Pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo mondiale dei “Wpath files”(nei files trapelati dalla World Professio-nal Association for Trangender Health la prova regina che non c’è scienza o etica nelle cure gender affirming), il Servizio sanitario nazionale britannico (Nhs) annuncia la messa al bando dei bloccanti della pubertà: non verranno più prescritti ai minori in nessun centro per il trattamento della disforia di genere. Nel numero di marzo di Tempi abbiamo raccontato come si è arrivati a porre fine a un “esperimento di massa” sui bambini, grazie alle dimissioni di molti medici, le denunce dei pazienti in tribunale, il coraggio di un piccolo gruppo di persone e giornalisti, conservatori, liberali, progressisti. Ma soprattutto liberi.
«Il danno fatto è incommensurabile. Nessuno sa quanti anni di dogma ideologico, trattamento inappropriato e una colpevole incapacità di considerare il benessere mentale dei bambini curati dalla clinica Tavistock influenzeranno le migliaia di persone indirizzate al suo Servizio per lo sviluppo dell’identità di genere». Bisogna partire da qui, da un editoriale del Times del 29 luglio 2022 a commento della decisione del governo britannico di chiudere il leggendario Gender Identity Development Service (Gids) della Tavistock & Portman di Londra, per capire la portata del “caso Tavistock”. Un caso serio di giornalismo, di un movimento di base nato da “informatori”, medici, genitori, detransitioners, femministe gender critical, e approdato sulla prima pagina del Times il 9 aprile 2019: «È in corso un esperimento di massa sui bambini, i più vulnerabili», un’inchiesta che avrebbe fatto tremare il Regno Unito e che sarebbe culminata nella chiusura del Gids, quando il team di esperti guidato da Hilary Cass, ex presidente del Royal College of Pediatrics, ebbe finalmente accesso alle cartelle cliniche degli oltre novemila minori curati per disforia di genere. Il rapporto fu spaventoso. Cass confermava ogni denuncia dei media: il Gids aveva costretto migliaia di ragazzini a «un percorso tortuoso e inutile, permanente e che cambia la vita […] un modello di cura che li espone a un rischio considerevole di disagio mentale e non rappresenta un’opzione sicura né praticabile a lungo termine».
Ci erano voluti tre anni. Durante i quali anche i giornalisti delle testate più vicine ai movimenti Lgbtq si erano chiesti dove fosse la verità, se negli slogan con i quali le lobby fomentavano le famiglie dei bambini ad aderire alla “terapia affermativa” (o “protocollo olandese”, che prevede bloccanti della pubertà a partire dai 9-11 anni e ormoni incrociati dai 16 perché «preferisci un figlio morto o una figlia viva?»), o nelle denunce di ragazzini “pentiti” della transizione come Keira Bell, testimone chiave dei processi contro la Tavistock. E dell’infermiera Sue Evans e di suo marito Marcus, psicanalista, i primi a dimettersi in polemica con quello che la clinica propinava come “trattamento reversibile” a minori con disturbi dello spettro autistico.

Di David Bell, psicanalista, autore del primo rapporto sull’abuso dei bloccanti alla Tavistock, dove lavorava fin dal 1995. Dei primi dieci medici che trovarono il coraggio di entrare nel suo ufficio e raccontargli le sofferenze dei loro pazienti (a decine sotto i 5 anni), avviati al trattamento dopo due soli appuntamenti, bollati come trans da psicologi inesperti appena arruolati (e poco costosi). Bell avrebbe pagato caro il suo attacco al Gids dove si prescrivevano farmaci sperimentali «sotto la pressione dei gruppi per i diritti transgender». È il Guardian, già nel novembre 2018 e poi a febbraio 2019, a dare spazio al suo dissenso, il Guardian nel 2021 a dare voce alla sua invettiva contro la riluttanza della sinistra ad occuparsi della questione: «Pensano che questo abbia a che fare con l’essere liberali […]. Mermaids e Stonewall hanno fatto temere anche solo di ascoltare un altro punto di vista, […] la paura di essere additati come transfobici prevale su tutto».
