La verità è che Cipro non è crollata per i russi, ma perché si è fidata dell’euro. E l’ha pagata cara

Il peccato originale è aver permesso alla Grecia di entrare a far parte dell’Eurozona nel 2000. A rovinare le banche cipriote sono stati i titoli di Stato greci

Lunedì scorso i banchieri di tutta Europa hanno brindato di prima mattina. Soprattutto quelli dei paesi che non fanno parte dell’Unione monetaria europea (Ume), ma non solo loro. L’accordo per il salvataggio del sistema bancario cipriota concluso all’alba dopo una notte di tumultuosi negoziati fra il presidente Anastasiades da una parte, Commissione europea, Bce e Fmi dall’altra, in realtà rappresenta il certificato di decesso di Cipro come piazza finanziaria internazionale. E come avvoltoi banchieri e operatori finanziari di tutta Europa già volteggiano sulla carogna cipriota per spartirsene le spoglie. Ora che le autorità non si limiteranno a un prelievo forzoso del 9,9 per cento su tutti i conti correnti bancari eccedenti i 100 mila euro, come era previsto nel piano di salvataggio bocciato dal parlamento cipriota il 19 marzo, ma metteranno le mani su una cifra compresa fra il 30 e il 40 per cento dei depositi di quegli stessi conti, il destino di Cipro come centro finanziario offshore è segnato.

NON SOLO RUSSI. I moralissimi tedeschi e altri nordici (finlandesi e olandesi principalmente) si compiacciono della lezione impartita a presunti mafiosi ed evasori fiscali russi, che nelle banche di Nicosia avrebbero riversato oltre 20 miliardi di euro, e a banchieri e politici locali che sono stati complici della trasformazione dell’isola di Venere in un centro di riciclaggio di denaro di dubbia origine. Non fanno però i conti con opinioni pubbliche europee sempre più disincantate dopo tre anni di ripetuti infortuni da parte dei responsabili della governance dell’euro e di crisi bancarie e del debito sovrano nei paesi della Ume. La gente non si fa più abbindolare dal moralismo di Berlino, Francoforte e Bruxelles. Tanto che persino  l’insospettabile Spiegel scrive lealmente: «Nessun cipriota contesta il fatto che l’isola costituisca un paradiso fiscale internazionale. Tuttavia tutti sono convinti che il modello del loro paese non differisca che nei dettagli da quello di altri centri finanziari come Irlanda, Lussemburgo e Regno Unito. Gli abitanti dell’isola trovano oltraggioso che il ministro delle Finanze tedesco Schäuble giudichi inaccettabile il modello cipriota di bassissima imposta fiscale sui profitti delle società nel momento stesso in cui una quantità di aziende tedesche beneficiano esattamente del modello cipriota. Per esempio, delle 80 compagnie  di trasporti marittimi attive nella città portuale di Limassol, 36 sono tedesche e solo 3 russe».

SOSTITUIRE CIPRO. Quello che è vero per le imprese, vale a maggior ragione per banchieri e finanzieri. Non la Gazzetta di Nicosia, ma il Financial Times racconta la pioggia di telefonate internazionali e l’assalto di uomini con la valigetta provenienti da istituti finanziari grandi e piccoli di tutta Europa ai seccatissimi residenti russi di Cipro: «Mentre la settimana scorsa aveva visto decine di russi facoltosi e di loro rappresentanti volare a Cipro per controllare i loro conti e discutere furiosamente coi direttori delle banche locali, ora a loro si è aggiunta un’altra ondata di visitatori: banchieri europei che sperano che le perdite di Cipro si trasformino in profitti per loro. Il legale cipriota di alcuni clienti russi dice di essere già stato avvicinato da una mezza dozzina di rappresentanti di banche europee di località che vanno dalla Lettonia alla Svizzera alla Germania, alcuni dei quali promettevano di essere in grado di aprire nuovi conti correnti bancari per i suoi clienti addirittura in meno di un’ora».

SOLUZIONE PER TUTTI I PAESI. La vera incarnazione del cuoco al timone della nave di brechtiana memoria è il ministro delle Finanze olandese, nonché presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem. La responsabilità politica di aver permesso che settimana scorsa venisse sottoposto al parlamento cipriota il piano di salvataggio poi respinto comprendente l’illegale prelievo del 6,75 per cento sui conti correnti bancari sotto i 100 mila euro (illegale a norma di tutte le legislazioni sulla protezione dei depositi dei paesi della Ue, ispirate a una direttiva europea) è sua. A essa ha voluto aggiungere, la sera del 25 marzo, quella di far scoppiare il panico sui mercati finanziari con la sciagurata dichiarazione secondo cui la pasticciata soluzione di Cipro «rappresenta un modello per risolvere i problemi delle banche di altri paesi europei». In serata la dichiarazione è stata ridimensionata, ma nel frattempo i capitali in fuga dall’Eurozona per altri più accoglienti lidi avevano oscurato il cielo.

ROVINA ECONOMICA. Non ha fatto meglio Christine Lagarde, direttore del Fmi, che ha avuto la faccia tosta di affermare: «Crediamo che il piano fornisca una soluzione durevole e pienamente finanziata ai problemi di fondo di fronte a cui si trova Cipro e la col lochi su un percorso sostenibile verso la ripresa». Ha commentato Jeremy Warner sul Daily Telegraph: «Durevole? Come può essere durevole se non offre alcuna via d’uscita dalla rovina economica che la moneta unica ha portato all’isola? Pienamente finanziata? Nel senso che i 10 miliardi di euro per il salvataggio adesso sono sul tavolo, mentre prima non c’erano, ma qualcuno onestamente può pensare che questo basterà a rimettere in piedi Cipro e le sue banche? Non c’è la benché minima probabilità che l’economia cipriota sia in grado di sopportare questo pur limitato aumento del debito nazionale. Un ulteriore significativo default appare già inevitabile prima o poi. Un percorso sostenibile verso la ripresa? Oh, certo, se considerate un crollo immediato del Pil del 5-10 per cento e un’impennata del tasso di disoccupazione come percorsi sostenibili verso la ripresa. In forza dell’accordo Cipro sta per dire addio a uno dei capisaldi della sua prosperità e della sua crescita: la finanza. È un po’ come dire che far chiudere i battenti alla City di Londra porterebbe il Regno Unito su un percorso sostenibile verso la ripresa».

IL PECCATO ORIGINALE. A Bruxelles ci tengono molto a rimarcare che la suicida idea di tassare anche i conti correnti bancari sotto i 100 mila euro è stata avanzata dal presidente cipriota, preoccupato di limitare la fuga della liquidità russa se si concentrava il prelievo esclusivamente sui grandi capitali, e non dagli organismi dell’Unione Europea che l’avevano poi accettata. Mentre questo non rimuove per nulla le responsabilità politiche della Ue nella vicenda, rischia di far dimenticare che l’Europa sta promuovendo una seconda illegalità: per frenare la fuga dei capitali il governo di Nicosia ha instaurato rigidi controlli sui movimenti di capitale dopo la riapertura delle banche. Si tratta con tutta evidenza di una violazione del principio della libera circolazione dei capitali, che è fondamento di qualsiasi unione monetaria. Ma in fondo si tratta di peccati puntuali tutti discendenti da un peccato originale: aver permesso alla Grecia di entrare a far parte dell’Eurozona nel 2000 benché non ne avesse i requisiti. A rovinare le banche cipriote non sono stati i russi, ma i titoli di Stato greci che non sono stati ad esse ripagati (per 3,6 miliardi di euro). Cipro s’è fidata dell’euro, e l’ha pagata cara. Avanti il prossimo.