Povera Lombardia, strigliata da quelli di Rousseau e di #Milanononsiferma

Lo vogliamo ridiscutere l’assetto colonialista romanocentrico dopo questa esperienza devastante, tra polemiche contro la Lombardia e lombardi accusati di essere untori?

Beppe Sala e Nicola Zingaretti

Cronache dalla quarantena / 18

Ogni volta che deve tenere in piedi un governo che non sta in piedi, Giuseppi si fa vedere dal Papa. Ad agosto scorso, ancora prima di passare da Mattarella era andato a prendersi Oltretevere il Rosario che non si era meritato Salvini. Il quale strumentalizzava la religione. Adesso che fa strani bandi cubani e usa i soldi non si capisce come, sente che ha bisogno di un santo in paradiso.

In una settimana la Lombardia si è fatta un nuovo ospedale da 700 posti e da due giorni produce mascherine in autarchia. Questi di Roma per spedire le mascherine hanno nominato un commissario per l’emergenza, che dopo giorni di spedizione e regioni che lamentano che “non è arrivato niente”, lui, il commissario Domenico Arcuri, infine ammette: «Sì, in effetti il meccanismo si è inceppato».

Ma per dirne un’altra. Non bastando l’Europa che ci fa il segno dell’ombrello, il nostro Giuseppi cerca di guadagnarsi la fiducia delle nazioni europee del Nord che, malpensando, credono che gli aiuti finanziari all’Italia se li mangiano tra Roma e gli amici degli amici, con bandi tipo quelli dei 500 infermieri da inviare nelle aree più colpite del Nord. Ma che roba è pagare 500 infermieri oltre che con lo stipendio regolare anche con 200 euro giornalieri esentasse, messi in tasca a ciascuno di questi 500 dalla Protezione Civile? Chi sono gli infermieri che da mesi si fanno un mazzo tanto, cretini?, a fronte di questi 500 favolosi fortunelli reclutati come? A fotografia? E dove? Dalle parti di dell’Alitalia?

È una roba da matti lo Stato in mano a un pugno di frequentatori della piattaforma Rousseau, protetti da burocrazie furbacchione e compari degli eterni exneopost diessini autoprodotti dallo Stato. Lo vogliamo ridiscutere questo assetto colonialista romanocentrico dopo questa esperienza devastante che, tra l’altro, ha fatto gridare qualche asinello del Sud, al “dagli agli untori lombardi”? Delle due l’una: disarticolazione verso un assetto preunitario dello Stato o federalismo rispettoso dei doveri e responsabilità di ciascun territorio.

Volto pagina e sentite questa. Ogni giorno mi chiamano persone che si sono contagiate, hanno fatto un paio di settimane di montagne russe – febbre, vomito, tosse – poi l’infezione se ne è andata da dove è venuta, alla malora. In proposito mi telefona un prof universitario e professionista a partita Iva. Parecchio stufo di essere classificato come asintomatico. O non classificato affatto. Benché sia, ritiene egli, tra quei dieci volte tanto i conteggiati ufficialmente come popolazione che ha preso e sbancato il virus malefico.

«Mi fa per cortesia il piacere di introdurre questo dato nel dibattito politico-sanitario milanese, lei che oltre a essere giornalista mi risulta che sia anche un politico? Perché va bene che il sindaco di Milano mandava ancora in giro i vigili a far multe quando c’era già mezzo coprifuoco, ma continuare a far finta che non esiste una infinità di gente che si è ammalata, l’ha sfangata ed è lì che non è calcolata da nessuno, così che non si possa prevedere un ammorbidimento della reclusione se non sulla base dei morti – mi spiace, ma sono tutti ottantenni in media – non mi sembra una cosa molto intelligente. E comunque fate un’app, inventatevi un censimento, insomma qualcosa di anche politicamente rilevante, siamo Milano mica la provincia dell’Hubei».

Eccoci qua professore. Ieri avevo sfottuto rispondendo al mio capogruppo che mi chiedeva proposte su come impiegare i quattro soldi messi a disposizione dal governo Conte per Milano. Oggi dico che questa idea di una app e di un censimento di chi s’e fatto il virus in casa, anche senza la conferma dei tamponi, non sarà scientifico ma ci dà comunque una misura più sensata dell’epidemia. E dei tempi di ripartenza urgenti.                                          
Per concludere. Se ti hanno spedito in Italia, fresco come un merluzzo norvegese pescato cinque anni fa. Se non hai niente da fare come non fa niente Beppe Grillo, che però vuole «una patrimoniale» e buttare gli italiani definitivamente in fondo al mar – in fondo al maaaaaar – a far compagnia alla Sirenetta di Disney. E se non hai niente da dire se non il mattutino videoselfie per trovare un titolo ai giornali della gente che piace. Beh, allora sei il sindaco di Milano della polemica contro la Regione a guida (oramai semisecolare) Lega-Forza Italia e della «sanità lombarda va ripensata».

Infatti è così vero che la sanità lombarda va ripensata, che ancora ieri alla Cnn Massimo Galli, il virologo responsabile del reparto infettivi dell’ospedale Sacco, ha detto che se il servizio sanitario nazionale in Italia è buono, in Lombardia siamo al top. Ma se non vogliamo stare a sentire gli esperti di casa, sentite i vostri amici obamiani di Harvard. Che giusto ieri – fonte i vostri amici di Repubblica – hanno promosso Lombardia e Veneto e bocciato l’approccio alla pandemia da parte del governo giallo-rosso nazionale. E sapete di chi, citando precisamente il loro capolavororo di errore?

«Lo studio di Harvard ricorda la campagna “Milano non si ferma” in cui a fine febbraio molti politici si sono stretti la mano sottolineando la necessità di “non andare nel panico”. E Nicola Zingaretti organizzò un aperitivo nel cuore di Milano. I ricercatori puntano il dito contro i politici parlando di “incapacità sistematica di ascoltare gli esperti”».

E dopo questo macigno da parte degli amici, mettiamoci una pietra sopra. All’operato di Beppe Sala. E al suo goffo tentativo di ritornare in prima pagina facendosi consigliare male e attaccando la Regione. Riposi in pace, caro Sala. Che adesso siamo un po’ più sicuri che il prossimo anno la pelle politica gliela faranno i cittadini milanesi. E così sia.

Foto Ansa