Asia Bibi non è stata in carcere 3.420 giorni solo per un bicchiere d’acqua

Bisogna chiedersi il “perché” della Via Crucis di questa donna e dei tanti cristiani che come lei hanno sacrificato la propria vita. E questo “perché” è Gesù Cristo

Proteste degli estremisti islamici in Pakistan per l'assoluzione di Asia Bibi

Articolo tratto dal numero di Tempi di novembre (attenzione, di norma l’accesso agli articoli del mensile è riservato agli abbonati: abbonati subito!)

La notizia non è solo che Asia Bibi è stata in carcere 3.420 giorni. Non è solo che questa donna, cattolica, madre di cinque figli, ha subìto una carcerazione lunga, lunghissima, da ammattire, in condizioni tremende. Non è solo che è stata ingiustamente arrestata con un’accusa infame di blasfemia, senza testimoni attendibili, solo per essersi permessa di attingere dell’acqua a una fonte, solo per essersi arrogata il diritto di cercare un istante di ristoro dal gravoso lavoro di bracciante. Non è solo che è stata aggredita con l’accusa di aver “infettato il pozzo”, non versandoci del veleno, ma accostando all’acqua le sue labbra impure di cristiana. La notizia non è solo che Asia Bibi è stata in carcere 3.420 giorni per aver bevuto un bicchiere d’acqua.

Il 31 ottobre Asia Bibi è stata assolta. La notizia è questa, ma non è solo questa. Fosse solo questa, potremmo quasi avere il cuore sollevato che sia finita bene. Scriviamo “quasi” perché, nel frattempo, ci sono dei cadaveri sul selciato. Il Pakistan è un paese pericoloso: Shahbaz Bhatti è stato assassinato, Salman Taseer è stato ucciso. I coniugi cristiani Shama e Shehzad sono stati bruciati vivi in un forno perché accusati di blasfemia.

Quando l’8 ottobre la Corte suprema, dopo le condanne in primo e secondo grado, ha emesso il verdetto finale sul caso di Asia, ha dovuto tenerlo nascosto, temendo ritorsioni. Il giorno prima, centinaia di islamisti s’erano radunati in piazza coi cartelli «impiccate Asia Bibi». E quando è stata resa nota la coraggiosa sentenza di assoluzione, intorno al tribunale erano stati schierati 300 agenti a protezione dell’incolumità dei giudici. Il marito, i figli di Asia sono stati più volte minacciati di morte, si sono dovuti nascondere. Gli avvocati di Asia hanno subìto attentati, la loro vita è stata stravolta, distrutta, annientata; sono dovuti fuggire per non essere uccisi.

Scriviamo “quasi” perché, al momento in cui scriviamo, i gruppi integralisti musulmani non vogliono che Asia lasci il paese. Comunque vada a finire, in tragedia o in commedia, tutto questo – insistiamo – è solo una parte della notizia, che non deve nascondere il “perché” è accaduta. E il perché queste persone si sono cioè sacrificate – nel senso letterale del termine – ha un motivo. E questo motivo è Gesù Cristo.

La notizia è dunque che questo Calvario, questa Via Crucis, è stata sopportata negli anni Duemila non per preservare qualche simpatico panda, non per gli alberi dell’Amazzonia o per la riduzione dei gas serra, ma perché qualcuno non ha voluto rinnegare la propria fede.

«Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nella mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho ringraziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta onestà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musulmana. “Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel Suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui”» (Asia Bibi, dicembre 2012)

Il fatto sconvolgente, inaudito, è questo: in questo mondo che urla contro il Cielo o che ha relegato Dio nell’empireo dei pensieri o sulle brochure dei corsi motivazionali per migliorare se stessi, esistono persone disposte a morire per Lui. Esistono Asia Bibi e tutte quelle come lei, oggi, in Nigeria, in Laos, in Corea del Nord, in Afghanistan, Siria, Arabia Saudita. Esistono cioè persone per le quali la propria fede non è il miglior sollievo a buon mercato per affrontare questa valle di lacrime, né un argomento di buona conversazione all’ora del tè o una curiosità da intellettuali con lo sghiribizzo per le divagazioni spirituali.

Asia Bibi e quelli come lei ci ricordano di rimanere sempre inquieti perché la fede è lotta, non consolazione pia. «Amare, a volte, è duro come mordere un sasso» (Miguel Mañara). E che non v’è altro scopo nella vita che sacrificarla per qualcosa di più grande dell’esistenza stessa. Fino al martirio, se necessario.

Foto Ansa