La neolingua dei diritti transgender
La denuncia del Times apre un vaso di Pandora: sono 18 i medici che si sono licenziati dalla Tavistock per “ragioni di coscienza” («questo trattamento sperimentale viene effettuato su bambini molto vulnerabili, che hanno avuto problemi di salute mentale, abusi, traumi familiari», raccontano). Si parla di 2.519 piccoli inviati alla clinica, 1.740 ragazze e 624 ragazzi: solo in 30 hanno compiuto 18 anni, il più piccolo ne ha tre. Si apre il dibattito sulla pericolosità dell’uso off-label dei farmaci, «un esperimento dal vivo non regolamentato sui bambini».
L’inchiesta sul Gids apre diversi contenziosi in tribunale, la Tavistock diventa il centro di un’intensa attività di ispezione e monitoraggio da parte del ministero della Sanità. Dati scarsi, follow-up insufficienti, documenti assenti: si scopre che per anni la clinica londinese era riuscita a seppellire i risultati di un’altra allarmante indagine interna avviata dal direttore medico David Taylor nel 2016 dopo le denunce di Sue Evans. Evans potrà visionarne i contenuti solo quando Hannah Barnes, una giornalista della Bbc, nel 2019, riuscirà a entrarne in possesso. Oggi in forza a New Statesman, Barnes riuscirà a pubblicare Time to Think: The Inside Story of the Collapse of the Tavistock’s Gender Service for Children, inchiesta destinata a fare storia sul “caso Tavistock” dove era di casa la battuta «al ritmo a cui stiamo andando, fra un po’ di gay non ce ne saranno più». Ma ci vorrà tempo, come avrebbe denunciato l’Economist, difendendola: «Un libro che rivela di bambini di appena nove anni avviati ai bloccanti della pubertà è stato rifiutato da 22 editori».
Negli anni della “bomba” del Times, il Regno Unito è travolto dalla neolingua, il piano delle cure si sovrappone a quello dei diritti dei transgender, polarizzando il dibattito: la parola d’ordine diventa cancellare la “donna”, sdoganare i “menstruator”, “persone con la cervice”, “possessori di vagina”, dare la caccia alle “streghe” che credono nel sesso biologico come J.K. Rowling, bandire dagli atenei le Terf (trans exclusionary radical feminist) come Kathleen Stock o Julie Bindel. Perfino Suzanne Moore, storica firma del Guardian, si dimette dal giornale per cui scriveva da 25 anni: 338 colleghi ne pretendono il licenziamento accusandola di transfobia: «Sono stata censurata più dalla sinistra che dalla destra […]. Lo Spectator e il Times hanno raccontato storie che noi abbiamo ignorato; ho potuto scrivere ciò che volevo sul Telegraph».

Lo zampino dei gruppi di pressione
Testate conservatrici e progressiste non si incontrano sul gender. Ma sulla Tavistock la “censura” vacillerà fino a diventare, se non esplicita denuncia, almeno onesta domanda: «Quando ogni altro tipo di protocollo e trattamento di salute mentale o fisica è soggetto a un costante e rigoroso esame, dibattito e modifica alla luce delle nuove ricerche, cosa rende la transness un caso speciale?», scrive oggi il Guardian, il primo media ad annunciare, nel novembre 2022, le dimissioni di Susie Green, ceo di Mermaids, madre di un ragazzo avviato ai bloccanti dall’età di 12 anni, estrogeni a 13, intervento chirurgico di riassegnazione del sesso in Thailandia a 16.
Quello di Mermaids, potentissima charity transgender, è il nome più ricorrente nelle denunce dei medici che si sono dimessi dal Gids. Se nel 2005, raccontava Sue Evans, gli attivisti incontravano regolarmente i medici senior, negli ultimi anni erano arrivati a dettare le «aspettative di cura per i nostri pazienti». L’associazione ha sempre goduto di buonissima stampa: apertamente sostenuta da personaggi pubblici come il principe Harry o Emma Watson, Mermaids aveva incassato nel 2021 oltre 1,8 milioni di sterline da sovvenzioni, attività di formazione per la polizia, il sistema sanitario, le scuole, dalla National Lottery e da decine di partnership aziendali (da Starbucks ad Amazon Prime). Fino a ottobre 2022, quando un’altra inchiesta, questa volta del Telegraph, fa partire una indagine della Charity Commission: il quotidiano ha raccolto prove sui metodi usati dall’organizzazione per promuovere la transizione tra i ragazzini con i bloccanti e inviare loro dispositivi per la fasciatura toracica nonostante la contrarietà dei genitori. Dispositivi «dolorosi e dannosi» che secondo Scotland Yard possono rappresentare una forma di abuso su minore. Non è tutto: dalle indagini del Telegraph emerge che Mermaids si è avvalsa di un importante studio legale per aiutare i sedicenni a cambiare in segreto i loro nomi e pronomi su «passaporto, conto bancario, cartelle cliniche».
