I misfatti del Tigrai e una vita in perenne connessione

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Caro direttore, mi consenta di fare alcune considerazioni, dopo aver letto l’articolo di Caterina Giojelli sui misfatti che stanno avvenendo nel Tigrai. Viviamo in un’epoca in cui  sono esaltati tutti i “diritti” (alla privacy, alla omosessualità, alla “parità di genere”, al “love is  love” e via farneticando) e sono condannate le violenze (contro la donna, contro gli animali, contro la natura, e via discorrendo). Mentre tutto ciò viene ovunque insistentemente propagandato dai mass media, avvengono nel mondo cose incredibili, quali quelle messe in luce dall’articolo della Giojelli, nel più assoluto vergognoso silenzio delle comunicazioni di massa. Intendiamoci, non che le violenze, specialmente  nel corso di guerre e guerriglie, siano una novità, ma quello che l’articolo ha messo in  luce è che non si tratta di casi isolati, dovuti alla brutalità di singoli, ma di uno specifico modus operandi messo in atto da organizzazioni pseudo governative. Ed allora io mi domando: dove sono le femministe che ovunque nel mondo fanno tanto chiasso per qualche parola “sessista”, dove sono le organizzazioni internazionali, l’Onu, le ong, i Medecins sans frontieres, i Save the children? Dove sono i paladini della femminilità, pronti a suscitare vespai ad ogni stormir di fronde, dove sono i fautori delle “quote rosa”, dove sono i giornalisti intrepidi, pronti a fare inchieste su comodi bersagli politici, dove sono la radio, la tv, i talk show a sollevare il velo che copre questi orrendi misfatti? Dove sono le truppe dell’Onu e dei Paesi occidentali (Eritrea ed Etiopia erano nostre colonie) che dovrebbero essere pur capaci di un intervento rapido e risolutore? Ma mi rendo conto di appartenere ad un’epoca remota, quando ancora queste domande potevano avere un senso e ci si poteva aspettare qualche risposta: oggi esse sono semplicemente un non sense, e me ne scuso. Cordialmente.
Angelo Cannizzaro

Non scusarti Angelo, le tue domande “non sense” sono anche le nostre.

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Gentile direttore, ho 5 figli, tutti in Dad. Per il più piccolo (7 anni) riesco a gestire l’accesso al digitale e per tre di loro sono riuscita ad ottenere la presenza a scuola. Per il più grande che ha 15 anni sono preoccupata. È in Dad ormai da un anno, con brevi parentesi di qualche settimana qua e là. Lui è sfinito, si impegna nello studio, ha risultati brillanti ma vorrebbe di tutto cuore tornare alle lezioni in presenza. Eppure nessuno ce lo concede perché il malessere da iperconnessione non è commisurabile al rischio Covid. Trovo ingiusto che il normale sviluppo cognitivo/affettivo di un ragazzo sia considerato di secondaria importanza e al malessere che sta emergendo non venga data importanza. I miei figli non hanno ricevuto cellulari e non li riceveranno fino ai 16 anni proprio per questo motivo e anche a 16 anni non avranno libertà totale. Siamo stati bypassati da questa realtà. Questa mia è solo per aggiungere voce al malessere di un intera generazione che non riesce a farsi sentire da chi continua a chiudere le scuole e a propinare come panacea la fibra e la connessione veloce. Saluti cordiali,
Elisabetta Zattin

Al di là del caso specifico della Dad, c’è il grande tema di una vita in perenne connessione. Le consiglio due letture: Giancarlo Cesana su Tempi di marzo e questa recensione di Pietro Piccinini al documentario The Social Dilemma.

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Capisco che non sia esattamente la cosa più importante nella vita, ma, per chi non si affida ad un commercialista, si sta avvicinando il problema dell’uso dello SPID per qualsiasi accesso alla P.A. tra cui all’Agenzia delle Entrate e all’Inps, in particolare per la compilazione e annessi della Dichiarazione dei Redditi. È un problema per chi, come me, ogni anno predispone la Dichiarazione per fratelli e sorelle e non potrà più farlo (redditi sotto i 30.000 euro). Direttore, veda se può fare qualcosa! Cordialità
Maria Rosa Abbiati

Gentile Maria Rosa, non posso fare altro che pubblicare questa sua lettera, sperando che chi possa le dia quell’aiuto che io non so darle.

 

 

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