Il caso Shellenberger, l’ambientalista che dice: «Scusate per l’allarmismo»

Consulente dell’Ipcc e del Congresso Usa, l'”eroe” ecologista osa scrivere che i catastrofisti esagerano e il cambiamento climatico non è la fine del mondo. Ora «passerà anni a difendere il suo articolo»

Michael Shellenberger durante Cop 23, conferenza Onu sul cambiamento climatico

«Da parte degli ambientalisti di ogni dove, desidero chiedere formalmente perdono per il panico che abbiamo creato negli ultimi 30 anni sul clima. Il cambiamento climatico è reale. Solo che non è la fine del mondo. Non è nemmeno il più grave tra i problemi ambientali». Inizia così un interessante articolo di Michael Shellenberger che gira da poco più di una settimana su internet ed è diventato una specie di caso internazionale.

Che Shellenberger sia un ambientalista atipico è noto da tempo. Da prima che il Time nel 2008 lo inserisse nell’elenco degli “Eroi dell’ambiente”. Cofondatore del Breakthrough Institute e fondatore dell’Environmental Progress, due think tank di primo piano sui temi “green”, è considerato uno dei principali esponenti del cosiddetto ecopragmatismo: già nel 2004, anno di uscita del suo libro più discusso, The Death of Environmentalism (La morte dell’ambientalismo), accusava gli ambientalisti “mainstream” di non aver saputo produrre alcun risultato ecologico utile. Per intenderci: Shellenberger è un sostenitore dell’energia nucleare (si veda in proposito qui la sua intervista a Tempi su Fukushima).

Che cosa ha reso dunque un caso la sua recente uscita? Per leggere integralmente l’articolo, si può fare riferimento al sito dello Spectator, oppure a The Australian o ancora allo stesso Environmental Progress.

Tuttavia basta soffermarsi su alcuni passaggi del testo per capire che cosa ha fatto innervosire tanti lettori e avversari di Shelleberger. Per esempio:

«Sono un attivista del clima da 20 anni e un ambientalista da 30. Ma in qualità di esperto di energia chiamato a testimoniare davanti al Congresso americano, e invitato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change [il famoso Ipcc dell’Onu premiato insieme ad Al Gore con il Nobel per la pace nel 2007, ndr] come revisore del suo prossimo rapporto di valutazione, sento il dovere di chiedere perdono per quanto gli ambientalisti hanno fuorviato l’opinione pubblica.

Ecco alcuni fatti che pochi conoscono:

– Gli uomini non stanno provocando una “sesta estinzione di massa”

– L’Amazzonia non è “il polmone del mondo”

– Il cambiamento climatico non aggrava i disastri naturali

– Dal 2003 gli incendi sono diminuiti in tutto il mondo del 25 per cento

– La quantità di terra che utilizziamo per la carne (l’utilizzo più esteso di terra fatto dall’umanità) è diminuita di una superficie quasi pari a quella dell’Alaska

– Sono l’accumulo di combustibili legnosi e la maggior presenza di case nei pressi delle foreste, non il cambiamento climatico, il motivo per cui in Australia e in California si verificano sempre più incendi, e sempre più pericolosi

– Le emissioni di anidride carbonica calano nella maggior parte delle nazioni ricche e in Gran Bretagna, Germania e Francia sono in diminuzione dalla metà degli anni Settanta

– L’Olanda si è arricchita, non impoverita, adattandosi a vivere al di sotto del livello del mare

– Produciamo il 25 per cento di cibo in più rispetto al nostro fabbisogno e i surplus di cibo continueranno ad aumentare con il riscaldamento del mondo

– La perdita di habitat e l’uccisione diretta di animali selvatici rappresentano per le specie minacce più gravi del cambiamento climatico

– Il combustibile legnoso è di gran lunga peggio dei combustibili fossili per le persone e la fauna selvatica

– La prevenzione nei confronti di future pandemie richiede più, non meno, agricoltura “industriale”.

Mi rendo conto che i fatti di cui sopra appariranno a molti come “negazionismo climatico”. Ma questo non fa che confermare il potere dell’allarmismo climatico. Per la verità, questi fatti sono tratti dai migliori studi scientifici a disposizione, tra i quali quelli condotti o accettati dall’Ipcc, dalla Fao, dalla International Union for the Conservation of Nature e da altri enti scientifici tra i più importanti».

Nella sua richiesta di scuse a nome degli ambientalisti, Shelleberger dedica ampio spazio a respingere il prevedibile sospetto di essere «una specie di anti-ambientalista di destra», e a raccontare tutte le missioni e collaborazioni portate avanti nel corso di una vita al fianco di personalità e ambienti insospettabilmente di sinistra e di sinistra progressista, compreso Obama.

