Non che la politica non lo appassionasse, ma il suo agire anche in politica era la conseguenza di un problema fondativo: il vero tavolo di gioco era la questione culturale. Per lui la cultura era intimamente connessa all’esperienza della fede
Il cardinale Camillo Ruini ospite della trasmissione Rai Che tempo che fa nel 2012 (foto Ansa)
Mio caro Malacoda, agli avversari bisogna rendere l’onore delle armi. Camillo Ruini, cardinale della Chiesa cattolica, morto il 16 giugno scorso – ora da demoni quali siamo possiamo dirlo – ha finito di farci penare.
Abbiamo tentato di denigrarlo suggerendo ai gazzettieri di apostrofarlo come “il Richelieu di Wojtyla”, “il cardinale sottile” (dove l’aggettivo non era propriamente un complimento), “segretario mancato della Dc”, e via riducendo. Una soubrette televisiva, facendo il verso a una nota pubblicità di profumi, lo chiamava “Eminenz”, qualcuno si è spinto sino a “Torquemada”. Il contesto era comunque politico. Anche i primi necrologi sono stati perlopiù legati alle sue indubbie capacità politiche. Non che la materia non lo appassionasse, ma – noi lo possiamo dire con coscienza di causa – il suo agire anche in politica era la conseguenza di un problema fondativo che ebbe l’ardire di porre alla Chiesa italiana: il vero tavolo di gioco era la questione culturale. Per lui la cultura...
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