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L’Iraq, la Siria e poi? Così l’esercito del terrore vuole marciare su Baghdad e portare la guerra santa in Occidente

giugno 22, 2014 Leone Grotti

Ora che l’armata dei terroristi islamici dell’Isil ha in mano un territorio vasto quanto uno stato può prepararsi a lanciare la sua sfida finale. A noi

iraq-siria-califfato-tempi-copertinaQualche giorno fa, quando i terroristi islamici hanno conquistato la seconda città più grande dell’Iraq, Mosul, rubato alle banche centinaia di milioni di dollari, liberato dalle carceri 2.500 persone, confiscato i mezzi e le armi dell’esercito iracheno, almeno 500 mila cittadini sono fuggiti terrorizzati. Molti, invece, sono rimasti. Hanno lanciato pietre contro i 40 mila soldati dell’esercito iracheno che hanno battuto in ritirata dalla sera alla mattina, senza preavviso, e hanno appeso questo cartello su un ponte di Mosul: «Il governatorato di Ninive vi accoglie». A fianco sventolava il manifesto che ritrae la bandiera nera degli islamisti e la scritta: «Non c’è altro Dio al di fuori di Allah».

Il califfato islamico sognato fin dal 2006 dall’allora nascente Stato islamico dell’Iraq (Isi), oggi è realtà sotto la guida di Abu Bakr Al Baghdadi, che lo guida dal 2010 e a quel primo progetto ha aggiunto la Siria, trasformando il gruppo in Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil). Con la presa di Mosul, l’Isil è ormai in possesso di un vastissimo territorio che si estende per almeno 500 chilometri e che va dall’Iraq alla Siria settentrionale senza soluzione di continuità: il confine nazionale tracciato da Sykes e Picot, i diplomatici inglese e francese che nel 1916 divisero il vecchio Medio Oriente ottomano in Stati arabi controllati dall’Occidente, non ha più alcun senso ed esiste soltanto sulla carta.

L’esercito jihadista, perché di vere e proprie truppe militarizzate si tratta, torna così alle origini: dall’Iraq era entrato in Siria e ora dalla Siria invade l’Iraq. Cogliendo al volo l’occasione fornita dalla cosiddetta “Primavera araba” che nel 2011 ha colpito Damasco, tramutata in guerra civile dalle tante milizie finanziate principalmente da Arabia Saudita e Qatar che vorrebbero vedere il governo filo-sciita di Assad cadere, l’Isil ha conquistato una dopo l’altra importanti città del nord come Raqqa e Deir Ezzor. Approfittando dell’immobilismo di Barack Obama, che da anni discute se armare i ribelli “buoni” dando di fatto il tempo ai terroristi di diventare ancora più forti, l’Isil ha consolidato il suo potere in Siria. E sfruttando l’incapacità di governare del premier iracheno Al Maliki, che ha favorito gli sciiti in ogni modo a danno dei sunniti, ha preso prima Fallujah, a gennaio, e ora Mosul. Esercito iracheno e jihadisti si contendono diverse città, ma questo non è che l’inizio perché già il portavoce dei terroristi Abu Mohammed Al Adnani ha promesso: «Marceremo su Baghdad».

Per sapere che cosa significhi nella realtà di tutti i giorni il califfato islamico non è necessario tornare indietro al VII secolo, ai tempi del primo califfo Abu Bakr o del quarto (primo per gli sciiti), Ali, cugino e genero del profeta Maometto. Già dal 2013, infatti, l’Isil ha trasformato in un califfato Raqqa e le testimonianze che giungono dalla città sono tutt’altro che rassicuranti. I cittadini devono rispettare un rigido decalogo islamico: le donne non possono portare i pantaloni, ma devono vestire il burqa e l’abaya. Truccarsi è vietato, fumare è vietato, esporre nelle vetrine dei negozi abiti femminili è vietato. Gli uomini non possono portare i jeans, non possono fumare sigarette, non possono acconciarsi i capelli in modo moderno, gli imprenditori che hanno assunto nel loro negozio delle donne devono chiudere. Infine, chiunque citi il nome dell’“Esercito islamico dell’Iraq e del Levante” riceve 70 frustate. La legge dello Stato viene sostituita dalla sharia, amministrata da corti islamiche. Secondo il quotidiano Al Rai Al Youm, a febbraio in città è stata lapidata a morte una ragazza: era iscritta a Facebook, un atto immorale «di grande malvagità».

