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Il lento naufragio del Titanic europeo

Di Piero Vietti
03 Giugno 2026
Denatalità, città islamizzate, antisemitismo. Ma il nostro continente sembra occuparsi più di gender, diritti e ambientalismo. Perché? «Per una strana forma di oicofobia, un odio di sé», dice Giulio Meotti, autore di "Titanic Europa". «La perdita delle nostre radici ci impedisce di rendercene conto»
“Amore per tutti, odio per nessuno”, recita uno striscione esposto durante una preghiera islamica a Mendig, Germania, 29 agosto 2025
“Amore per tutti, odio per nessuno”, recita uno striscione esposto durante una preghiera islamica a Mendig, Germania, 29 agosto 2025 (foto Ansa)

Storica firma del Foglio, autore di numerosi saggi incentrati sulla crisi dell’Occidente e da qualche anno di una seguitissima newsletter Substack che porta il suo nome, Giulio Meotti ha pubblicato da poco un nuovo libro con la casa editrice LiberiLibri. Si intitola Titanic Europa, ed è una spietata analisi – ricca di numeri ed esempi – di come, sostiene l’autore, «l’Europa sta affondando». La tesi di fondo è che «la perdita totale delle nostre radici religiose, spirituali e culturali ci impedisce di renderci conto di questo fenomeno». Crisi demografica, islamizzazione, woke, antisemitismo e guerre alle porte del nostro Continente hanno reso l’Europa «una barca fragile alla deriva». Non tutto è perduto, però. Tempi ne ha parlato con lui.

Il sottotitolo del tuo libro è “La fine misteriosa dell’Unione Europea”. Perché misteriosa?
Perché uno si immagina la fine come un’esplosione apocalittica, una crisi improvvisa che a cascata provoca un’implosione violenta del progetto europeo. In realtà quello che stiamo vedendo è una sorta di atarassia, di lenta agonia – lo ha detto un grande europeista come Mario Draghi – in cui la fine è più un lasciarsi andare. È un progetto che non si capisce più che senso abbia, se non uno stare insieme per ragioni economiche, per mettere in comune il debito. Su numerosi dossier è già un progetto fallito. “Misteriosa” perché non si capisce bene chi l’abbia causata: c’è chi dice Putin, chi il debito greco, la guerra, le migrazioni del 2015… Tutte cause vere, ma resta la sensazione di un lento inabissarsi, come il Titanic dopo lo scontro con l’iceberg.

La copertina del libro di Giulio Meotti, "Titanic Europa" (Liberilibri)

Scrivi e sostieni che l’Europa si sta islamizzando. Non è un’esagerazione?
Dipende dove guardiamo. Dobbiamo distinguere tra Europa occidentale e centro orientale, che su questo tema sono quasi due continenti. Le grandi migrazioni degli ultimi trent’anni hanno interessato soprattutto i paesi occidentali: Italia, Francia, Belgio, Olanda, Regno Unito prima della Brexit. I numeri sono quelli che sono: possiamo far finta che sia una fantasia alla Oriana Fallaci o alla Bat Ye’Or o alla Houellebecq di Sottomissione, ma sta avvenendo. Prendiamo alcune grandi città europee: Marsiglia, seconda città francese, è al 30 per cento islamica, Amburgo, seconda città tedesca, lo è al 20 per cento, per non parlare delle città inglesi: Birmingham è ormai al 40 per cento islamica. Vediamo una scristianizzazione nei grandi numeri: se entriamo nei reparti maternità o nelle scuole delle grandi città vediamo che spesso i musulmani sono già maggioranza. Le città sono una cartina di tornasole del futuro demografico europeo. Se proiettiamo questi dati nei prossimi 20-30 anni, il Pew Forum ha delineato scenari in cui, anche con un’immigrazione media, paesi come Svezia, Belgio e Germania arriveranno ad avere tra il 18 e il 25 per cento di popolazione islamica. Non serve arrivare al 50 per cento: basta una minoranza robusta per cambiare il paesaggio religioso.

Provoco: perché dovrebbe essere un problema? Soprattutto, i demografi dicono che dalla seconda generazione gli immigrati si comportano come gli occidentali, e smettono di fare figli quasi allo stesso modo.
Qui però è questione di “last man standing”: vince l’ultimo uomo che resta in piedi. Possiamo ipotizzare un’assimilazione, perché il benessere crea denatalità, ma nel frattempo avviene una trasformazione demografica profonda. Inoltre le seconde e terze generazioni sono spesso più identitarie e ideologiche dei loro padri. Sondaggi francesi mostrano che per una parte significativa dei giovani musulmani la sharia viene prima della laicità. In caso di conflitto tra libertà d’espressione e legge religiosa, prevale l’identità religiosa. Non è un problema solo per i cattolici. In uno shock di civiltà, anche i laici perdono le loro libertà. La libertà di espressione, per esempio, perde peso. Nei quartieri ad alta immigrazione si vedono cambiamenti concreti: il ruolo delle donne sempre più marginale, il velo, le abitudini quotidiane che cambiano. Anche i laici dovrebbero essere preoccupati, e infatti molte voci critiche oggi vengono da ambienti secolarizzati.

