«Non siamo banche. L’ecobonus in fattura strangola migliaia di artigiani»

Lo chiamano Decreto Crescita ma per non lavorare in perdita le Pmi sono costrette a perdere il lavoro. Cedendolo ai grandi gruppi con buoni polmoni finanziari. Appello al parlamento

Alla faccia della crescita, «qui sempre più imprese artigiane ci segnalano che stanno rinunciando ai lavori, perdendo clienti importanti, rischiano di scomparire del mercato aziende sane che lavorano bene ma non hanno le spalle così larghe per autofinanziarsi come fossero banche. E chi ci guadagna? I grandi gruppi, con polmoni finanziari capaci di assorbire lo sconto fiscale in fattura. Ci chiediamo se, a dispetto delle dichiarate attenzioni verso le Pmi, sia un obiettivo di chi governa eliminare i “piccoli” dal mercato». Marco Accornero, segretario dell’Unione artigiani di Milano e di Monza-Brianza, parla a tempi.it a nome di ventimila imprese che impiegano circa 50 mila addetti nella sola provincia di Milano e Brianza, 120 mila lavoratori della filiera dell’edilizia e dell’impiantistica se consideriamo le aziende che solo a livello lombardo sono state colpite dagli effetti del Decreto Crescita.

«OGGI PERDONO SOLO GLI ARTIGIANI»

La legge è in vigore da giugno, ma è dal 31 luglio che l’Agenzia delle entrate ha fatto uscire un provvedimento attuativo dell’articolo 10, che modifica gli incentivi per l’efficientamento energetico. «Come funzionava prima del provvedimento? Funzionava che chi affrontava interventi di ristrutturazione o di efficienza energetica poteva vedersi restituito il 50 o il 65 per cento della spesa attraverso la detraibilità in denuncia dei redditi. E il meccanismo era vincente: vincevano i privati che potevano realizzare interventi di miglioria con vantaggio fiscale, vincevano gli artigiani che beneficiavano della domanda cresciuta proprio grazie agli incentivi, vinceva l’ambiente, vinceva il mercato dell’edilizia. Con il cosiddetto nuovo ecobonus invece vince soprattutto chi può permettersi rapporti bancari migliori e plafond di liquidità enormemente maggiori. E gli artigiani restano col cerino in mano».

«UNA FOLLIA, LE PMI NON SONO BANCHE»

La nuova disposizione autorizza il privato a richiedere direttamente al proprio installatore, idraulico, elettricista o serramentista, uno sconto in fattura pari agli incentivi statali previsti per gli interventi di riqualificazione energetica e antisismica. «E questo rischia di mettere in difficoltà tantissimi artigiani, che in base a questo nuovo meccanismo dovrebbero concedere immediatamente uno sconto insostenibile (parliamo anche della metà fino addirittura all’85 per cento del lavoro), per poi vedersi restituire i soldi, se tutto va bene, cioè se dispongono di un carico fiscale sufficiente da compensare, in un periodo di tempo molto ampio». All’impresa artigiana infatti l’importo verrebbe rimborsato tramite un credito d’imposta che però potrà essere utilizzato, in compensazione, nell’arco di cinque o dieci quote annuali. 

L’alternativa? Girare a sua volta il credito, cedendolo a un soggetto terzo, il fornitore di beni e servizi, che a questo punto detterà prezzi e regole. «Una follia, in un modo o nell’altro è sempre il “piccolo” a rimetterci. È evidente che, in particolare per le aziende più piccole e per giunta di settori come l’impiantistica e l’edilizia parecchio penalizzati in questi anni difficili, questo possa comportare gravi crisi di liquidità tanto che c’è il rischio che, in attesa di recuperare lo sconto anticipato, debbano far ricorso al mercato del credito che, ovviamente, costa. Le piccole e medie imprese non sono banche e non è giusto addossare loro incombenze insostenibili».

L’APPELLO AL PARLAMENTO

A luglio l’Antitrust aveva già bocciato lo sconto in fattura: gli ecobonus del Decreto crescita possono «creare restrizioni della concorrenza nell’offerta di servizi di riqualificazione energetica a danno delle Pmi, favorendo i soli operatori economici di più grandi dimensioni». Certo, l’adesione allo sconto in fattura non è obbligatoria, ma per non lavorare in perdita le Pmi sono costrette di fatto a perdere clienti. E a “sottomettersi” alle condizioni di mercato dettate dalle grandi imprese quando nulla vieterebbe che fosse lo Stato a fare fronte agli effetti della disposizione senza scaricarne il peso sulle piccole aziende.

Per questo l’Unione artigiani ha deciso di rivolgere un ennesimo appello al parlamento perché si torni al precedente sistema di detraibilità fiscale attraverso un emendamento alla Legge di bilancio. «Noi siamo per l’abolizione del nuovo provvedimento. Si può anche discutere un compromesso, come consentire alle banche di acquisire il credito stabilendo tassi non superiori per esempio al 2 per cento l’anno, ma noi siamo per tornare al vecchio regime che non danneggiava nessuno. Ad oggi il governo non ha aumento l’Iva, ha deciso di proseguire con il regime forfettario, non ha fatto danni, lasciando le cose com’erano. Non si capisce perché non si possa continuare a tutelare il diritto dei cittadini a poter godere degli incentivi, preservando anche la competitività delle Pmi che non possono essere messe nelle condizioni di autofinanziarsi i propri stessi lavori».