Dall’Europa all’America
Un anno prima era finita nei guai Stonewall: a denunciare il “racket arcobaleno” della lobby Lgbtq più influente d’Europa «impantanata nella questione transgender» (parole del suo cofondatore Matthew Parris) erano state inchieste guidate dal Times e da due giornalisti della sede di Belfast della Bbc, David Thompson e Stephen Nolan.

Mermaids e Stonewall sono solo alcuni tra i movimenti che hanno brigato per fare della Tavistock un simulacro non più di esperienza clinica, ma di diritti e accettazione sociale e politica. Con la caduta del totem, però, si è aperta una faglia anche al di là dell’oceano, dove il gender si è fatto culture war. Il 5 aprile scorso l’Economist pubblica una storia di copertina intitolata “Ciò che l’America sbaglia sulla medicina di genere”: «Cambia la vita e può portare alla sterilità. Il pensiero generale in America è che l’intervento medico e l’affermazione di genere facciano bene, e che dovrebbero essere più accessibili. In Europa diversi paesi sostengono che manchino prove sufficienti, che interventi di questo tipo dovrebbero essere fatti con cautela e debbano essere studiati più a fondo. Gli europei hanno ragione».
Segue un’indagine dell’Atlantic (che offre la prima inchiesta sui detransitioners nel 2018) sullo stesso tema, fino all’ultima, inattesa, uscita del New York Times: “Da bambini pensavano di essere trans. Ora non più”, un’opinion di Pamela Paul pubblicata il 2 febbraio scorso che demolisce la narrazione degli attivisti (per anni alimentata dallo stesso giornale di riferimento d’America). Proprio il Nyt che si era rifiutato di pubblicare l’intervento di due guru della medicina transgender, come la chirurga di fama mondiale Marci Bowers e la psicologa clinica Erica Anderson, entrambe ai vertici della World Professional Association for Transgender Health (Wpath), a loro volta transgender e contrarie al trattare i minori con i bloccanti (Bowers finirà travolta dallo scandalo dei Wpath files dopo essere stata nominata presidente e aver sposato l’approccio gender affirming, nda)
Dietrofront sulle cure transgender in Scandinavia
Prima di allora la loro voce aveva trovato spazio solo su Common Sense (ora The Free Press). Il substack “non allineato” di Bari Weiss diventa in fretta casa per coloro che a sinistra decidono di assumersi il rischio giornalistico e reputazionale di fare luce sulla terapia affermativa in un’America dove la “questione trans” è diventata “trans culture war” tra estremisti di destra, illiberali progressisti e liberali rassegnati a «non dire nulla» per non sembrare conservatori. Tra le più efficaci testimonianze pubblicate da The Free Press c’è quella di Jamie Reed, donna queer, sposata con un trans, che ha denunciato al procuratore generale del Missouri lo sconvolgente trattamento riservato ai minori in cura presso il Washington University Transgender Center del St. Louis Children’s Hospital, dove la stessa Reed lavorava come case manager: «Lui è un repubblicano. Io sono una progressista. Ma la sicurezza dei bambini non dovrebbe essere oggetto delle nostre guerre culturali». O quella della pioniera mondiale Riittakerttu Kaltiala: è stata lei ad aprire la prima clinica in Finlandia per il cambio di genere dei minori, lei a distruggere con evidenze cliniche l’indiscutibile “protocollo olandese”, lei a condannare trattamenti che ha scoperto sulla pelle dei suoi piccoli pazienti essere molto più che «pericolosi».
La Finlandia non è la sola nazione ad aver pubblicato linee guida e prove per posticipare all’età adulta la transizione di genere. La Svezia nel 2022 ha detto stop alla somministrazione di ormoni ai minori ammettendo che «abbiamo fatto del male ai bambini». Qui il Karolinska Institutet ha riconosciuto di avere danneggiato irreparabilmente la salute di alcuni ragazzini trattati con i bloccanti. Storie come quella di Leo e del suo «scheletro sano distrutto dalla medicina sperimentale» raccontate nel documentario Trans Train hanno portato il paese a cambiare totalmente approccio indicando le terapie psichiatriche e psicologiche come primo aiuto.
