Ospedale in Fiera. «Lavoriamo giorno e notte. Lunedì pronti i primi 56 letti»

Intervista a Bruno Finzi, uno dei quattro ingegneri che collaudano l’ospedale: «È una corsa contro il tempo. Io lavoro gratis. Le macchine arrivano da tutto il mondo»

«Entro la fine di questa settimana finiremo i primi lavori e saranno disponibili i primi 56 posti in terapia intensiva». Oltre 200 persone stanno lavorando giorno e notte a Milano nei padiglioni della Fiera al Portello per dare vita a un ospedale che assista i malati di coronavirus. «È una corsa contro il tempo», spiega a tempi.it Bruno Finzi, presidente dell’Ordine degli ingegneri della provincia di Milano, che insieme ad altri tre professionisti è incaricato di collaudare l’ospedale. Finzi è un nome noto a Milano, avendo collaudato le Torri di Garibaldi Repubblica, le torri Isozaki, Hadid e Libeskind di Citylife tra le altre cose. «Ma in questo caso lavoro gratis, anche noi ingegneri vogliamo fare la nostra parte contro questo flagello».

A che punto sono i lavori?
Sono iniziati una settimana fa e si suddividono in due fasi: la prima, che puntiamo a completare entro la fine di questa settimana, coinvolge otto moduli da sette letti, 56 letti di terapia intensiva in tutto. I moduli occuperanno un padiglione a un piano del Portello, che ospiterà anche tutti gli accessori per il personale sanitario e le camere per fare le Tac. Non solo le terapie intensive dunque.

State facendo gli straordinari?
È una corsa contro il tempo: tanti operai lavorano giorno e notte, ci sono ingegneri, collaudatori e progettisti. Senza intoppi, all’inizio di settimana prossima ci saranno 56 letti a disposizione dell’ospedale, che sarà gestito dal Policlinico di Milano.

E la seconda fase?
Riguarda il piano sottostante a questo padiglione, dove saranno allestite altre unità per un totale di 132 posti letto di terapia intensiva. I lavori sono iniziati stamattina (ieri, ndr) e saranno pronti tra due settimane.

Il collaudo verrà fatto al termine dei lavori?
No, stiamo collaborando fin da subito per cercare di abbreviare i tempi e non arrivare alla fine perdendo tempo. Le macchine elettromedicali però arriveranno domani e sabato e saranno collaudate domenica per rendere agibile lunedì l’ospedale: anche come collaudi dobbiamo fare tutto di corsa, ma io mi occupo solo della parte civile.

Di cos’altro c’è bisogno?
Infrastrutture lombarde, la Fiera e la Regione Lombardia hanno chiesto all’ordine degli ingegneri la possibilità di avere quattro collaudatori che facessero questo lavoro gratuitamente. Oltre a me c’è un esperto di impianti meccanici e gas medicali, uno di impianti elettrici e uno di apparecchiature elettromedicali.

Le apparecchiature vanno collaudate?
Certo. Si tratta di macchine che consentono la respirazione dei pazienti, che portano cioè al paziente dei gas, ossigeno e quant’altro. L’impiantistica è molto complicata perché questi gas sono stoccati in grossi sili e poi da questi sili partono delle tubazioni che devono arrivare in sicurezza ad ogni letto. Bisogna poi collaudare i ricambi d’aria e le unità infette perché siano isolate da quelle non infette. Alla testa del letto invece sono installate apparecchiature medicali che prendono gas ed elettricità dall’esterno del modulo e anche il loro funzionamento va verificato.

Da dove arrivano le macchine?
Non me ne sto occupando io, ma provengono da tutto il mondo, non da un unico fornitore. Questo crea problemi, perché macchine di marche diverse hanno bisogno di test diversi: se l’apparecchiatura non è marcata Ce e arriva dalla Cina, ad esempio, bisogna capire quali prove funzionali effettuare per essere certi che l’installazione funzioni a regola d’arte e in sicurezza per i pazienti. I respiratori usati nella nuova terapia intensiva del San Raffaele, regalati dalla Cina, non è stato possibile allacciarli subito ad esempio perché avevano prese elettriche non standard.

È stato difficile trovare le attrezzature?
Sì, è stata dura: le abbiamo reperite in tutto il mondo da fornitori diversi tra loro ma ancora non so esattamente da dove provengano. Domenica lo scoprirò.

Il contagio di Guido Bertolaso complica i vostri piani?
Il cantiere, dove operano oltre 200 operai, ha una sua vita propria. Bertolaso lavorava soprattutto nella palazzina di largo Domodossola della Fiera, dove si sono pianificati gli acquisti. Le persone che collaboravano con lui hanno fatto tutte il tampone.

Gli operai hanno a disposizione i presidi di sicurezza?
Sì, come in ogni altro cantiere ci sono i responsabili della sicurezza e non mancano i mezzi di protezione individuale: guanti, mascherine, dosatori per lavare le mani. Si può lavorare in sicurezza e siamo tutti votati all’obiettivo di arrivare a consegnare quest’opera per la comunità in tempi brevi. Nessuno si tira indietro.

Lei si prende dei rischi, ma lavora gratis.
Tutti noi nell’ultimo mese abbiamo ringraziato il personale medico e sanitario che ha contribuito a cercare di arginare questa emergenza, anche noi nella nostra professione di ingegneri ci siamo chiesti come avremmo potuto contribuire a contrastare questo flagello che ha colpito la nazione e il mondo. Realizzare in tempi brevissimi un ospedale per il coronavirus ci pare una maniera buona di contribuire.

Foto Ansa