La riforma della scuola di Renzi rischia di essere un pasticcio

«L’esecutivo non ha considerato il problema delle risorse. E ora potremmo trovarci con scuole di serie A e altre di serie B». Parla Roberto Pellegatta (Disal)

Il premier Renzi durante la conferenza stampa di presentazione di “Millegiorni”, sventolando un fascicolo rosso ha assicurato che «La riforma della scuola è pronta. I giornali dicono che non ci sono coperture, che lavoriamo ancora sui contenuti. Invece è tutto già scritto nero su bianco, e mercoledì lo presenteremo». Nel mondo della scuola, in queste ore, l’attesa è accompagnata da molto scetticismo, come spiega a tempi.it Roberto Pellegatta, dirigente di Disal, l’associazione dei dirigenti scolastici.

Pellegatta, si parla dell’assunzione di centomila docenti precari: attualmente sarebbero circa 500 mila i docenti iscritti nelle graduatorie. Una platea che va a coprire cattedre di 12 mesi, i posti vuoti per aspettative e le supplenze brevi. Voi di Disal cosa ne pensate?
La notizia sembrerebbe smentita, da quanto si legge su alcuni quotidiani, come la Stampa. Se così fosse, sarebbe un problema molto grave. Uno dei nodi più intricati della scuola rimane il reclutamento di docenti. Negli ultimi anni c’era stato un reclutamento annuale di 30 mila docenti, la mancata conferma sarebbe un piccolo terremoto. Non si può fare scuola senza stabilità di docenti e dirigenti. Il ministro Stefania Giannini ha parlato di ampliare l’organico funzionale: con questo termine si indica un bacino di docenti a disposizione di ogni istituto, in base al numero degli studenti aumentato del 10 per cento. Si dovrebbero destinare a questo incarico i docenti in graduatoria: sarebbe bellissimo, certo. Ma come si fa ad annunciare l’ampliamento dell’organico funzionale, se non si sa con che coperture farlo? Io credo che il dietrofront del governo sulle assunzioni nasca proprio dalla mancanza di fondi adeguati. Ma ciò non basta per lasciare aperto ancora il problema del personale docente. Faccio un esempio: nella mia scuola, su 123 posti di docenti, 47 sono a supplenza. Se venissero eliminati i supplenti, chi li sostituirebbe? Occorre semplicemente immettere in ruolo chi al momento sta già insegnando come supplente. Perciò mi chiedo se il governo, che fa certi annunci e poi li smentisce, è incompetente o fa delle promesse che sa di non poter mantenere.

Voi come proponete di risolvere il problema?
L’unica forma per eliminare le supplenze è avviare una contrattazione seria con il sindacato, proponendo una riduzione degli stipendi in cambio dell’immissione in ruolo di chi ora è precario.

Lo scorso 25 agosto il ministero dell’Istruzione ha reclutato 620 nuovi dirigenti scolastici per il nuovo anno scolastico. Secondo i dati di Disal, tuttavia, sono ancora 1.049 le scuole affidate in reggenza a dirigenti che si occupano di più istituti. Perché siete scettici di fronte a questa nuova misura?
È sicuramente positiva la notizia del reclutamento dei 620 reggenti. Ma la presenza ancora di mille reggenze mette l’Italia in una situazione unica in Europa. Tutte le ricerche dicono che è importante la figura di un dirigente nella politica della scuola, figurarsi poi se al dirigente si volesse dare un ruolo manageriale come ha annunciato il premier. Il problema delle reggenze è particolarmente grave per gli istituti tecnici-professionali, anche se lo stesso Renzi ha annunciato che proprio su queste scuole si vorrebbe puntare, con rapporti tra scuole e aziende più efficienti. Il rapporto scuola-lavoro è giustamente un punto cardine del rinnovamento del sistema scolastico, dato che il 48 per cento dei giovani dopo la scuola restano disoccupati. Bene, quindi, fa il governo a proporre alle scuole di organizzare un rapporto nuovo con le aziende. Ma come è possibile farlo nella pratica, considerato che nella sola Lombardia due terzi delle scuole senza presidi sono proprio istituti tecnici? Il rischio è che ci saranno scuole fortunate e scuole sfortunate.

Una delle proposte che sarebbe contenuta nella riforma della scuola di Renzi è la selezione di nuovi dirigenti attraverso un concorso gestito dalla Scuola nazionale dell’amministrazione, per evitare i problemi dell’ultimo concorso bandito dal Miur, che ha avuto lunghe vicissitudini giudiziarie. Anche rispetto a questa misura siete contrari. Perché?
Perché si torna ad un reclutamento centralizzato, puntando sulla pubblica amministrazione, che, per altro, è tutta da ricostruire. La riforma della Pa approvata ad agosto, infatti, ha previsto di centralizzare le scuole di formazione per l’amministrazione pubblica in una sola. Il primo problema che si pone se i nuovi dirigenti dovessero essere formati in una scuola centrale è che dovremo attendere del tempo. Inoltre, fino ad oggi, si era riusciti a far riconoscere allo Stato che i dirigenti scolastici non erano assimilabili alla dirigenza pubblica, per le competenze necessarie a dirigere una scuola, del tutto peculiari. Adesso nella formazione dei nuovi dirigenti scolastici in una scuola generica per amministratori pubblici verrebbero messe in secondo piano le competenze didattiche e psicologiche.

In Francia tutti i dirigenti pubblici, anche quelli scolastici, vengono formati alla École nationale d’administration publique, che funziona benissimo.
La École funziona bene perché i dirigenti scolastici, prima di entrare alla scuola per essere formati, devono obbligatoriamente fare due anni di vicedirigenza nelle scuole. Devono lavorare cioè sul campo per due anni come vicari. E questo in Italia adesso non esiste. La soluzione migliore, a nostro avviso, sarebbe stata quella che è già in atto negli enti locali: un ospedale o un’università reclutano direttamente i futuri dirigenti. Perché non fare così anche nelle scuole?