Leone XIV al Ppe: «Siate realisti, fate scelte difficili, ricostruite un tessuto di popolo»

Di Piero Vietti
28 Aprile 2026
Radici cristiane, verità, libertà, famiglia, migranti e «cortocircuito dei diritti» nel discorso del Papa al Partito popolare europeo. L'appello a tornare a incontrare personalmente la gente
Papa Leone XIV, a destra, stringe la mano a Manfred Weber, presidente del Partito popolare europeo, in occasione dell'udienza privata in Vaticano per una rappresentanza del Partito popolare europeo, lo scorso 25 aprile
Papa Leone XIV saluta il presidente del Ppe, Manfred Weber, in occasione dell'udienza privata a una rappresentanza del Partito popolare europeo il 25 aprile (foto Ansa)

«Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli, di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti». Così ha parlato papa Leone XIV, sabato 25 aprile, incontrando una delegazione del Partito popolare europeo, riunito a Roma per festeggiare i propri 50 anni.

Un incontro che, come ha detto lo stesso Prevost, «si svolge sulla scia di quelli avvenuti con i miei predecessori San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, come pure del messaggio che Papa Francesco vi ha inviato nel giugno 2023». Quello tra Leone XIV e il Ppe non è stato un semplice evento tra i tanti nell’affollata agenda del Pontefice appena rientrato dal viaggio pastorale in Africa, ma – dixit – l’occasione per riprendere «il filo di dialogo» che da decenni continua tra la Chiesa e i rappresentanti di un partito che ha sì molte sfaccettature, ma chiare radici nel cristianesimo popolare. È stata l’occasione per parlare di verità, libertà, radici cristiane dell’Europa, significato dell’impegno politico per i cristiani.

L’eredità cristiana dell’Europa e il compito del Ppe

Nel suo discorso il Papa ha detto che «come Benedetto XVI vent’anni fa, anch’io “apprezzo il riconoscimento da parte del vostro gruppo dell’eredità cristiana dell’Europa”. Il progetto europeo, sorto dalle ceneri della seconda Guerra mondiale, nasce certamente da una necessità pratica – evitare che si ripeta un tale conflitto –, ma è altrettanto intriso di un orizzonte ideale, ossia della volontà di dare vita a una collaborazione che ponesse fine a secoli di divisioni e consentisse ai popoli del continente di riscoprire il patrimonio
umano, culturale e religioso che li accomuna. I Padri fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda Guerra Mondiale».

Da qui Leone ha tenuto una breve ma importante lezione di dottrina politica, spiegando che «il compito precipuo di ogni azione politica è quello di offrire un orizzonte ideale, poiché la politica richiede di avere uno sguardo ampio sul futuro senza il timore, quando è necessario per il bene comune, di compiere scelte difficili e anche impopolari. In questo senso, essa è la “forma più alta di carità”, poiché può essere interamente dedicata all’edificazione del bene comune. Perseguire un ideale non significa però esaltare un’ideologia. Quest’ultima infatti è sempre il frutto di una mistificazione della realtà e di una violenza su di essa. Qualunque ideologia distorce le idee e asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale. L’Europa contemporanea sorge proprio dalla costatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa».

Foto di gruppo per papa Leone XIV con la delegazione del Ppe in occasione dell'udienza del 25 aprile
Foto di gruppo per papa Leone XIV con la delegazione del Ppe in occasione dell’udienza del 25 aprile (foto Ansa)

Leone XIV: «Occorre ricreare un tessuto di popolo»

Fraternità evangelica, diritto, bellezza, verità e giustizia sono le quattro caratteristiche della persona umana che il perseguimento di un ideale deve mettere al centro del proprio agire, ha detto Prevost ricordando Alcide De Gasperi. Un’azione politica che non può prescindere dall’esistenza di un popolo: «Questo è l’orizzonte entro il quale ancora oggi si può fare politica ed al quale occorre ricondurre l’attività politica. Voi vi chiamate Partito Popolare Europeo. Il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso. Il popolo non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica».

Ecco perché «la presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno. Una politica “popolare” richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità. Uno dei problemi della politica negli ultimi anni è la costante diminuzione di sintonia, collaborazione e coinvolgimento reciproco tra il popolo e i suoi rappresentanti. Occorre ricreare un tessuto di “popolo”, un contatto personale fra il cittadino e il deputato, per poter rispondere efficacemente alla luce dell’orizzonte ideale ai problemi concreti delle persone. Ricorrendo ad una metafora potremmo dire che nell’era del “trionfo digitale”, l’azione politica autenticamente orientata al bene comune richiede un ritorno all’“analogico”».

Riconquistare le persone andandole a incontrare

È in un certo modo un richiamo al “vecchio” modo di fare politica, quello del Pontefice, che ha parlato della necessità di «riconquistare le persone andando ad incontrarle personalmente e ricostruendo una rete di rapporti sul territorio, in modo che tutti si possano sentire parte di una comunità e partecipi del suo destino». E come farlo, se si è politici cristiani?

Intanto riscoprendo e facendo propria propria «l’eredità cristiana dalla quale provenite, senza tuttavia far venire meno “la necessaria linea di demarcazione fra la testimonianza religiosa di natura profetica – riservata alla comunità ecclesiale – e la testimonianza cristiana operante sul piano delle concrete opzioni politiche”. Essere cristiani in politica non significa essere confessionali, ma lasciare che il Vangelo illumini le decisioni che devono essere prese, anche quelle che non sembrano raccogliere un facile consenso. Significa lavorare perché non venga meno il nesso fra legge naturale e legge positiva, fra radici cristiane e azione politica».

Leggi anche

Più realismo, meno «corto circuito dei diritti umani»

Ecco dunque l’appello al realismo, al partire dai bisogni concreti delle persone, all’attenzione per le condizioni dei lavoratori, al favorire ingegno e creatività di chi rischia di rimanere schiacciato da un mercato disumanizzante. E poi l’attenzione alla famiglia, che gli europei hanno sempre più paura a formare, e ai migranti, un tema su cui Leone applica lui stesso realismo, chiedendo ai politici del Ppe di affrontare le cause profonde che causano le migrazioni, avendo attenzione a chi soffre ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza.

Essere politici cristiani, ha concluso, «richiede di affrontare in modo non ideologico le altre grandi sfide che si pongono ai nostri giorni come la cura del creato e l’intelligenza artificiale. Quest’ultima offre grandi opportunità ma è al contempo irta di pericoli. Essere cristiani impegnati in politica significa investire nella libertà, non in una libertà banalizzata ridotta a piacere, ma in una libertà ancorata nella verità, che tuteli la libertà religiosa, di pensiero e di coscienza in ogni luogo e condizione umana, evitando di alimentare “un ‘corto circuito’ dei diritti umani”, che finisce per lasciare spazio alla forza e alla sopraffazione», ha detto citando il suo discorso di inizio anno ai rappresentanti del corpo diplomatico.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.