Nucleare e religione. Perché in Iran si torna a parlare del «Grande Satana»

L’ayatollah Ali Khamenei non è contento del presidente Rohani e lo ha criticato aspramente, a partire dall’accordo con gli Stati Uniti

A molti in Iran non è mai andato giù il tentativo, riuscito, del presidente Hassan Rohani di sedersi a un tavolo con l’Arcinemico (Stati Uniti) e stringere un accordo sul nucleare. Per giustificare il suo atteggiamento, il presidente considerato moderato ha sempre fatto riferimento a un famoso episodio della storia dell’islam sciita che riguarda l’imam Hussein. Il nipote del profeta Maometto sapeva che il leader dei sunniti, Umar ibn Sa’d, voleva ucciderlo ma per prevenire la guerra intavolò ugualmente con lui una trattativa, che poi lo portò ad essere assassinato nel 680 nella città irachena di Kerbala.
Il 22 ottobre dello scorso anno, Rohani disse a un vasto uditorio: «La lezione di Kerbala ci insegna che si può negoziare all’interno di una cornice razionale e in base a chiari principi. Il nostro imam Hussein ci ha insegnato che dobbiamo trattare anche con i nostri nemici in modo tale che il mondo ci riconosca poi vincitori. Noi negoziamo con le potenze mondiali in modo simile. Con la benedizione di Dio, continueremo lungo questa strada per occuparci dei problemi del popolo».

LA CRITICA DI KHAMENEI. Lo scorso 7 ottobre, l’ayatollah Ali Khamenei ha duramente criticato in un discorso pubblico le trattative sul nucleare con gli Stati Uniti, il presidente Rohani e la sua povera comprensione della storia islamica. Le parole del leader supremo del regime islamico fanno capire, come argomentato dal dissidente iraniano ed esperto Akbar Ganji, ospitato dal Guardian, che una «nuova ondata di repressione è imminente in Iran».
Ha detto il leader supremo: «È così che comprendi la storia? È così che analizzi le vite degli imam sciiti? Solo perché vuoi negoziare con il Grande Satana [cioè gli Stati Uniti], senza capire che cosa questo implica, non capisci la verità e fai esempi sbagliati su ciò che ha fatto l’imam Hussein». Secondo l’ayatollah Khamenei, Hussein non voleva trattare, voleva solo ammonire il leader sunnita. Dietro questa battaglia nell’interpretazione dell’islam, spiega Ganji, si nasconde un nodo fondamentale e tutto politico (per nulla religioso).

IL GRANDE SATANA. Negli ultimi sette discorsi pubblici di Khamenei, l’ayatollah ha esposto molto chiaramente le sue idee: gli Stati Uniti vogliono dominare il mondo e negoziando con l’Iran cercano di guadagnare «un’influenza economica, politica, culturale, di sicurezza e ideologica». Inoltre, vogliono «cambiare» gli ufficiali della Repubblica islamica per «cambiare la natura della Repubblica islamica». L’accordo sul nucleare sarebbe insomma il cavallo di Troia per rovesciare il regime. Ma quel che è peggio, è che ci sono «molte persone in Iran che cercano di truccare il volto del Grande Satana per presentarlo come se fosse un angelo. Perché?».
Le accuse, neanche tanto velate, sono rivolte ovviamente al presidente Rohani, ma anche al diplomatico che ha condotto brillantemente i negoziati con il  gruppo del 5+1, cioè il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, e ad altri politici considerati moderati ed ostili a Khamenei, come l’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani.

LA SCELTA DEL SUCCESSORE. Il timore del leader supremo è che questi, insieme all’ex presidente Mohammad Khatami, all’ex portavoce del Parlamento Ali Akbar Nategh-Nouri e al nipote di Khomeini, Hassan, vogliano conquistare la maggioranza alle prossime elezioni del Parlamento, che si terranno a febbraio 2016, e dell’Assemblea di esperti dell’orientamento, attualmente guidata da un conservatore, che presto dovranno scegliere il successore di Khamenei (ha 76 anni ed è malato).
L’obiettivo dell’ayatollah sarebbe dunque quello di indebolire le forze moderate e i suoi continui discorsi a proposito di «interni influenzati dagli Stati Uniti» non fanno presagire nulla di buono. Per il dissidente iraniano Ganji, quando nel 2000 Khamenei disse che «parte della nostra stampa è passata al nemico», l’intelligence si sforzò di dimostrare che le parole del leader erano vere e i giudici, nei mesi successivi, fecero chiudere decine di giornali e riviste. Come nel 2000, anche oggi «c’è il pericolo che i giudici arrestino molti leader dei riformisti per obbligarli a “confessare” che lavorano per gli Stati Uniti e trasmettere le loro confessioni in televisione». Se questo succederà, conclude Ganji, «non solo l’Iran e gli iraniani non beneficeranno dell’accordo sul nucleare, ma subiranno perdite ancora maggiori».

Foto Ansa