagliato il dettaglio tecnico del decreto. È un problema di incapacità. Mi spiace ma è la realtà: servivano meno cabine di regia e più competenza. Non a caso il “decreto aprile” è diventato “maggio”, e solo perché non hanno avuto il coraggio di chiamarlo “giugno”.

È arrivata prima la fase 3.

E qualcuno ancora ci promette che arriveranno le mascherine! Si rende conto? Io sto mandando avanti una città: mascherine agli autisti dei mezzi pubblici, mascherine agli operatori ecologici… e poi i detergenti e tutto il resto. Da Roma non ci è arrivato nulla, zero. Ce li siamo procurati noi da soli con i soldi del Comune. Per fortuna in questi anni avevamo efficientato i bilanci, perché quelli che avevo trovato io nel 2015 erano disastrati. Siamo arrivati a chiudere il 2019 con un avanzo di 62 milioni di euro, e con questa liquidità stiamo affrontando tutto. Per rimandare la Tari abbiamo pagato noi l’impresa per la raccolta rifiuti, altrimenti avremmo la spazzatura per le strade. Solo che non possiamo reggere all’infinito.

Ma il “modello Italia” di risposta all’emergenza non stava facendo scuola nel mondo?

Faccio sommessamente notare che l’Austria ci ha chiuso le frontiere in faccia, mentre dall’Africa non hanno mai smesso di arrivare migranti in cerca di lavoro.

Ha definito la sua decisione di “regalare” fino alla fine dell’anno i plateatici ai locali della città un «atto di fiducia» nei loro confronti. Oltre alla liquidità, agli imprenditori manca anche la fiducia da parte delle istituzioni?

Certo, e non da ieri. È proprio un leitmotiv: ladri, “prenditori”, evasori. Poi però quando un’impresa chiude corrono a offrirle agevolazioni. Hanno impedito per legge i licenziamenti: bravi, complimenti, perché non aprono per decreto notturno anche cento fabbriche? Se non sbaglio è così che facevano in Russia. In più davano ai cittadini un libretto con su scritto che avevano diritto a mezza pagnotta e un dito di latte. In Italia c’è una totale sfiducia verso gli imprenditori, si alimenta addirittura il conflitto sociale tra dipendenti e datori di lavoro, quando invece siamo tutti sulla stessa barca, e adesso bisogna essere accecati dall’ideologia per non vederlo.

A fine aprile lei e gli altri sindaci dei capoluoghi veneti avete presentato 20 proposte al governo Conte per l’emergenza. Non se n’è saputo più nulla.

E dire che grazie a un gran lavoro tecnico, senza polemica, trasversale, fatto con l’ex viceministro di Renzi, Enrico Zanetti, e il presidente nazionale dell’ordine dei commercialisti, Massimo Miani, abbiamo offerto tante soluzioni a costo zero, per esempio l’idea di accertare, soltanto a livello contabile, l’Imu dello scorso anno in modo da poter fare il bilancio. Secondo me nel governo non l’hanno neanche capita.

Su quali fronti Venezia ha dovuto fare da sola?

Su tutti. La cosa più angosciante è stato il Tpl, il trasporto pubblico locale. Sa, mentre le città – diciamo così – “normali” hanno attività produttive variegate, le città d’arte hanno entrate fortemente sbilanciate sul turismo perché devono gestire costi importanti. Ebbene, quelle entrate per il Comune sono venute meno: più di 115 milioni su un totale di circa 800. Stesso discorso per il Tpl, in particolare il trasporto sull’acqua, che di fatto è finanziato dai turisti: qui nelle nostre previsioni l’ammanco è di circa 90 milioni.

Casse martoriate e in più posti limitati per il pericolo droplet.

