Massacri, stupri di gruppo, pulizia etnica. In Tigrai «è genocidio»

Donne brutalizzate fino all’ultimo brandello di carne, bambini giustiziati, cadaveri sbranati dalle bestie. Le atroci testimonianze dei sopravvissuti a violenze e massacri delle milizie di Etiopia ed Eritrea

La Cnn ha visto il video e parlato con il medico che l’ha curata, la sua vagina era stata riempita di sassi, chiodi, pezzi di plastica. È così che vengono stuprate le donne in Tigrai, drogate, tenute in ostaggio dai soldati etiopi ed eritrei. Brutalizzate fino all’ultimo brandello di carne: è difficile descrivere l’orrore riportato dalle cartelle cliniche e dalle testimonianze dei medici condivise con l’emittente americana.

Da quando il premier etiope Abiy Ahmed ha sciolto il governo tigrino e avviato la sanguinosa campagna militare nella regione con l’aiuto dell’Eritrea lo stupro delle disperate in fuga dai bombardamenti è diventato un’arma da guerra. «Voi tigrini non avete storia, non avete cultura. Posso farti tutto quello che voglio e nessuno si preoccuperà di te», ripeteva il soldato delle forze amhara a una donna rifugiata nel campo profughi di Hamdayet, cittadina sudanese al confine dell’Etiopia mentre la stuprava. La ragazza ora aspetta un bambino. I medici del campo raccolgono sempre la stessa testimonianza, «mentre le violentano gli aggressori ripetono loro che le stanno purificando, che devono ripulire il loro sangue tigrino», racconta uno di loro alla Cnn, «questo è un genocidio».

Legata e stuprata per dieci giorni

Nessuno conosce il numero esatto delle vittime della spaventosa guerra che sta dilaniando il Tigrai, indagini indipendenti contano decine di carneficine, migliaia di morti: i confini dell’Etiopia sono stati riaperti ai giornalisti da poche settimane, dopo mesi di stragi silenziose e comunicazioni intermittenti, e solo ora emergono, strazianti, i dettagli dei massacri ma anche degli stupri di massa su donne e bambine. Channel 4 News ne ha intervistate molte, in 40 si sono rinchiuse in un rifugio della regione troppo traumatizzate all’idea di rimettersi in strada o cercare le loro famiglie.

«Ci hanno stuprate i soldati eritrei, noi eravamo in sei, loro in trenta. Ridevano e scattavano foto con i telefonini», ha raccontato una ragazza presa in ostaggio da truppe riconoscibili dalle uniformi e dal dialetto eritreo. Ha provato a scappare ma la sua fuga è durata poco: i soldati l’hanno trovata, le hanno iniettato della droga, l’hanno spogliata tutta, legata a una roccia, accoltellata e violentata per dieci giorni.

La più piccola ha 8 anni

Non lontano dal rifugio, all’Ayder Referral Hospital, l’ospedale di Mekele, sono centinaia le donne e le ragazzine prese in cura dopo aver subito atroci violenze. I presidi medici rurali ne inviano in continuazione, non sapendo come curare le violenze sessuali: più di 200 sono quelle arrivate solo nelle ultime settimane. Delle 106 strutture mediche della regione solo 10 si sono salvate dai bombardamenti e sono in funzione, una su cinque è occupata dalle milizie. Dalla Commissione etiope per i diritti umani all’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani fino al presidente americano Biden si invoca una indagine indipendente.

Secondo l’Onu tra dicembre e gennaio sono avvenuti oltre 136 stupri solo nelle zone a ovest di Mekele, ma secondo i medici il numero delle violenze reali è enormemente più alto: da quando è scoppiato il conflitto quelle che erano poche segnalazioni alla settimana sono diventate almeno una ventina al giorno. E di una violenza inaudita. Le donne risultano positive alle malattie sessuali, all’Hiv, subiscono abusi fisici, ossa rotte, pestaggi violenti. La più giovane di cui si è dovuto prendere cura, racconta un medico alla Cnn, aveva solo 8 anni, la più anziana 60. E ogni donna col coraggio di chiedere aiuto racconta di avere assistito a sua volta allo stupro delle proprie madri, sorelle, figlie, amiche.

