«Dall’Africa Leone XIV richiama alla pace. La sua voce è indispensabile»
«In un momento in cui il Vangelo viene rovesciato e il nome di Dio è utilizzato per invocare morte e distruzione sui propri nemici, la voce del Papa è ancora più necessaria. Non poteva esserci prima tappa più azzeccata di quella in Algeria del viaggio papale in Africa». Così Pasquale Ferrara, ambasciatore italiano ad Algeri dal 2016 al 2020, commenta a Tempi la visita apostolica del Pontefice nella terra di Sant’Agostino. Dopo due giorni passati in Algeria, oggi Leone XIV si trasferirà in Camerun, dove resterà fino al 18 aprile, per poi completare il lungo viaggio di 11 giorni in Angola e Guinea Equatoriale e tornare a Roma il 23 aprile. «L’Algeria, ancora segnata dalle ferite della guerra civile, con i suoi martiri cristiani e musulmani è il paese perfetto per rilanciare il leit motiv del pontificato: la pace disarmata e disarmante», continua Ferrara, che dal 2021 al 2025 è stato direttore politico al ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale.
Ambasciatore, il viaggio apostolico di Leone XIV in Africa, appena iniziato, è stato subito segnato dalle polemiche, dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, lo ha accusato di essere «debole e pessimo in politica estera».
Queste accuse fanno capire quanto sia fondamentale la voce del Papa in questo momento, soprattutto per smentire coloro che cercano di associare la religione alla guerra. In questi mesi abbiamo visto di tutto: prima i leader evangelici, promotori della teologia della prosperità, pregare attorno a Trump nello Studio Ovale. Poi un signore che si fa chiamare ministro della Guerra (Pete Hegseth – nda) che abbina il Vangelo agli eserciti, come se si fosse fermato a una lettura letterale del Vecchio Testamento. Invece di abbracciare il Vangelo, il ministro lo rovescia usando il nome di Dio per invocare morte e distruzione sui popoli e sui paesi considerati nemici. Il Papa ha solo chiamato le cose con il loro nome, ha detto che l’utilizzo della religione per scopi bellici è blasfemo. Del resto, dopo più di quattro secoli, non mi sembra il caso di tornare alle guerre di religione.

Il motto del viaggio apostolico di Leone XIV è proprio: “La pace sia con voi”. In questi primi due giorni il Papa ha parlato molto di riconciliazione e perdono. Quanto è importante questo messaggio in Algeria oggi, a quasi 25 anni dalla fine del “decennio nero” e della guerra civile che ha causato 150 mila morti?
È molto importante perché in Algeria la guerra civile è stata risolta con una riconciliazione calata dall’alto, con un’amnistia per i membri delle parti in conflitto senza un coinvolgimento diretto delle vittime, senza chiarire quanto accaduto, senza denunce dei crimini in pubblico e dunque senza quella catarsi nazionale che è molto importante in questi casi per voltare pagina. Nonostante questo, il paese si è allontanato a grandi passi da quelle vicende tragiche. Uno dei segnali più importanti di questo cambiamento è la convivenza tra l’islam, che è la religione della stragrande maggioranza della popolazione, e il piccolo gruppetto di cristiani che rimane nel paese.
Non è però tutto rosa e fiori nel paese.
Non c’è dubbio, l’Algeria non è affatto un paese dove va tutto bene. Per quanto riguarda i cattolici permangono tra gli altri problemi di carattere burocratico, spesso legati alla questione dei visti per i religiosi, come accade spesso in paesi che sperimentano un consolidamento burocratico. Credo che sia importante però ricordare che le oceaniche manifestazioni popolari del 2019 per cambiare il regime si sono svolte in modo pacifico: anche le autorità hanno rispettato la vita degli algerini. Questo testimonia il fatto che la violenza degli anni Novanta in Algeria è stata interiorizzata e che la società, in un certo senso, ha detto il suo “mai più”. È come se il Papa volesse spingere il paese a fare ora un passo in più verso la riconciliazione e la ricomposizione della società, che è plurale, araba e berbera, e pratica diversi tipi di islam.