Per portare i passeggeri di prima ci volevano quattro autobus al posto di uno. Qualcuno insisteva che avrei dovuto aumentare le corse. Invece le ho dimezzate e ho messo tremila persone in cassa integrazione a rotazione. Un politico non fa cose del genere ai suoi potenziali elettori, non chiede ai cittadini di andare a piedi o con mezzi propri. Ma io ho preferito salvare l’azienda. E l’ho salvata. Ho tenuto la liquidità in cassa, altrimenti in due o tre mesi avrei dovuto portare i libri di Actv in tribunale e perdere i posti di lavoro. Siccome io non sono qui per questo e so fare il mio mestiere, abbiamo retto finché non abbiamo trovato il modo di contenere le perdite a 39 milioni di euro e consentire così la certificazione del bilancio. Qualche giorno fa ho radunato le Rsu di Actv per spiegare che eravamo pronti a far tornare tutti al lavoro. Dopo settimane di attacchi virulenti, ho avuto un’acclamazione generale.

Venezia è forse il massimo emblema dell’Italia che “vive di turismo”. Cosa insegna la crisi della città a proposito di questo comparto che rappresenta il 13 per cento del Pil?

Una cosa che il governo non ha capito dall’inizio. Mentre un’impresa qualsiasi, tolto il blocco, ricomincia a lavorare, gradualmente, per carità, ma riprende, le aziende turistiche invece resteranno bloccate per un altro anno, perché i turisti non ci sono. Lo sappiamo già che non ce ne saranno almeno fino a ottobre. Ho chiesto fin da subito provvedimenti specifici per la filiera turistica. Ma figurarsi se è successo, abbiamo dovuto perfino dettare a Roma i codici Ateco di intere categorie che erano state dimenticate. E poi: le sembra una soluzione il bonus da 500 euro per andare in vacanza? Distribuito discriminando in base all’Isee e per giunta dicendo all’albergatore: anticipali tu, che te li ridò tra un anno. Ma versateli direttamente agli albergatori quei quatro schei, e a fondo perduto! Albergatori, compagnie di navigazione, gli stagionali degli aeroporti di cui si erano dimenticati, gli addetti dei musei, le guide, i tour operator… e pensi a tutto il settore dello spettacolo. Il concerto con Zucchero in piazza San Marco l’abbiamo fatto proprio per ricordare i musicisti, gli elettricisti, gli scenografi, i tecnici delle luci, tutta gente che manda avanti il paese ed è stata abbandonata. Artisti di strada, pittori, fotografi: si sono dimenticati il paese! Non lo conoscono, hanno in mente solo i dipendenti statali e i disoccupati di professione. Non sanno che il mondo va avanti proprio con le persone che loro hanno abbandonato. Peggio: umiliato. Ma poi le spiagge, i teatri, gli chef italiani. Non è un caso se siamo i primi al mondo nel turismo. Vogliamo lasciare tutto questo ai nostri competitor?

È stato uno sbaglio dare assoluta precedenza alla tutela della salute?

Non è mai troppa la prudenza in materia di sanità, ed è stato giusto fidarsi della scienza. Ma nelle decisioni che riguardano tutta la comunità ci sono tanti elementi: c’è la salute e c’è l’economia, il sostegno sociale, la necessità fisica delle persone. Andava messo tutto insieme. È mancata la mediazione della politica.

Può spiegarsi?

Tanto per cominciare, bisognava coinvolgere maggiormente il Parlamento, altro che chiuderlo. Il padrone di un’azienda vuole sapere che cosa fanno i suoi amministratori, lo stesso i cittadini con il governo. Altro errore è stato non coinvolgere le opposizioni. Io sono il primo dei contrari a fare debito pubblico. Questa sì è come la peste. Ma in un momento simile io stesso dico che bisogna indebitarsi. E proprio perché ci stiamo assumendo una responsabilità storica che peserà sulle generazioni che oggi nemmeno votano, allora bisogna coinvolgere il più largo consenso possibile nella decisione su come spendere il denaro. Non si può essere tanto arroganti da decidere di dirottarlo alle proprie conventicole o al proprio paesello. Basta spese improduttive, io non ci sto più.