Violenze davanti ai bambini

Cambiare il sangue, cambiare la discendenza, i medici lo chiamano genocidio. All’Afp Thiras (nome di fantasia) lo ha chiamato incubo: un incubo iniziato con il suo sequestro da parte di soldati etiopi che l’avevano condotta al loro campo: per due settimane in fila davanti alla sua cella fino a dieci uomini attendevano il loro turno per violentarla. E quando riuscì a tornare dalla sua famiglia, un soldato fece irruzione in casa sua e la stuprò alla presenza dei sui bambini terrorizzati di 11, 7 e 3 anni. I racconti da Mekele a Wukro si moltiplicano, qualcuno racconta che i soldati eritrei ripetono di eseguire gli ordini, «è tempo che i tigrini piangano» dicono mentre in gruppo si accaniscono sulle donne costringendo figli piccoli, mariti e genitori a guardare sotto la minaccia delle armi.

L’orrendo massacro di Dengelat

Innumerevoli le cronache dei massacri e i dettagli emersi dalle stragi di Axum (di cui tempi.it si è occupata qui e qui) e della chiesa di Maryam Dengelat, il 30 novembre scorso, quando un gruppo di soldati eritrei ha aperto il fuoco su centinaia di fedeli radunati per la messa. Un testimone del massacro ha raccontato di aver trascorso un’intera giornata a seppellire i corpi inzuppati di sangue: sacerdoti, anziani, donne e oltre venti bambini. Abraham, questo il nome di fantasia usato dai sempre bravi cronisti della Cnn, racconta di aver riconosciuto alcuni dei piccoli, fuggiti pochi giorni prima dai bombardamenti come lui fino al villaggio di Dengelat, trovando riparo nel monastero scavato nella roccia delle montagne.

I corpi dei fuggitivi erano stati crivellati di proiettili sul fianco del pendio roccioso, poi i soldati erano entrati di casa in casa costringendo le madri a legare i propri bambini, uccidendo donne incinte, legando gli uomini alle porte e sparando loro in testa. Un manipolo di sopravvissuti si è nascosto sotto i cadaveri di amici e parenti. Il massacro è andato avanti tre giorni. Poi i soldati hanno permesso ai residenti risparmiati di seppellire i morti, i fucili pronti a sparare alla minima lacrima versata.

Abraham seppellisce 50 cadaveri

Abraham ha raccolto carte di identità e annotato come erano vestiti i cadaveri senza documenti o resi irriconoscibili dalle ferite, li ha coperti con terra e rovi perché non fossero divorati da iene e avvoltoi che già sorvolavano la zona. Poi ha messo le scarpe di ciascuno su quelle tombe arrangiate, cosicché i genitori e parenti sopravvissuti potessero identificare i loro cari. Yohannes Yosef aveva solo 15 anni, e come lui tanti bambini erano stati giustiziati con le mani legate. Abraham ha seppellito solo 50 persone, ma più di cento, racconta, hanno perso la vita nell’assalto mortale.

Marta, il marito e gli avvoltoi

Marta si era appena sposata, è stata colpita alla mano e suo marito le è morto tra le braccia. Non sapeva ancora di essere incinta, ha trascinato il suo e altri sette cadaveri in una casa perché le bestie feroci non li mangiassero. Ha dormito accanto ai corpi fino alla tregua per le sepolture, osservando dall’uscio le madri costrette a legare i propri figli, per poi vederli massacrare. Abraham aveva scelto di morire in chiesa, sdraiato sul pavimento mentre l’artiglieria bombardava il soffitto. Poi era calato il silenzio. Dopo 48 ore i soldati erano entrati in chiesa chiedendo a chi era ancora vivo di scavare le tombe, non in chiesa come vuole la tradizione ortodossa, ma in una fossa comune. La maggior parte dei corpi era già stata straziata dagli avvoltoi.

Foto Ansa