Collegato al tema dell’islamizzazione c’è quello del crescente antisemitismo, con sinagoghe bruciate ed ebrei aggrediti, che tu definisci il «canarino nella miniera del multiculturalismo». Perché? E che peso ha in tutto ciò Israele, che tu scrivi sta combattendo «una guerra che riguarda tutti»?
L’antisemitismo è sempre stato un barometro di crisi di civiltà. Lo era negli anni Trenta, lo è stato nei paesi arabi quando le comunità ebraiche sono scomparse. Di solito si inizia dagli ebrei e poi si finisce con tutti. Oggi i numeri sono impressionanti. In Francia circa 100 mila ebrei se ne sono andati dal Paese negli ultimi vent’anni, un quarto della popolazione. Chi resta si sposta verso zone più sicure. È un fenomeno di disintegrazione sociale. Israele rappresenta un avamposto. È una società dove si fanno figli, dove l’identità è forte, dove il pluralismo esiste pur nelle difficoltà. In uno scenario di shock di civiltà, è un modello che l’Occidente dovrebbe avere a cuore.

Israele ha esagerato nella guerra a Gaza?
Per noi occidentali forse sì, perché non conosciamo più la guerra e non comprendiamo quella realtà. Alcuni analisti dicono però che il rapporto tra civili e combattenti uccisi è tra i più bassi nei conflitti mediorientali. È difficile dare un giudizio. Israele ha riportato a casa gli ostaggi ma Hamas è ancora lì. Il Medio Oriente non è quel giardino fiorito che è l’Europa, lì vigono regole diverse.

Un grande alleato di Israele sono gli Stati Uniti, che hanno seguito Benjamin Netanyahu anche nella guerra all’Iran. Un conflitto in cui l’Europa non ha voluto entrare, facendo arrabbiare molto Donald Trump. Nel tuo libro, scritto prima di questa nuova crisi, chiedi che cosa accadrebbe all’Europa se gli Stati Uniti si ritirassero dall’alleanza. 
Io credo che Trump abbia deciso di entrare nei libri di storia con un azzardo, attaccando l’Iran, anche perché l’America non vince una guerra da decenni. L’Europa ha vissuto troppo a lungo nell’illusione di essere protetta dall’ombrello americano, evitando di investire in difesa. Trump è talmente irrazionale che non escludo una forte riduzione dell’impegno degli Stati Uniti. Per loro il vero fronte è il Pacifico e il confronto con la Cina. L’Europa rischia di diventare marginale nei grandi equilibri internazionali. 

Un ragazzo in monopattino davanti alla sede della Commissione europea a Bruxelles
Un ragazzo in monopattino davanti alla sede della Commissione europea a Bruxelles (foto Ansa)

L’Europa, scrivi, invece di preoccuparsi della difesa perde tempo dietro a gender, diritti, ambientalismo e multiculturalismo. Quest’ultimo, soprattutto, sembra però ormai fallito. Basta pensare alla Svezia, Paese storicamente inclusivo che ha iniziato a fare leggi sulla remigrazione.
Sì, e lo hanno ammesso tutti, a partire da Angela Merkel. La Svezia è un caso paradigmatico: ha accolto molti migranti e oggi affronta problemi seri, dalle baby gang a interi quartieri in cui la polizia ha paura a entrare. Il multiculturalismo è fallito nella pratica, ma resta come ideologia nei vertici europei, che continuano a finanziare progetti legati a questa visione.

Perché l’Europa insiste su questa strada?
Per una forma di oicofobia, un odio di sé. E perché le élite non rispondono direttamente agli elettori. Sono organismi burocratici e accademici che vivono di vita propria, lontani dalla realtà.

C’è una speranza, ad esempio, nel ritorno al cristianesimo? Ci sono numeri incoraggianti di conversioni e battesimi in Paesi storicamente laicisti e atei.
Sono dati reali, importanti. Più che un’inversione, indicano una frenata della scristianizzazione. In uno shock di civiltà si può riscoprire la propria identità. È possibile che questo fenomeno cresca, perché servono anticorpi.

L’antidoto, tu scrivi citando George Orwell, è “l’uomo comune”. Perché?
Perché c’è uno scollamento tra élite e opinione pubblica. L’uomo comune, l’elettore, vede il proprio mondo cambiare: la scuola, il quartiere, la chiesa che chiude. Mantiene un senso della realtà. Se c’è una speranza, è lì, non nelle classi dirigenti. La speranza è che esista una forza nell’opinione pubblica che costringa i governanti a rimanere ben saldi, a non buttarsi dalla scogliera. 

L’uomo comune, in Italia, ha votato Giorgia Meloni alle ultime elezioni politiche. Come giudichi l’operato del governo su questi temi?
Positivamente. Ha tenuto una linea coerente senza cedere al wokismo, senza strafare. Non ha portato a casa grandi risultati, ma ha mantenuto la barra dritta. Resta da vedere se reggerà nel tempo, perché la politica tende a consumare anche le leadership più solide. 

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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di maggio 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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