Viaggio nel centro d’accoglienza di natura pubblica più grande d’Europa. Dove ogni giorno 530 anime che hanno perso tutto trovano non solo un tetto e un letto, ma la possibilità di ricomporre la propria vita. Dentro una città nella città
Alcuni ragazzi di Casa Jannacci posano davanti ai ritratti della mostra di Guido Harari (foto Daniele Lazzaretto)
Milano. C’è una Madonnina di gesso in viale Ortles, al civico 69, che ha visto più peccatori di un confessionale di San Fedele. Sta in una grotta che pare un nido di pietra, nel cuore di quella che oggi chiamano Casa Jannacci. Un mese fa è sparita, finita in un cassonetto per mano di qualche balordo in cerca di un brivido iconoclasta. In quei giorni un ospite – sessant’anni portati come ottanta, il Tavernello d’ordinanza imboscato nel cappotto e la bestemmia come punteggiatura – ha preso a piangere davanti alla nicchia vuota. Non pregava: stava lì e basta. Poi la Madonnina è ricomparsa e lui è tornato a piantonarla, muto e devoto a quella contraddizione che è la vita da marciapiede: l’alcol che ti sfascia e una Madonnina di gesso che ti ricorda che sei ancora un uomo. Silvia Cardin, la direttrice della struttura del Comune di Milano, lo sa e lo rimette in riga ogni volta che lui tenta il colpo del Tavernello: «Dai direttora, fammi entrare dal retro, che all’ingresso mi controllano».&nb...
Contenuto riservato agli abbonati Digitale e Full
Digitale
Il quotidiano online + il mensile digitale
Full
Il quotidiano online + il mensile digitale e cartaceo