«Sparire perché rimanga Cristo: è questo il programma di Leone XIV»

Di Leone Grotti
08 Maggio 2026
Intervista alla vaticanista Aura Miguel, che dal 1987 segue i viaggi dei pontefici in tutto il mondo: «Brillante ma non vanitoso, gentile e mai ambiguo, papa Prevost è protagonista perché richiama tutti al Vangelo, anche Trump»
Papa Leone XIV saluta i fedeli in Piazza San Pietro
In occasione del primo anniversario del suo pontificato, papa Leone XIV visiterà il santuario della Beata Vergine del Rosario a Pompei (foto Ansa)

Dodici mesi fa Robert Francis Prevost, primo papa statunitense della storia, si affacciava dalla Loggia delle Benedizioni, acclamato da una piazza San Pietro gremita, e senza perdersi in chiacchiere introduceva già dal saluto uno dei grandi temi del suo pontificato: «La pace sia con voi». Poi, dopo aver ringraziato i «confratelli cardinali» e la sua «cara diocesi di Chiclayo in Perù» e aver ricordato alla Chiesa l’importanza di essere missionaria, invitava tutti i fedeli a pregare nel giorno della supplica alla Madonna di Pompei.

Tutto il pontificato di papa Prevost è sintetizzato come un programma di governo nei primi discorsi pronunciati e nei primi gesti compiuti. «Pace e comunione: sono stati questi i fili conduttori del primo anno di Leone XIV sul Soglio di Pietro», commenta a Tempi Aura Miguel, vaticanista portoghese di Rádio Renascença, dal 1987 al seguito dei pontefici in tutti i loro viaggi.

Oggi è il primo anniversario del pontificato di Leone XIV. Il Papa lo passerà a Pompei, al santuario della Beata Vergine del Rosario. Un luogo da cui sono passati tutti i pontefici da Giovanni Paolo II. Che cosa ci rivela questa scelta?
Che il Papa ha una grande devozione mariana e lo si era capito anche il giorno dell’elezione, quando citò la supplica alla Madonna dell’8 maggio per affidarsi a lei. È molto bello che un anno dopo vada a Pompei, un santuario incentrato sul rosario, a pregare.

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Qual è stato il filo conduttore del primo anno di pontificato?
Lo ha rivelato Leone XIV all’ultimo Regina Caeli, quando ha chiesto a tutti i fedeli di pregare per le sue intenzioni, in particolare «per la comunione nella Chiesa e la pace nel mondo». Mi colpisce soprattutto il primo punto: non ha parlato di “unità”, il che avrebbe fatto pensare all’ecumenismo, ma di comunione. Secondo me, il suo pensiero era rivolto ai due scismi che la Chiesa cattolica rischia oggi.

Quali sono?
Da una parte quello della Chiesa tedesca, che vuole abbandonarsi alla secolarizzazione, dall’altro quello opposto dei lefebvriani, che intendono nominare vescovi senza mandato pontificio.

Leone XIV porta la croce durante la Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo
Leone XIV porta la croce durante la Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo (foto Ansa)

Che cosa l’ha colpita di questo primo anno di Leone XIV?
La sua semplicità. Non è per niente vanitoso, non vuole essere protagonista, eppure finisce per esserlo perché propone Cristo e rimette al centro di tutto il Vangelo. La sua semplicità mi ricorda Benedetto XVI, un uomo brillante e umile. Anche papa Prevost ha un curriculum spaventoso e non è centrato su se stesso.

I temi su cui Leone XIV sta facendo riflettere la Chiesa e il mondo ricalcano in parte quelli cari anche a papa Francesco. Ma lo stile è completamente diverso.
Esattamente, Francesco era come un elefante in una cristalleria: io penso che la Chiesa avesse bisogno di questo stile diverso perché in questo momento bisogna puntare sull’essenziale e Leone XIV fa esattamente questo. Papa Prevost ha ereditato una Chiesa un po’ in subbuglio e sono contenta di vedere che sta molto attento a guidare la Barca di Pietro in modo collegiale, come aveva promesso ai cardinali fin dal primo giorno del suo pontificato, durante l’omelia della messa pro ecclesia celebrata con i cardinali il 9 maggio nella Cappella Sistina. Nei suoi discorsi, non dimentica mai di citare i suoi predecessori. Ha già presieduto un concistoro e un altro l’ha convocato, come promesso. Inoltre, non ha fretta di cambiare tutto: finora le nomine all’interno della Curia sono state poche e quelle che ha fatto riguardano persone poco conosciute ai più, ma delle quali lui si fida molto.

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C’è un discorso che racchiude il cuore del suo pontificato finora?
Sì, è quello che ho già citato del 9 maggio. Nella Cappella Sistina, neanche 24 ore dopo l’elezione a papa, ha fatto una disamina perfetta del mondo di oggi, dove tanti, specie in Occidente, vivono un «ateismo di fatto» e per questo chi porta Cristo viene «deriso». Dunque, ha parlato del martirio e della necessità della «missione». Poi ha consegnato al mondo il suo biglietto da visita. Cito: «Chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità [deve] sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo». È un vero missionario.

