Lo sapevate che il vostro futuro dipende da una semisconosciuta agenzia di rating canadese?

Almeno 45 miliardi del nostro debito dipendono dal “voto” assegnato ai titoli di Stato italiani dal desk Europa di Dbrs. Che fortunatamente (per ora) ci ama

Se passeggiando per il Financial district di Toronto vi capitasse di vedere l’insegna del Fionn McCool’s Pub, su Adelaide Street a due passi dall’incrocio con University Avenue, fermatevi ed entrate. Specie se sono passate le sei del pomeriggio, potreste avere l’occasione di guardare negli occhi gli uomini che hanno in pugno una buona quota del destino finanziario del nostro paese. Le cravatte allentate, le giacche appoggiate sul divanetto, una birra o due davanti. Tra i non pochi impiegati a fine turno, potreste imbattervi negli analisti del desk Europa di Dbrs, un’agenzia di rating che pochi – a parte gli addetti ai lavori – sembrano conoscere.

Piccola e decentrata, rispetto alle più note Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s, l’agenzia canadese è quella che più delle altre sembra credere alle potenzialità italiane. Mentre le tre sorelle ci hanno da tempo declassato, relegando l’Italia nelle serie B dei rating sovrani, Dbrs valuta ancora il nostro debito pubblico A-. Sarebbe una magra consolazione, se la Banca centrale europea non considerasse come rating di riferimento, per prestare ogni mese denaro alle banche italiane, proprio quello dei canadesi.

Il perché è semplice: la Bce prende in esame i rating sui titoli di Stato emessi dalle quattro principali agenzie, e per quantificare le garanzie (in titoli) che gli istituti devono darle per accedere ai finanziamenti agevolati, sceglie il più favorevole. Cioè quello di Dbrs, per quanto riguarda l’Italia. Un declassamento da parte dell’agenzia canadese avrebbe effetti pesantissimi sul nostro sistema. La Bce non chiuderebbe certo i rubinetti, ma pretenderebbe garanzie maggiori dalle banche italiane, che rischierebbero di trovarsi in affanno sul fronte della liquidità. La Banca d’Italia ha fatto i conti: servirebbero altri titoli per circa 45 miliardi di euro. Altrimenti il risultato sarebbero meno finanziamenti, e quindi meno credito in patria per famiglie e imprese.

La minaccia della Bundesbank
Non bastasse la spada di Damocle canadese, ce n’è un’altra che arriva dalla Germania. Qualche giorno fa, Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, è stato chiaro, in un’intervista al Financial Times: «Le banche italiane dovrebbero contabilizzare lo spread in bilancio». Per capire quanto questo farebbe male al settore del credito nel nostro paese, basta vedere cosa il commissario europeo alla Concorrenza, lo spagnolo Joaquín Almunia, ha raccomandato al Monte dei Paschi di Siena per finanziarsi con i cosiddetti “Monti bond” ed evitare il fallimento: ridurre i titoli di Stato italiani in portafogli.

E poi ci sono gli scandali e le fibrillazioni che da un anno a questa parte coinvolgono sempre più spesso gli istituti di credito italiani. In queste settimane sono scoppiati i dossier Carige e Banca Marche, ma quello più emblematico resta il caso Montepaschi, un concentrato di malagestione e ingerenze politiche che hanno portato la più antica banca del mondo sull’orlo del precipizio, con i suoi titoli ridotti a “spazzatura”. Riecco il rating, insomma.

Nonostante la buona volontà dei ragazzi di Toronto, infatti, le altre agenzie continuano a tagliare: così, in qualche decina di mesi, almeno metà delle banche italiane quotate a Piazza Affari si trova con il titolo considerato “speculativo”, ossia a un passo da “junk”. Eppure gli istituti italiani sembrano virtuosi: tagliano i costi, aumentano i ricavi e se hanno – com’è naturale, soprattutto in tempi di crisi – delle sofferenze, cioè crediti che non riescono a riscuotere, sono comunque nella media. Restano fuori solo quattro big: Unicredit, Ubi, Mediobanca e Intesa. Ma anche qui non mancano i dolori: a Mediobanca si ragiona sugli assetti, ma quello dalla fine dell’era Cuccia è sempre successo, piuttosto è dentro Intesa che da un po’ si respira aria di tempesta. L’addio del consigliere delegato, Enrico Tommaso Cucchiani, per esempio.

Il manager aveva centrato tutti gli obiettivi che gli azionisti gli avevano fissato, eppure lo hanno licenziato. E questo nonostante Intesa fosse coinvolta, e da tempo, in operazioni a dir poco difficili: Alitalia, per esempio, oppure Telco, la holding che controlla Telecom Italia. Qui i principali azionisti italiani, Intesa e Mediobanca, hanno deciso di sfilarsi e i soci spagnoli di Telefónica hanno annunciato la decisione di prendere il controllo dell’ex Sip. In Alitalia, con Air France, sta per ripetersi lo stesso copione.

La diserzione delle banche
Il filo rosso che lega tutte queste vicende sembra essere proprio l’assenza, quand’anche non la diserzione, delle banche italiane. Molto più deboli di quattro o cinque anni fa, quando ancora avevano la forza di mettere insieme cordate nostrane (prendendovi anche parte) per rilevare aziende ex pubbliche ed ex monopolisti in difficoltà. Proprio adesso che l’ora delle privatizzazioni sembra riavvicinarsi – come annunciato anche dal premier Letta – proprio ora che i concorrenti stranieri della nostra industria schiacciano il naso sulla vetrina Italia per cercare l’occasione.

I saldi, per ora, non sono cominciati. E forse non cominceranno, fintanto che a Toronto i ragazzi del Fionn McCool’s Pub continueranno ad amarci.