Leone XIV ha citato più volte l’esempio dei martiri di Algeria e in particolare dei monaci di Tibhirine, dei quali ricorre il trentennale della morte, beatificati l’8 dicembre 2018 a Orano. Che cosa rappresenta il loro esempio per la società di oggi?
È fondamentale perché incarnano quella pace disarmata e disarmante della quale il Papa parla spesso. Tra l’altro non dimentichiamo che i 19 religiosi cattolici sono morti insieme alle 150 mila vittime della guerra civile e a oltre 100 imam, che sono stati trucidati dai terroristi del Fronte islamico di salvezza perché si rifiutarono di emettere una fatwa a favore dell’eliminazione di tutti gli stranieri. I martiri cristiani, insieme a quelli musulmani, citati anche durante la beatificazione a Orano, testimoniano che la religione autenticamente vissuta non ha niente a che fare con la violenza e che vivere insieme è possibile.
Il Papa ha visitato la grande moschea di Algeri e, notando la presenza all’interno del complesso di un centro studi, ha sottolineato l’importanza di sviluppare la capacità intellettuale per comprendere i doni di Dio. Come Benedetto XVI a Ratisbona, Leone XIV ha voluto ricordare l’importanza di coniugare fede e ragione anche nell’islam?
Leone XIV ama sant’Agostino come Benedetto XVI ed è del vescovo di Ippona l’espressione: Credo ut intelligam, intelligo ut credam. Non è solo un tema di ragione, è importante anche la conoscenza dei testi, la contestualizzazione del messaggio religioso secondo le circostanze storiche. Sappiamo che in molte versioni dell’islam la storicizzazione è avvenuta in modo lento o incompleto, quindi il Papa ha certamente incoraggiato i musulmani algerini a completare questo cammino. Solo così si possono trovare punti di incontro e superare il concetto di scontro di civiltà, perché le religioni superano ogni steccato.

Oggi il Papa parte per il Camerun, poi andrà anche in Angola e Guinea Equatoriale. Si tratta di paesi molto diversi tra loro per cultura, lingua e religione, paesi spesso ignorati perché ritenuti ininfluenti dal punto di vista geopolitico. Perché allora Leone XIV ci teneva così tanto a visitarli per primi durante il suo pontificato?
È giusto sottolineare la diversità di questi paesi, perché spesso tendiamo a parlare di Africa come se fosse un monolite, mentre esistono molte Afriche diverse. Nella scelta dei paesi da visitare il Papa dimostra grande rispetto per la specificità e la dignità di diversi popoli africani. Grazie all’inculturazione promossa dal Concilio Vaticano II sono state trovate vie “africane” per annunciare il Vangelo e se un tempo era l’Europa a evangelizzare l’Africa, oggi la situazione si è completamente ribaltata. Sono i preti africani che fanno missione nei nostri paesi, che celebrano Messa nelle nostre parrocchie. Questo è un segnale molto bello dell’universalità della Chiesa cattolica, che è sempre più post-europea e post-occidentale. Il centro della Chiesa, oggi, si trova nelle periferie, in quei paesi che non hanno potere economico, politico e militare ma che rappresentano il futuro del mondo.
Tra 25 anni, una persona su quattro nel mondo sarà africana. Già oggi un cattolico su cinque è africano. Ma l’Africa è anche ferita da tensioni, guerre, miserie a non finire.
L’Africa è l’epicentro di tutte le crisi che attraversano il mondo contemporaneo: disuguaglianze, conflitti, soprattutto infrastatuali, guerre civili ed etniche. Però l’Africa è anche il laboratorio di nuove risorse sociali: democrazia dal basso, comunità che si auto-organizzano, microfondazioni economiche, valida alternativa allo strapotere del capitale finanziario che domina l’economia. Dall’Africa passa anche la salvaguardia degli equilibri ambientali. Insomma: in Africa si trova tutto ciò che rappresenta una speranza per l’umanità. Per questo il Papa ha scelto questo viaggio per iniziare il suo pontificato.
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