Cina, Vaticano: la registrazione civile del clero non è «inconciliabile» con la fede

L’annuncio del Vaticano supera in parte le preoccupazioni di Benedetto XVI, interpretando in modo diverso ciò che Pechino intende con “indipendenza della Chiesa cinese”, sottolineando comunque che all’atto della registrazione i sacerdoti devono dichiarare di «non venir meno alla dovuta fedeltà ai principi della dottrina». Restano molte domande aperte

Dal febbraio 2018 il partito comunista in Cina obbliga sacerdoti e vescovi cattolici a registrarsi civilmente aderendo ai principi dell’Associazione patriottica. Se la maggior parte del clero ha rifiutato è perché i moduli di registrazione chiedono esplicitamente di accettare i principi di indipendenza, autonomia e autogestione della Chiesa in Cina. Il regime chiede cioè di affermare l’autorità del partito sulla Chiesa a danno di quella del Papa e Benedetto XVI, nella sua lettera ai cattolici cinesi del 2007, definì questi principi «inconciliabili con la dottrina cattolica».

In seguito all’accordo provvisorio tra Cina e Vaticano del 22 settembre 2018, le pressioni sono aumentate e molti vescovi hanno chiesto a Roma come comportarsi, non conoscendo i dettagli dell’accordo, che restano segreti. Oggi la Santa Sede ha diffuso un documento che fornisce chiare indicazioni pastorali in merito.

LE INDICAZIONI PRATICHE PER IL CLERO

Giudicando il clima dei rapporti tra Vaticano e Cina «logicamente» cambiati dopo l’accordo, la Santa Sede «intende e interpreta l’indipendenza della Chiesa cattolica in Cina non in senso assoluto, cioè come separazione dal Papa e dalla Chiesa universale, ma relativo alla sfera politica, secondo quanto avviene in ogni parte del mondo nelle relazioni tra il Papa e una Chiesa particolare o tra Chiese particolari».

Per questo motivo autorizza la registrazione civile, con alcuni accorgimenti. Si legge nel documento:

«Alla luce di quanto sopra, se un Vescovo o un sacerdote decide di registrarsi civilmente ma il testo della dichiarazione per la registrazione non appare rispettoso della fede cattolica, egli preciserà per iscritto all’atto della firma che lo fa senza venir meno alla dovuta fedeltà ai principi della dottrina cattolica. Se non è possibile mettere questa precisazione per iscritto, il richiedente la farà anche solo verbalmente e se possibile alla presenza di un testimone. In ogni caso, è opportuno che il richiedente certifichi poi al proprio Ordinario l’intenzione con la quale ha fatto la registrazione».

«CAPIAMO CHI NON VUOLE REGISTRARSI»

Il Vaticano sottolinea anche che «non intende forzare la coscienza di alcuno» e che «comprende e rispetta la scelta di chi, in coscienza, decide di non potersi registrare alle presenti condizioni. Essa rimane loro vicina e chiede al Signore di aiutarli a custodire la comunione con i propri fratelli nella fede, anche di fronte alle prove che ciascuno si troverà ad affrontare».

Chiedendo che «non si pongano in atto pressioni intimidatorie nei confronti delle comunità cattoliche “non ufficiali”, come purtroppo è già avvenuto», la Santa Sede assicura che continuerà a «chiedere che la registrazione civile del Clero avvenga con la garanzia di rispettare la coscienza e le profonde convinzioni cattoliche delle persone coinvolte. Solo così, infatti, si possono favorire sia l’unità della Chiesa sia il contributo dei cattolici al bene della società cinese».

LA FIDUCIA DEL VATICANO NEL DIALOGO

L’autorizzazione ad accettare i principi di indipendenza, autonomia e autogestione della Chiesa in Cina è sicuramente una svolta nei rapporti tra Roma e Pechino. Nella lettera del 2007 ai cattolici, Benedetto XVI non impediva la registrazione a patto che «non comporti la negazione di principi irrinunciabili della fede e della comunione ecclesiastica». Sottolineava inoltre che ogni caso «va valutato singolarmente». Oggi il Vaticano cerca di interpretare in modo diverso ciò che Pechino intende con “indipendenza”, nella speranza che attraverso il dialogo anche la Cina diventi più malleabile.