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Il tributo umiliante
Le cose non vanno meglio per i cristiani. Come previsto dal Corano, a febbraio i terroristi hanno fatto loro questa proposta pubblicando un editto: o vi convertite all’islam o ve ne andate dal paese o pagate il tributo umiliante (gizya) per mantenere la vostra religione ed essere protetti dallo Stato islamico. Così, i più ricchi sono ora costretti a versare ai loro «protettori» 13 grammi d’oro puro (circa 400 euro), i meno abbienti 200 euro e i poveri 100. Chi non può pagare deve convertirsi, andarsene o morire. I cristiani inoltre devono evitare «di portare la croce o altri simboli legati alla Bibbia nei mercati e nelle piazze dove ci siano dei musulmani». Non possono suonare le campane delle chiese, «utilizzare altoparlanti per far sentire la preghiera» e «celebrare i loro riti fuori dalle chiese». Allo stesso modo «devono obbedire alle regole imposte dall’Isil, come a quelle legate alla discrezione nel modo di vestirsi». Infine, le chiese distrutte dagli stessi terroristi «non potranno essere restaurate». Questa annotazione finale dell’editto non è di poco conto se si considera che dal 2013 gli islamisti hanno attaccato due chiese a Raqqa, distrutto la croce che si trovava su una di queste e saccheggiato l’interno dei luoghi di culto. Inoltre, la chiesa greco-cattolica dedicata a Nostra signora dell’annunciazione è stata simbolicamente trasformata nel quartiere generale degli islamisti.

siria-isil-raqqa-crocifissione1Il califfato, però, non è un incubo solo per i cristiani ma anche per i musulmani. Almeno tre uomini, secondo quanto previsto dalla sharia, sono già stati crocifissi in piazza per avere «ucciso dei musulmani». La prima crocifissione, avvenuta a marzo, è stata giustificata così: «Giudichiamo le persone e le puniamo secondo la sharia, che ci guida nel portare la responsabilità di preservare i genuini insegnamenti dell’islam». I musulmani di Raqqa hanno descritto a un giornalista del Guardian la loro nuova vita: «Oggi viviamo in uno stato di paura e terrore. Noi siamo musulmani ma la nostra religione guida la vita delle persone, non può essere imposta con la forza». E ancora: «L’Isil ha bandito la musica, ora si può ascoltare solo il Corano. Anche le sigarette sono state bandite: se trovano un locale dove vengono vendute lo bruciano, imprigionano il negoziante e lo frustano». Anche chi non partecipa alla preghiera del venerdì viene frustato in piazza.

«Voglio diventare un mujaheddin»
Questi echi di un mondo che credevamo finito molti secoli fa non riguarda però solo la Siria e l’Iraq. I gruppi affiliati o legati ad Al Qaeda, che sembravano deboli e sconfitti fino a pochi anni fa, sono tornati in auge in tutto il mondo. Basta citare qualche nome: Boko Haram in Nigeria, Al Shabaab in Somalia e Kenya, Aqmi nel Maghreb, Ansar Dine in Mali, i talebani in Afghanistan e Pakistan. L’Isil non fa parte di questi perché si è staccato da Al Qaeda, ha rifiutato la leadership di Al Zawahiri (successore di Bin Laden) e in diverse province siriane combatte attivamente la fazione qaedista di Al Nusra. In questi scontri “fratricidi” sono già morti migliaia di miliziani.

Frizioni e divergenze tra i gruppi islamisti non fermeranno però l’avanzata di questa internazionale jihadista, perché l’obiettivo non è semplicemente Baghdad o Damasco, come dichiarato a tempi.it dal giornalista della Stampa Domenico Quirico: «Il califfato non è il frutto della visione di un imam svitato che arringa in una moschea, ma una strategia che l’Occidente non riesce a capire. Da una parte è la creazione di un vero e proprio Stato fondato sulle regole dell’islam più radicale, dall’altra una base logistica per sfidare gli Stati islamici confinanti (che loro definiscono traditori) e poi affrontare l’Occidente. Non hanno paura del confronto militare e confermano di essere in grado di porci una sfida globale». Questo è proprio quello che l’Occidente non vuole vedere: «La nuova Al Qaeda ha alzato il livello del confronto e i suoi obiettivi. Non siamo più di fronte a cellule di terroristi ma a eserciti che si muovono dal Sahara alla Mesopotamia. L’Occidente però non li capisce – continua Quirico –, non riesce a comprendere che loro non hanno interessi economici o politici. A muovere la storia infatti non c’è solo questo: c’è anche la religione. Purtroppo gli occidentali, e gli americani per primi, non vogliono capirlo».

Eppure basterebbe ascoltare le loro parole. Un religioso sunnita dell’Isil educava così i bambini della provincia siriana di Idlib nel 2013: «I cristiani sono infedeli. Obama è infedele. Chi dice che Gesù è figlio di Maria è un miscredente e va scannato». Un altro imam faceva ripetere a bambini di dieci anni: «Allah è il nostro maestro, loro invece non hanno maestri. Il loro cattivo maestro è l’America e malvagio è il loro destino. Da grande voglio diventare un mujaheddin».

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