Dove sono le prove?
Ancora. Gennaio 2023, il Nrc Handelsblad, uno dei maggiori quotidiani dei Paesi Bassi, rivela che il “protocollo olandese” si basa su uno studio del 2006 effettuato su pochissimi bambini e quasi tutti maschi, finanziato dall’azienda che commercializza la triptorelina e screditato da assenza di controlli ed esiti attesi: nessun corpo “messo in pausa” con i bloccanti, bensì una “profezia che si autoavvera”. Nel documentario The Transgender Protocol gli esperti ammettono: troppe falle strutturali negli studi su cui si è fondato il modello adottato in tutto il mondo.
Marzo 2023, il Norwegian Healthcare Investigation Board annuncia la revisione delle linee guida sulla disforia, non ritenendole più basate su prove scientifiche: d’ora in poi «l’uso di bloccanti della pubertà, di terapie ormonali e di interventi chirurgici di riassegnazione di genere sarà limitato a contesti di ricerca e non sarà più fornito in contesti clinici».
Agosto 2023, la Danimarca annuncia che verranno offerte terapie psicologiche e non più farmaci ai minori che non abbiano manifestato disforia di genere fin dall’infanzia. A chiedere di porre fine alla somministrazione dei bloccanti sperimentali è soprattutto il Danish Rainbow Council, uno dei maggiori gruppi Lgbtq del paese presieduto dal transessuale Marcus Dib Jensen. Marcia indietro sui bloccanti anche in una trentina di stati americani, Australia, Nuova Zelanda.
Un anno fa, per avere osato fare informazione sui “bambini trans” (leggi: aver dato spazio ai dubbi che emergevano sui bloccanti alla luce dei nuovi dati), il New York Times fu attaccato con una lettera firmata da oltre mille suoi collaboratori e più di 100 organizzazioni arcobaleno manifestarono sotto la sede del giornale coi cartelli “La scienza è concorde”. «Spesso i progressisti descrivono il dibattito sui bambini transgender come uno scontro tra coloro che stanno cercando di aiutarli e i politici conservatori che non permettono ai bambini di essere se stessi», scrive oggi Pamela Paul raccogliendo le parole di esperti che smentiscono i colleghi («Recitano slogan su cure salvavita sicure, dicono che la scienza è consolidata – ma niente di tutto ciò è basato su prove di efficacia»), detransitioners trattati alla stregua di burattini «nelle mani della destra» dal momento che solo i giornali conservatori sono interessati ad ascoltarli, genitori «costretti da medici e scuole ad accettare l’identità di genere dichiarata dai figli perché “vuoi un figlio morto o una figlia viva?”».
«Non pazienti ma pedine politiche»
Come hanno chiarito al Wall Street Journal 21 esperti di nove paesi, nonché i più recenti studi e lo stesso decano degli psichiatri americani esperti di transizione, Stephen B. Levine, non esistono prove della transizione ormonale quale misura efficace per la prevenzione del suicidio. Esistono bambini con disforia di genere e comorbilità «che invece di essere trattati come pazienti diventano pedine politiche» (Nyt).
Per porre fine all’“esperimento” della Tavistock, ci sono voluti più di tre anni, le dimissioni di massa di molti medici, le denunce dei pazienti in tribunale, il coraggio di un piccolo gruppo di persone e giornalisti, conservatori, liberali, progressisti ma soprattutto liberi. In Italia, dove i giornali iniziano ora a lanciare titoli sulla triptorelina “salvavita” e sui bloccanti che “prevengono il suicidio”, dove si grida alla “disinformazione”, al “pregiudizio antiscientifico”, alla “campagna di odio transfobico” in reazione alla decisione del ministero della Salute di avviare un’ispezione al Careggi di Firenze o alla decisione del Comitato nazionale di bioetica di rivedere il parere sull’uso dei bloccanti, chi ricorda cosa accade nei paesi più progressisti d’Europa è chiamato “oscurantista”: «Il nostro scivolamento verso paesi come l’Ungheria e la Polonia è già così avanzato da inghiottire vite e storie» (Tomaso Montanari sul Fatto quotidiano). In Italia, dove la triptorelina è in uso dal 2019 e nessuno sa su quanti bambini e con quali esiti, siamo ancora all’anno zero di un modello di cura già superato e screditato da chiunque gli abbia spianato la strada, raccogliendo «danni incommensurabili» ben prima di noi.

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