Perché dobbiamo ricordare Piazza Tienanmen. «Senza verità non c’è libertà»

La prossima copertina di Tempi sarà dedicata al 30esimo anniversario del massacro del 4 giugno 1989. Zhou Fengsuo, leader degli studenti, Albert Ho, attivista di Hong Kong, e padre Bernardo Cervellera raccontano perché non possiamo dimenticare quel «festival di libertà». Anticipazione

«Noi studenti siamo stati ingenui: non pensavamo che il governo avrebbe mai potuto massacrare il suo stesso popolo». Era un giovane studente di Fisica di 21 anni, Zhou Fengsuo, quando 30 anni fa uscì dal campus universitario dell’ateneo Tsinghua insieme a migliaia di studenti per entrare a Piazza Tienanmen, a Pechino, e dare vita alla «più grande dimostrazione pacifica della storia del mondo».

IL LEADER DEGLI STUDENTI

Zhou era uno dei leader degli studenti e dopo il 4 giugno 1989, quando il regime comunista ordinò all’Esercito popolare di liberazione di reprimere nel sangue la protesta, venne inserito al quinto posto nella lista dei 21 “criminali” più ricercati della Cina. «Essere in quella lista è stato il più grande onore della mia vita», dichiara in una lunga testimonianza che verrà pubblicata sul prossimo numero di Tempi, la cui copertina sarà dedicata proprio a Piazza Tienanmen.

L’attivista racconta come è nata e come si è svolta la protesta, parla delle immagini del massacro che gli sono rimaste impresse nella mente, di come è sfuggito ai carri armati e di come la sua vita è cambiata per sempre. Zhou rivendica il suo attivismo («Tienanmen è la chiave di volta del passato e del futuro della Cina») e spiega perché «l’attuale governo guidato da Xi Jinping non ha nulla di diverso da quello del 1989».

IL DOVERE DELLA MEMORIA

Tienanmen non è solo un fatto di 30 anni fa e i cinesi non l’hanno dimenticata, nonostante gli sforzi del regime per cancellarne la memoria. Ed è proprio per alimentare il fuoco degli ideali che hanno guidato gli studenti che Albert Ho Chun-yan, avvocato e politico, ha aperto il Museo del 4 giugno a Hong Kong. «Abbiamo il dovere di ricercare la verità e utilizzare quel poco di libertà che ancora ci resta per comunicarla», dichiara in un’intervista a Tempi. «Dobbiamo farlo per tutti quei cinesi ridotti al silenzio dal regime nella Cina continentale e per dimostrare a Pechino, e al mondo intero, che non abbiamo dimenticato quello che è successo nel 1989. Non dimenticheremo mai Piazza Tienanmen».

INTERVISTA A PADRE CERVELLERA

Lo speciale di Tempi si chiude con un’intervista a padre Bernardo Cervellera secondo cui «la Cina deve tutto a Piazza Tienanmen. Quell’evento è stato la dimostrazione che quando si instaura una teocrazia statale, il governo diventa nemico della società. Inviando l’esercito a uccidere il popolo, però, il partito comunista ha fatto un errore madornale, aprendo gli occhi a migliaia di cinesi».

Il direttore di AsiaNews, raccontando la sua esperienza di missionario del Pime e giornalista, spiega come si è evoluta la «teocrazia statale cinese» e come ha influenzato perfino l’Occidente: «Si parla tanto della persecuzione dei cristiani in Asia e Medio Oriente, ma in pochi si accorgono che c’è una persecuzione in atto anche da noi. L’Occidente sta adottando lo stesso modello repressivo della Cina».

SENZA VERITÀ NON C’È LIBERTÀ

Ecco perché è così importante 30 anni dopo conoscere e ricordare quel «festival di libertà» che è stato Piazza Tienanmen, secondo la definizione di Zhou. Perché l’unico antidoto contro i tentativi vecchi e nuovi di erodere la libertà dei popoli (ieri con i carri armati, oggi con una persecuzione più raffinata) è «la ricerca della verità», spiega Ho, «senza la quale diventa impossibile distinguere il bene dal male. E quindi vivere nella dignità».

Foto Ansa