È anche il primo papa statunitense e nelle ultime settimane è stato costretto, più che a sparire, a intervenire dopo le critiche e le accuse che gli sono arrivate dal presidente americano Donald Trump. Che cosa pensa di questo surreale diverbio?
Mi piace che Leone XIV abbia risposto a Trump riproponendo il Vangelo, sottolineando che il Papa non scende in politica ma trae dal Vangelo i criteri per leggere e giudicare la realtà. Ha evitato il confronto, spiegando la dottrina della Chiesa e ricordando ciò che la Chiesa insegna, senza ambiguità.

Papa Leone XIV riceve il segretario di Stato americano, Marco Rubio
Papa Leone XIV riceve il segretario di Stato americano, Marco Rubio (foto Ansa)

Ieri il segretario di Stato Marco Rubio ha incontrato in Vaticano il Papa. È stato rinnovato, come recita il comunicato della Santa Sede, il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra Vaticano e Usa. Anche la Casa Bianca, nonostante le parole di Trump, vuole la distensione?
Rubio ha ricordato che sono tanti i temi su cui la Chiesa e gli Stati Uniti possono dialogare: dall’Africa a Cuba. Anche il fatto che la visita sia stata fatta da Rubio e non da Vance è un segno importante di considerazione nei confronti del Papa. Leone XIV aveva già detto ai diplomatici che la Santa Sede è sempre disponibile a dialogare. Bisogna concentrarsi su ciò che unisce, non su ciò che divide e scommettere sul dialogo, l’unica strada possibile per arrivare alla pace.

Proprio la pace è uno dei temi cardine di questo pontificato. Come si connota questo appello del Papa?
Leone XIV parla della pace di Cristo, disarmata e disarmante, e lo fa in modo sempre creativo. Innanzitutto, ha cambiato elemosiniere, chiamando il presule spagnolo agostiniano Luis Marín de San Martín. Sta devolvendo, anche in modo discreto, molti aiuti all’Ucraina e rivolge continui appelli per il dialogo a livello internazionale. Ma “pace” è anche ciò che propone nel rapporto con gli altri cristiani. Quando è andato in Turchia per il 1700mo anniversario del Concilio di Nicea, ad esempio, non c’erano molti rappresentanti ortodossi perché sono in rotta con il patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli. Lui allora li ha incontrati dopo in Libano, proponendo anche un grande incontro a Gerusalemme per fissare una data unica per la Pasqua. A Beirut ha anche incontrato sunniti e sciiti, senza far trapelare dettagli perché non fa le cose per diventare famoso. Resta una persona semplice.

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Lei ha appena seguito papa Prevost in Africa: che cosa l’ha colpita di questo lungo viaggio?
Devo dire innanzitutto che il Papa ha una energia stupefacente: c’era un clima terribile, afoso, eppure lui non si stancava mai. Aveva tanti appuntamenti ogni giorno, ma non ha mai rifiutato di benedire un neonato che gli veniva avvicinato, anche a fine giornata. Si vede che è un missionario, in queste situazioni si sente nel suo habitat naturale.

Papa Prevost ha detto che avrebbe voluto che l’Africa fosse il suo primo viaggio apostolico. Perché?
Prima di tutto perché l’Africa è il continente dove la fede cresce, ma anche quello dove la fede è più perseguitata e messa alla prova. Io poi ho avuto l’impressione che Leone XIV abbia davvero ricevuto più di quanto ha donato. «Mi ha fatto bene», ha detto. In questi luoghi si vede una fede fresca, gioiosa, vivace: non come in Occidente dove è stanca e triste. È come se lui avesse bisogno di abbeverarsi a questa fede giovane per svolgere il suo ministero. Poi, ovviamente, il viaggio in Africa ha avuto come prima tappa l’Algeria, la terra di sant’Agostino. È stato come un ritorno a casa per lui.

Un murale raffigurante papa Leone XIV su Catete Road a Luanda, Angola, 17 aprile 2026. Il Papa arriverà oggi nel paese africano
Un murale raffigurante papa Leone XIV su Catete Road a Luanda, Angola, 17 aprile 2026 (foto Ansa)

Tra un mese Leone XIV partirà per la Spagna. Che cosa si aspetta?
Sarà sicuramente stupendo: gli spagnoli sono frustrati perché da 15 anni non veniva un Papa a visitarli. Sarà grandioso. Il programma è pieno di incontri molto interessanti e mi colpisce che Leone XIV non dimentica mai di recarsi anche nei luoghi dove la gente soffre: come i centri per i migranti e le carceri. Papa Prevost non ha mai smesso di fare il missionario.

Domenica 14 giugno Aura Miguel riceverà a Caorle il Premio Luigi Amicone – Premio Cultura Città di Caorle.

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