Obama e il disastro di una politica estera basata sul mostrarsi “buoni”

Il presidente degli Stati Uniti in Iraq combatte con l’Iran, in Yemen contro l’Iran; in Iraq con gli sciiti, in Yemen con i sunniti; Afghanistan, Libia e Ucraina sono un disastro. Resta solo Castro

Barack Obama

Quando nel 2009 Barack Obama, fresco di nomina a presidente degli Stati Uniti d’America, venne insignito con il Premio Nobel per la pace, disse ai giornalisti: «Sono sorpreso, onorato e profondamente commosso. Ma non sono sicuro di meritare il premio». A sei anni di distanza dall’assegnazione, si può dire con certezza che l’inquilino della Casa Bianca non merita quel premio.

ESSERE “BUONI”. Come notato giustamente ieri dal Foglio, «parte fondamentale dell’immagine che Obama coltiva con cura è quella del presidente che si chiude alle spalle le guerre, quello che accompagna l’America ideologicamente affaticata e afflitta da disturbi da stress post traumatico all’uscita di sicurezza dalle guerre, giuste o sbagliate che fossero in origine». Ma la politica estera di Obama, sconclusionata e basata sul tentativo di mostrarsi “buono” al mondo, non ha prodotto i risultati sperati.
Dopo aver completato nel 2011 il ritiro delle truppe americane dall’Iraq, ponendo fine a quella che Obama ha sempre definito una guerra ingiusta, il Presidente ha dovuto inviare i suoi jet da guerra appena tre anni dopo per bombardare le postazioni dello Stato islamico. Negli ultimi giorni, ha anche acconsentito ad affiancare con l’aviazione le milizie sciite telecomandate dall’Iran per consentire la presa di Tikrit (ancora di là da venire).

CONTRO L’IRAN. La guerra gomito a gomito con l’arcinemico Iran non può essere considerata una novità, visto che uno dei grandi obiettivi dell’amministrazione Obama è la firma di un accordo sul nucleare che impedirà (almeno in teoria) che Teheran si procuri la bomba atomica. Un accordo (criticatissimo da Israele) in questo senso sembra vicino, ma mentre gli americani tendono una mano all’Iran da una parte, dall’altra sostengono a spada tratta l’intervento dell’Arabia Saudita e della sua coalizione di dieci paesi sunniti in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi, sostenuti appunto dall’Iran.

GUERRA SUNNITI-SCIITI. Incapace di fermare la vera guerra che sta lacerando il Medio Oriente, quella tra sunniti e sciiti, Obama si ritrova a combattere con gli sciiti contro i sunniti in Iraq e a sostenere la guerra dei sunniti contro gli sciiti in Yemen. In Siria ha appena cambiato strategia e sembra che sia disposto ad accettare il dittatore sciita Bashar al-Assad pur di annientare lo Stato islamico, ma dopo aver cercato in tutti i modi per quattro anni di farlo deporre, ancora gli Usa finanziano milizie ribelli sunnite in tutto il paese.

NIENTE RITIRO DALL’AFGHANISTAN. Per quanto riguarda l’Afghanistan, la guerra che anche Obama ha sempre definito giusta, la Casa Bianca ha annunciato un nuovo rallentamento nel progetto di ritiro dei soldati americani, che ancora servono come il pane per garantire la fragilissima stabilità del paese e addestrare le forze locali. In Libia, dopo aver appoggiato la Primavera araba, l’uccisione di Gheddafi nel 2011 e il conseguente disastro, ora Obama si disinteressa della situazione sul campo, mandando avanti l’inviato dell’Onu Bernardino Léon, nella speranza che porti a casa un quasi impossibile accordo tra i due governi in lotta tra loro. Ma se l’Isis continua ad avanzare, e centinaia di milizie continuano a combattersi, il Presidente potrebbe essere costretto a cambiare di nuovo strategia.

RESTA SOLO CASTRO. «A forza di ritirare truppe e disimpegnarsi», scriveva ancora il Foglio, «Obama si trova sempre più impegnato a fare patti con qualunque diavolo gli prometta un po’ di immortalità». Perché all’inquilino della Casa Bianca non interessa essere “buono”, ma passare per tale. L’Europa però non gli sta dando grandi soddisfazioni (Ucraina e Russia docent), il Medio Oriente neanche, il Nord Africa non ne parliamo. L’ultima àncora di salvezza rimasta ad Obama è Cuba. Nella speranza che Raúl Castro non si approfitti dell’ennesima mano tesa.

Foto Ansa/Ap