Poi un altro affondo urticante:

«Ma fino all’anno scorso, ho per lo più evitato di esprimermi contro il panico climatico. In parte perché ero in imbarazzo. Dopo tutto, sono colpevole di allarmismo come qualunque altro ambientalista. Per anni, ho parlato del cambiamento climatico come di una minaccia “esistenziale” per la civiltà umana, chiamandolo “crisi”.

Soprattutto, però, avevo paura. Sono rimasto in silenzio davanti alla campagna di disinformazione sul clima perché temevo di perdere amici e finanziamenti. Le poche volte che sono riuscito a raccogliere il coraggio per difendere la scienza del clima da quanti ne abusavano, ho subìto dure ripercussioni. E così per lo più sono rimasto al mio posto e non ho fatto quasi nulla mentre i miei compagni ambientalisti terrorizzavano l’opinione pubblica».

A rendere la confessione di Shellenberger definitivamente un caso, comunque, è stata la decisione di Forbes (sul cui sito il pezzo è apparso per la prima volta) di rimuovere l’articolo. Così l’autore ha denunciato su Twitter la “censura” ed è partito il copia-incolla generale, per la gioia degli ambienti “ecoscettici” di tutto il mondo.

Il clamore della polemica ha attirato l’attenzione del Guardian, giornale indubbiamente capofila dell’ambientalismo allarmista denunciato da Shellenberger (ha perfino deciso di adottare ufficialmente un linguaggio catastrofista). E l’operazione del quotidiano britannico è una perfetta dimostrazione del pregiudizio ideologico che regna sull’ecologia.

Secondo il Guardian, infatti, Shellenberger non ha scritto niente di nuovo, le sue tesi sono note, e se Forbes ha deciso di cancellare il suo articolo è perché «violava le linee guida a riguardo dell’autopromozione».

Nell’articolo “censurato” in effetti Shellenberger parla del suo nuovo libro, Apocalypse Never. Ma lo stesso Guardian non dedica che poche righe a questa violazione delle linee guida di Forbes sull’autopromozione. Così come il punto non appare nemmeno contestare le tesi del libro presentato da Shellenberger (ovvero: «Ci sono prove schiaccianti che la nostra civiltà ad alta energia è meglio per le persone e per la natura rispetto alla civiltà a bassa energia a cui gli allarmisti vorrebbero farci tornare»).

Il vero peccato di Shellenberger è che il suo articolo «è stato apprezzato dai media conservatori». Il Guardian ha anche raccolto commenti degli autorevoli studiosi citati dallo stesso Shellenberger a supporto della qualità del suo libro. Uno è il climatologo Tom Wigley dell’Università di Adelaide:

«[Il professor Wigley] spiega al Guardian Australia di ritenere che il libro “può ben essere il libro più importante mai scritto sull’ambiente”. Ma dice che il modo in cui nel commento è esposta la questione del cambiamento climatico metterà Shellenberger in una posizione complicata. “Penso che Michael si sia spinto un po’ troppo in là e dovrà difendere questo articolo per molti anni. Nel frattempo, le sue parole potranno essere distorte da gente che non crede nel riscaldamento globale di origine antropica e questo potrà fare danni”, dice Wigley».

Insomma, Shellenberger la dirà anche giusta, avrà anche pubblicato il libro più importante mai scritto sull’ambiente, ma ha esagerato i toni, tanto è vero che il suo articolo piace ai conservatori “negazionisti” che mettono in dubbio la catastrofe in arrivo.

Il cortocircuito è servito. Perché gli ambientalisti in tutti questi anni non hanno forse esagerato con gli allarmi, come sostiene appunto Shallenberger? Ancora un passaggio dal suo articolo:

«Ha detto Alexandria Ocasio-Cortez: “Il mondo finirà entro 12 anni se non affrontiamo il cambiamento climatico”. E il gruppo ambientalista di maggior rilievo del Regno Unito ha dichiarato che “il cambiamento climatico uccide i bambini”».

E il Guardian si è preoccupato forse di indagare sui toni e sulle esagerazioni usati da Al Gore – solo per fare un esempio tra i tanti possibili – quando questi sostiene, rilanciato dal Guardian stesso, che «combattere il climate change è come combattere contro la schiavitù»? Fatto sta che adesso, a differenza di Al Gore, di Ocasio-Cortez, di Extinction Rebellion e dell’Ipcc, Shellenberger sarà costretto a «difendere questo articolo per molti anni» e a difendere se stesso dall’accusa di negazionismo. Chissà perché.

Foto Ansa