Per il Papa emerito era anche importante non «assumere atteggiamenti, porre gesti e prendere impegni che sono contrari ai dettami della loro coscienza di cattolici». A partire dal 2018, rispetto al 2007, il regime fa richieste nuove ai sacerdoti e ai vescovi registrati, aprendo molte domande. Alle comunità del Fujian, ad esempio, è stato ordinato di «proibire l’ingresso nelle chiese ai minorenni» e di «non organizzare corsi di formazione per minorenni». Come può la Chiesa sopravvivere e portare frutto se le viene impedito di educare alla fede i giovani e di accostarli ai sacramenti?

LE CONSEGUENZE DELLA FIRMA

In nome dell’indipendenza si pretende anche dalle comunità di «non contattare potenze straniere, non accogliere gli stranieri, non accettare interviste, formazioni o invito di convegni all’estero». Come può la Chiesa in Cina sopravvivere isolata?

Alla Chiesa viene anche proibito di «svolgere attività religiose online, promuovere le vocazioni o inoltrare contenuti che violano le leggi, intervenire nell’amministrazione degli affari del villaggio e nella vita privata e personale del popolo». Vietato anche «affiggere manifesti e insegne nell’esterno e nei tetti a fini evangelici». Le stesse indicazioni sono arrivate anche alle comunità dell’Henan, del Zhejiang, dell’Hubei e si aggiungono alle preoccupanti notizie sulla distruzione di chiese e santuari in tutto il paese e alla richiesta fatta alle singole famiglie di non educare i figli alla religione.

IL CASO DI MONSIGNOR GUO XIJIN

I sacerdoti e i vescovi che si registreranno civilmente dovranno accettare queste norme di condotta e dovranno accettare di guidare una chiesa invisibile, senza possibilità di comunicarsi all’esterno (e spesso neanche all’interno delle comunità) e senza possibilità di partecipare alla Chiesa universale. A chi si rifiuta di registrarsi, potrebbe succedere quanto accaduto a monsignor Vincenzo Guo Xijin, al quale il governo ha impedito di presiedere una Messa per le professioni religiose delle suore del Sacro Cuore. Di conseguenza, il vescovo si è rifiutato di partecipare alla dedicazione della nuova cattedrale di Mindong: «Sono un uomo e non una scimmia che asseconda tutti i voleri altrui», ha scritto ai suoi fedeli come riportato da AsiaNews.

Il tentativo di soffocare la religione cattolica non è un’eccezione. Il partito comunista si comporta allo stesso modo con i protestanti, arrestando tanto i fedeli quanto i pastori che non si piegano; con i musulmani, 1,1 milioni dei quali sono stati rinchiusi in campi di rieducazione attraverso il lavoro nel Xinjiang; e anche con altri culti come il Falun Gong, i cui aderenti sono imprigionati e sui quali ancora viene praticato il terribile espianto di organi.

LE PAROLE E I FATTI

La speranza è che il tentativo dialogante della Santa Sede cambierà questa esplicita politica cinese, inaugurata dallo stesso presidente Xi Jinping nel 2015 sotto il nome di «sinicizzazione». Ma al momento i fatti non lasciano adito a dubbi su che cosa intenda il regime comunista con «indipendenza» e «autogestione» della Chiesa cattolica cinese. Il partito, che è fortemente diviso al suo interno e non è affatto un monolite come si crede, non è nuovo a fare grandi enunciati a parole che poi non rispetta nei fatti (aveva ad esempio giurato che i campi di rieducazione erano stati chiusi, salvo poi incarcerarvi 1,1 milioni di musulmani uiguri). È giusto sottolineare, come fa il Vaticano, che la Costituzione cinese garantisce la libertà religiosa a tutti. Ma bisogna anche ricordare che l’unica legge rispettata in Cina non è quella scritta sui documenti, ma la volontà del partito, o meglio delle sue più alte cariche.

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