A proposito di debiti e azioni bipartisan, il 31 marzo lei ha sottoscritto con Carlo Calenda un appello, ospitato anche dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, in cui chiedevate ai tedeschi di comportarsi come «i grandi paesi europei» e accettare gli eurobond. Che ne pensa del Recovery Fund? L’Europea sta facendo il suo dovere?

Scusi, prima di tirare in ballo l’Europa sappia questo. Negli stessi giorni in cui usciva il manifesto che lei ha citato (e che sottoscriverei interamente di nuovo anche adesso), qualcuno in Italia ha dichiarato pubblicamente: «Vogliamo il reddito universale». Al che i colleghi tedeschi mi hanno chiamato subito: «Scusa Luigi, noi ti abbiamo dato i soldi e tu li butti via così?». Hanno ragione. Noi saremo credibili in Europa solo se le misure che decideremo in Italia saranno produttive.

Il 13 marzo, all’inizio dell’emergenza, ha deciso di consacrare Venezia al cuore immacolato della Madonna. Come mai questa iniziativa così bizzarra per un’autorità laica?

Macché bizzarra. Come si fa a dire bizzarra? Non accetto la domanda.

Diciamo insolita?

Non ho fatto niente di insolito, io prego normalmente. E il fatto è che in questi frangenti capisci davvero quanto non vali nulla. Non che non lo sapessi, ma se mai avessi avuto bisogno di un’ulteriore verifica, questa è stata molto evidente. Non c’è da scherzare, sono molto radicale su questo. Ho pensato di affidare la città alla Madonna della Salute perché è una cosa che gli uomini hanno sempre fatto prima di me. E poi Lei ci ha già salvato una volta nel 1630-31. Credo davvero di avere la mano del Signore sulla spalla, altrimenti con le mie sole capacità sarei andato a farmi male in fretta. Non c’è dubbio che esiste qualche volontà superiore che mi ha portato fin qui. Perciò sì, affido la città alla Madonna, altroché. E mi metto a disposizione totale: sono qui a lavorare gratis da cinque anni e non mi aspetto indietro niente, nemmeno la rielezione se i cittadini non vorranno concedermela. La fede per me è dare e basta. «Riceverai più di quello che hai dato», certo, ma solo se dai senza secondi fini.

A marzo dell’anno prossimo Venezia compie 1.600 anni. Come può essere occasione per il rilancio?

La pandemia è mondiale. Ha colpito Stati Uniti, Giappone, Inghilterra, Russia, Medio Oriente… da dove provengono tanti visitatori di Venezia. L’idea che ho è di usare Venezia come un luogo da cui rilanciare il coraggio del mondo. Perché questa è una città del mondo, ed è una città resiliente che ne ha viste di tutti i colori: a novembre la tragedia gigantesca dell’acqua granda, adesso la pandemia, la fabbrica chimica esplosa il 15 maggio, e poi questa cultura del sospetto, il boicottaggio continuo degli sfascisti. Vogliamo dimostrare di avere ancora voglia di vivere, sorridere, amare, di essere un luogo bello, dobbiamo essere la moneta buona che scaccia quella cattiva. Cominceremo le celebrazioni tra fine agosto e settembre, coordinando iniziative in tutta la città metropolitana, private e pubbliche, non iniziative di Stato. Mi piacerebbe anche un grande concerto nel bacino di San Marco, senza ricadere negli errori fatti all’epoca dei Pink Floyd. Abbiamo confermato la Biennale Cinema, e vogliamo aprire in anticipo, magari già a settembre, il ponte votivo per l’isola cimiteriale di San Michele, perché è un’esperienza magica percorrerlo, rivivendo la storia di Venezia e, perché no, raccontandosi quello che è successo durante l’epidemia, ricordando chi si è perso, riflettendo sul rapporto con la vita e la morte. L’anniversario sarà occasione di feste ma anche di percorsi culturali aperti a ogni sensibilità. E magari di fare diventare l’autunno e l’inverno periodi di alta stagione. Gli austriaci non aprono le frontiere? Non c’è problema, facciamo i mercatini di Natale a Venezia.